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torri, tette e grembiulini

In Uncategorized on maggio 28, 2013 at 2:26 pm

febbrebigE’ il torrido luglio bolognese: sudore che scorre a rivoli sul selciato, calore trattenuto dal marmo del Crescentone ed sprigionato, lentamente, nella notte. E’ il 2010, e mi ritrovo con l’amica del cuore in Piazza Maggiore, per assistere alle varie proiezioni gratuite estive. Quella sera danno la “La febbre del fare”, un bel documentario di Michele Mellara e Alessandro Rossi.

Sono passati alcuni anni, ma una delle scene che ricordo con maggior chiarezza era quella dedicata alle scuole materne emiliane. – “Andammo a Stoccolma per studiare come funzionavano gli asili, e il biglietto ce lo pagammo di tasca perche’ allora si usava cosi’,” ricorda dal maxischermo una consigliera comunale di quei tempi, mentre nella piazza scrosciano gli applausi; del resto e’ la stessa piazza che pochi anni prima aveva incoronato Grillo al primo Vaffa Day, l’umore contro la corruzione e’ gia’ pesante e lo scandalo Del Bono e’ una memoria recentissima.

Quelle immagini trasmettevano l’idea che la scuola materna emiliana fosse un vanto, una conquista sociale non solo per le madri lavoratrici ma soprattutto per i bambini, finalmente considerati persone e non appendici dei loro genitori. Quella scuola studiata dagli esperti in tutto il mondo e’ ancor oggi uno dei simboli del famoso modello emiliano, lo stesso modello che – si dice – resiste a tutto, persino ai terremoti. Eppure, la sinistra che si dice erede di Dozza  e che per un film come “La febbre del fare” si e’ certamente spellata le mani, in questi mesi si e’ arrampicata sugli specchi per cercare di dimostrare che i finanziamenti alle private in fondo fanno bene a tutti, e che sostenere la scuola pubblica e’ una cosa da pericolosi sovversivi. Da bleccblocc, magari.

Oggi, 27 maggio 2013, Bologna e’ di nuovo un luogo simbolico per l’educazione, a sinistra. Per la prima volta dopo quasi quindici anni il fronte della scuola pubblica segna una vittoria importante.

Certo, l’affluenza e’ stata bassa, anche nell’ambito di un tipo di consultazione senza quorum che raramente vede grandi masse recarsi alle urne (il referendum che nel 1997 portò alla privatizzazione delle Farmacie Comunali vide poco piu’ del 36% di affluenza, e su tre giorni). Non so quanto questo risultato incidera’ sulla realta’ dei servizi cittadini: un Comune che ha fatto di tutto per boicottare il voto, riducendo il numero dei seggi, facendo propaganda nemmeno troppo mascherata, amplificando vergognosamente la campagna di un solo schieramento e dipingendo gli avversari in modo sleale, non avra’ certo interesse a tener fede a questo risultato. E’ gia’ partito il balletto delle scuse, dei distinguo, delle sottili analisi per scorporare il voto e dimostrare che in realta’, se la A ha vinto, e’ solo perche’ il gioco non vale. B come Bambini, appunti, per non dire cinnazzi.

Per età e storia politica, ho fatto in tempo, purtroppo, ad assistere alla distorsione mentale per cui i sostenitori della scuola pubblica si sentono continuamente dire che sono di parte, mentre i difensori di interessi (oltre che scuole) privatissimi vengono fatti passare per portavoce della collettività.

E’ il 1998, e l’Emilia Romagna, pochi mesi dopo la Lombardia guidata da Formigoni, propone una legge che introduce surrettiziamente il finanziamento pubblico alle scuole non statali. Per me che ho 14 anni, la questione e’ confusa, ma di pancia sento che la Rivola è una bella schifezza. Gli unici che conosco che sono a favore delle private sono i ciellini che frequentano la mia (ottima) scuola pubblica: a parole si lamentano che la loro opinione non sia rispettata, ma in realta’ vorrebbero che il loro particolare credo (che è tanto politico quanto religioso, trattandosi pur sempre di CL) venisse propinato a tutti come la minestra del giovedi’ alla mensa di Giamburrasca.

Io che ho respirato l’aria della scuola pubblica, piena di germi ma anche di idee e di differenze, mi trovo in piazza un pomeriggio alla fine di febbraio, per quella che e’ forse la mia prima grande manifestazione. Siamo cinquantamila, strilla Moretto da un megafono. Col senno di poi la cifra mi pare dubbia, certo e’ che di gente ce n’e’ davvero tanta. La Legge Rivola va avanti, viene modificata per includere tra i possibili beneficiari anche — bontà loro — alunni di scuole pubbliche, ma il principio resta. E’ il cavallo di Troia.

