parlacoimuri

Archive for novembre 2011|Monthly archive page

the revolution will (not) be hashtagged [9 novembre 2011]

In attitudine popular, smanettare, taking action on novembre 16, 2011 at 5:39 am

“Revolution will not be televised”, cantava nel 1970 lo scomparso Gil Scott Heron; e ancora nel 2001, c’erano fumettisti che invitavano a spegnere la televisione e a uscire di casa, perché il nuovo movimento (all’epoca era quello no-global) non sarebbe stato né una pillola da ingoiare, ne un ballo da ballare.

Deve essere davvero cambiato il mondo, se Henry Jenkins, pubblicizzando il lavoro di due studiose di comunicazioni e media, adotta la frase “revolution will be hashtagged”, passando dalla perentoria negazione a una previsione alquanto ottimistica. Il passaggio da “will not” a “will” sembra chiamare in causa la differenza tra media verticali e media orizzontali, con il loro diverso grado di interattività e di partecipazione,  ma anche il fatto che le ultime rivoluzioni, dall’Egitto alla Tunisia, sono state effettivamente “twittate” e “taggate”. Una differenza che, come vedremo, non è però priva di ambiguità e di problemi.

Il lavoro di Alison Trope (Clinical Associate Professor, USC Annenberg) e Lana Swartz (PhD student, USC Annenberg) si svolge all’interno di Civic Paths, un progetto ibrido che propone contributi accademici (almeno quanto allo stile argomentativo) all’interno di una piattaforma non convenzionali come i blog (anche se interamente finanziati e basati su strutture universitarie, nel caso specifico quella di USC) e con una scrittura decisamente più sintetica e