E’ il 2001, e passa il referendum per la riforma del Titolo V della Costituzione. Il principio della sussidiarieta’ orizzontale viene fatto passare per un miglioramento dei servizi (anzi no, dell’offerta, con terminologia biecamente capitalistica), mentre la PseuDoSinistra si ammanta di parole vuote e roboanti come “liberta’”, “trasparenza”, “efficienza.” Il fronte del NO e’ in mano a poche decine di persone, le solite facce abituate a schierarsi contro il senso comune, dalla parte del torto. E’ una battaglia persa in partenza. Il referendum confermativo non raggiunge il quorum, che comunque non e’ richiesto: e siccome hanno vinto i “buoni”, nessuno fa obiezioni. Anno dopo anno sembra che non ci sia speranza. Ma il senso comune puo’ cambiare, soprattutto quando i soldi finiscono e l’illusione collettiva di essere tutti belli biondi e borghesi svanisce per forza in una bolla di sapone. Il risultato di Bologna ne e’ la dimostrazione.

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Ora che i numeri sono noti, i pareri si moltiplicano. C’e’ chi dice che a pronunciarsi per la A sia stato poco piu’ del 16% degli aventi diritto, e sulla base di questa logica vorrebbe imporre all’intera citta’ il volere, evidentemente piu’ rappresentativo, dell’11% scarso. C’e’ chi si rimangia le regole, chi promette ricorsi, chi lamenta ingiustizie e brogli, chi parla di una mobilitazione inesistente e chi invece sostiene che, a conti fatti, l’affluenza non sia stata cosi’ malvagia.

Ho anch’io una mia teoria politica: che in Italia, e particolarmente in Emilia, quando si parla di scuola ci siano due tipi di sinistre. C’e’ quella che sostiene la scuola pubblica sempre e comunque: per una questione di principio, per quella che gli altri chiamano ideologia (come se dall’altro lato invece non ci fossero implicazioni politiche e interessi di parte) e che a me sembra invece una banale questione di coerenza. Poi c’e’ la sinistra a soffietto, che funziona come una porta scorrevole o un armadio a scomparsa. Per esempio, se al Ministero siede una Moratti, una Gelmini o magari un d’Onofrio, allora siamo per la scuola pubblica senza e senza ma: scendiamo compatti in piazza cantando bandiera rossa e agitando cartelli. Se invece al ministero ci stanno Berlinguer o Carrozza, contrordine compagni!, cominciano i distinguo, le giravolte, e a volte i capitomboli. Come in quest’ultimo referendum cittadino, col PD che si è trovato in bella compagnia, tra la Lega, Bagnasco, e chi piu ne ha piu’ ne metta.

Per alcune persone, che si sentono costrette ad arrampicarsi sugli specchi in nome di una malintesa coerenza, quasi quasi mi dispiace. Sul serio. C’e’ gente che ha fatto le proteste contro la Gelmini e che a ‘sto giro non sapeva piu’ cosa inventarsi per sostenere che finanziare le private non vuol dire finanziare le private. Oppure gente che ai tempi della Moratti srotolava striscioni dalle torri contro i finanziamenti alle scuole private, che in questi mesi si e’ prodotta in sforzi altrettanto ginnici pur di difendere l’opzione B. E il tutto senza mai, nemmeno per un attimo, discutere criticamente un’oleografia fatta di sfogline volontarie alle feste dell’Unita’, di foto in bianco e nero, di strisce tricolori, di minuti di silenzio, di ossequi al passato. Nel frattempo quei  servizi che erano il fiore all’occhiello e il simbolo del modello emiliano sono stati saccheggiati, smontati, o svenduti per due lire. La scuola pubblica, i consultori di quartiere, le farmacie comunali: l’elenco sarebbe lungo. Cimeli buoni solo per l’Archivio Storico, per dar colore alle rievocazioni dei bei tempi andati e per riempire qualche strenna natalizia.

Dopo quasi quindici anni di lotte e di proteste e di raccolte di firme sotto il solleone e di cariche contro i mulini a vento, il fronte della scuola pubblica raccoglie la sua prima vittoria: una vittoria costruita non in mesi di mobilitazione, ma in anni di lavoro sul campo e di informazione. All’altra sinistra (che continuo a chiamare tale più che altro per pietà) tra un po’ non rimarrà che l’orgoglio felsineo. Perche’ il modello emiliano, se lo svuoti dei suoi servizi, e del suo senso di collettività e della sua cultura laica, non è altro che una celebrazione stantia e impettita della propria identità: un principio che va bene giusto per gli elettori della Lega.

La strage di Montréal: un ‘femminicidio’ di vent’anni fa (6 dicembre 1989).

In dododonne, la memoria e l'oblio on dicembre 6, 2012 at 2:02 pm

Oggi è il 6 dicembre 2012. Sono passati esattamente 23 anni dal Montreal Massacre, quando il 25enne Marc Lépine (un canadese di origini franco-algerine) irruppe nelle sale del Polytechnique e aprì il fuoco su una massa di aspiranti ingegneri. A differenza dei molti stragisti di questo tipo, però, Lepine era selettivo. Il suo obiettivo era colpire quante più studentesse possibili. Donne. Colpevoli di essersi iscritte a ingegneria e di aver voluto occupare un territorio “maschile.” Per questo, nell’aula universitaria, separò i maschi dalle femmine prima di aprire il fuoco, selettivamente, su queste ultime. “Voi siete femministe, e io odio le femministe,” spiegò prima di toccare il grilletto. E poco valsero le parole con cui Natalie Provost, una delle studentesse lì presenti, cercò di salvare se stessa e le proprie compagne di classe: “Non siamo femministe.”

Delle 27 donne colpite dal fuoco, 14 persero la vita. Si chiamavano Genevieve Bergeron, Nathalie Croteau, Anne-Marie Edward, Maryse Laganiere, Anne-Marie Lemay, Michele Richard, Annie Turcotte, Helene Colgan, Barbara Daigneaul, Maud Haviernick, Maryse LeClair, Sonia Pelletier, Annie St-Arneault e Barbara Klucznik-Widajewicz. Altre, come la stessa Natalie Provost (cui il Toronto Star dedica un interessante articolo in occasione del 20º anniversario della strage, tre anni fa), proseguirono la propria carriera, contribuendo a combattere stereotipi e ineguaglianze con il loro esempio.

La storia della strage di Montreal non è molto conosciuta in Italia, dove di femminicidio si parla molto, e spesso a sproposito. Sicuramente Marc Lépine sarebbe un caso da manuale. Chissà se i vari “esperti” italiani, pronti a negare valore alla categoria in nome del preteso universalismo dell’essere umano, riuscirebbero a negare lo status di ‘femminicidio’ anche a un massacro come quello. Nella sua psiche minata da abusi infantili e traumi (dico questo per comprendere, non per giustificare), le donne erano diventate responsabili dei suoi fallimenti personali. Nella nota suicida si dichiarava fieramente anti-femminista, e nel suo “Annex” (allegato) arrivava a stilare una lista di 19 donne, colpevoli, col loro successo, di aver ‘derubato’ gli uomini del loro legittimo rango. La sua nota suicida, pubblicata pochi giorni dopo la strage su La Gazette e successivamente ristampata molte volte, è illuminante:

“Dato che, scienza a parte, sono un retrogrado per natura, le femministe hanno sempre avuto un talento speciale nel farmi infuriare. Pretendono di mantenere i vantaggi che derivano dall’essere donne (come assicurazioni più economiche, o il diritto a una lunga maternità preceduta da una lunga aspettativa) mentre cercano di arraffare anche quelli degli uomini. Per esempio, è auto-evidente che se si eliminasse la distinzione maschile/femminile alle Olimpiadi, non ci sarebbero più donne, salvo che negli eventi decorativi. Perciò le femministe si guardano bene dal cercare di rimuovere quella barriera. Sono talmente opportuniste che non vogliono nemmeno trarre vantaggio dalla conoscenza accumulate dagli uomini attraverso i secoli. E cercano sempre di rappresentarli negativamente, ogni volta che ne hanno l’opportunità.”

Il punto è che, come Breivik, Lépine non era un folle isolato. Lo scrive lui stesso:

“Anche se i media mi attribuiranno la qualifica di ‘Folle Omicida’, io mi considero una persona razionale ed erudita, che solo la Morte [Grim Reaper] ha costretto a intraprendere atti estremi.”

E mentre la società piangeva il lutto di una strage senza precedenti, il movimento femminista tentò di indicare il vero mostro, riconoscendo nell’episodio una forma estrema, ma non isolata, di violenza contro le donne – anche attirandosi altre accuse di opportunismo, nel voler ‘politicizzare’ una tragedia.
Come scriveva, in un articolo di 3 anni fa,  la militante Judy Repin:

“Noi non fummo sorprese. Conoscevamo benissimo quella rabbia. Le femministe ne parlavano da decenni. La violenza contro le donne era un’epidemia in corso: ma fu solo il 6 dicembre 1989 che il velo sulla misoginia fu sollevato, e con un atto di tale odio e furia da rendere impossibile qualsiasi altra spiegazione. Quel tremendo atto di violenza premise a molti di noi di ricordare, o di ammettere la verità con noi stesse, o di parlare finalmente ad altri della violenza subita per mano maschile.”

Contrariamente ai desideri di Marc Lepine, negli anni successivi al suo massacro l’iscrizione femminile alle facoltà di Ingegneria è cresciuta dal 13% al 19% (ma ora i tassi sono nuovamente in calo). Nel 1991 venne lanciato un movimento contro la violenza di genere (White Ribbon, dai nastri bianchi che lo simboleggiavano), ma ci sono voluti vent’anni perché fosse istituito un registro delle armi da fuoco, allo scopo di controllarne la circolazione e prevenire stragi come quella di Montreal (l’opposizione dei conservatori è venuta meno solo in tempi recentissimi). La strada da fare è ancora lunga, e non solo in Canada.

Fonti citate:

[en] Judy Repin sulla strage di Montreal (Rabble.ca)
[en] La nota suicida di Marc Lepine (City TV)
[en] Lezioni a vent’anni dal Montreal Massacre (Toronto Star)

Tutte le traduzioni dall’inglese sono mie.

Dio benedica l’America. Oppure la salvi.

In attitudine popular, canadian bacon, cinema, recensioni di recensioni, this is the end of the world on dicembre 5, 2012 at 10:12 pm
Un fotogramma da "Detropia"

Un fotogramma da “Detropia”

Un mese fa mi trovavo a Detroit, in Michigan, per una giornata di studi sulla letteratura apocalittica alla Wayne State University. Lo so, la location non poteva essere più adatta all’argomento. Quasi tutti i miei conoscenti, canadesi e americani, hanno già fatto questa battuta, resi edotti – più che da Michael Moore – da documentari come Detropia. Sia detto per inciso, a me Detroit è piaciuta. L’ho trovata una città complessa e viva, e contrariamente al resto del Michigan, in risalita (semmai a rischio di gentrificazione, dato il numero di artisti che la crisi immobiliare ha attratto da 4 o 5 anni a questa parte). E poi ha una delle più importanti collezioni di arte di tutti gli Stati Uniti, che risale ai tempi in cui il famoso 1%, dopo aver sfruttato generazioni di operai, comperava quadri di Bruegel e Matisse a paccate per regalarvi città. Ancora oggi i residenti possono entrare gratis al Detroit Institute of Art, dove, tra le altre cose, ho potuto coronare il sogno di una vita vedendo dal vero le matrici di Sogno e menzogna di Franco” e diverse matrici di Jazz di Matisse. Certo, che le sale di arte afroamericana siano sponsorizzate da General Motors, fa un bell’effetto. Ma non è di questo che vorrei parlare, anche se questa contraddizione è indicativa delle mille complessità di una cultura troppo spesso liquidata con un’alzata di spalle e ridotta, da chi non la conosce, allo stereotipo di Coca Cola e Mc Donald’s.

Durante una pausa del seminario, chiacchierando, uno dei docenti intervenuti si è messo a parlare di The Hunger Games e del fatto che i suoi studenti ne abbiano immediatamente assimilato l’idea in modo commerciale, per esempio esibendo le ‘unghie smaltate’ a tema, a riprova del fatto che qualsiasi critica al sistema viene immediatamente assorbita e resa innocua. Posto che The Hunger Games mi pare già in partenza più assimilabile al mainstream che alla critica del mainstream, la discussione mi è tornata in mente ieri sera, guardand

Unghie a tema - The Hunger Games

Unghie a tema – The Hunger Games

o un altro film: Good Bless America, uscito la scorsa primavera nelle sale americane e diretto dallo stand-up comedian Robert “Bobcat” Goldthwait.

God bless America è un film discutibile da tutti i punti di vista. Discutibile la sua trama, che, come ha notato il recensore John Patterson sulle colonne del Guardian, sembra scritta sul retro di un tovagliolo; discutibile la sua coerenza narrativa, che sfida spesso il senso della logica; discutibile il suo contenuto (per lo più scene di violenza estrema o di volgarità televisiva) e il suo senso dello humor, che definire ‘nero’ è dire poco. Un film irrisolto, ma che a mio avviso vale la pena di guardare – sempre che si abbia lo stomaco di farlo.

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La trama si riassume facilmente: Frank (interpretato da Joel Murray), un colletto bianco di Syracuse, NY, vive una vita grama e solitaria, scandita da emicranie invalidanti, dalle urla dei vicini di casa e dagli atteggiamenti manipolatori dell’ex-moglie, una deficiente capace di regalare un blackberry a una bambina di sette anni. Tutto questo è acuito dalla consapevolezza di una volgarità dilagante, che i media (in particolare tv e internet) stanno elevando a nuovo stile di vita americano. Fin qui, Frank è solo il tipo un po’ strambo e fuori moda che i colleghi trattano con sussiego, ma nel giro di 24 ore, la sua vita cambia completamente. Perde il lavoro (dopo che un suo corteggiamento all’antica, con tanto di fiori mandati a casa, viene interpretato come molestia sessuale) e si vede diagnosticare un tumore al cervello nell’indifferenza più completa. La sera, a casa, mentre medita di farla finita, la consueta volgarità televisiva gli schiude un’epifania: invece di uccidersi, ruba la Camaro gialla del vicino di casa e si dirige alla volta della Virginia, per uccidere a pistolettate Chloe, l’adolescente più viziata d’America, appena vista in televisione. Dopo l’assassinio, si unisce a lui Roxy (interpretata da Tara Lynn Barr), un’adolescente con una chiara predisposizione all’ADD e all’omicidio di massa. I due proseguono la loro fuga indisturbati, facendo le vendette di celebrità da talk-show, estremisti di destra e fanatici religiosi, maleducati da cinema e da parcheggio, anchorman di estrema destra e promotori della cultura d’odio, fan di Mixed Martial Arts (su questo potrei persino essere d’accordo) e giudici di talent show: insomma, chiunque promuova attivamente la bruttura, il fanatismo, la violenza psicologica verso il più debole e l’esibizionismo attualmente dominanti nella pop culture americana.

Per quanto la sua violenza venga attenuata dal filtro della satira e della finzione, God Bless America è un film dove si spara e si ammazza a ripetizione, in modo prima disturbante, poi dissacrante, quindi anestetico. Per capire la portata liberatoria di questa ecatombe, bisogna aver visto almeno qualche ora di televisione americana. So che i miei connazionali alzano le ciglia (dopotutto noi abbiamo avuto Berlusconi), ma la sensazione di shock e direi quasi di terrore che si prova a fare un’ora di zapping sulla televisione americana non è esprimibile con parole umane e non è comprensibile a chi non ne abbia fatta esperienza diretta. Per questo, i venti minuti di satira televisiva che scatenano la follia omicida di Frank valgono da soli il prezzo del biglietto (o della sottoscrizione a Netflix). Capisaldi della trash tv americana come American Idol, The Bad Girls Club e My Super Sweet Sixteen sono parodiati in versioni appena più estreme, ma ben riconoscibili. Le finte clip sembrano, a volte, debitrici delle ‘vere’ clip pescate nel mare magnum di YouTube, quasi a dirci che la realtà della trash tv americana è ben più estrema di qualsiasi parodia. Chloe, la teenager viziata della finzione, parla con parole della (?) realtà. In questo modo il film assume il linguaggio della clip, dello spot o del frammento di tv verità che vuole criticare; allo stesso modo, la completa nonchalance con cui i personaggi uccidono ricorda quella di un videogame. God bless America mi ha ricordato, guardandolo, gli adolescenti di The Hunger Games (che, a detta della sua autrice, è stato concepito proprio in una seduta di zapping, nello straniante contrasto tra scene di guerra e scene di reality show); o il bellissimo e spietato protagonista di We need to talk about Kevin (2012), forse il film che ha trattato con maggior complessità e profondità il tema delle sparatorie di massa americane.

Per questo, nonostante la sottigliezze narrative (tra cui il sottotesto di riferimenti cinematografici e letterari, compresa una doppia citazione di Lolita, una delle quali implicita) e le battute fulminanti, il film di Goldthwait non mi ha convinto. E il motivo non è solo la sua continua, martellante, esasperante brutalità; e nemmeno, problema ben più grave, la superficialità con cui affronta un tema molto delicato (nel guardare la pioggia di pallottole del film tornano in mente le sparatorie di Columbine, di Aurora in Colorado, del Virgina Tech: tragedie autentiche che forse meriterebbero un po’ più di rispetto); ma la completa, contraddittoria circolarità tra il mondo che critica e la sua possibile alternativa, quasi a significare che ogni battaglia è persa in partenza e che ogni possibile opposizione contiene in sé il germe della propria capitolazione al nemico. Del resto, come si diceva, di contraddizioni è piena l’America.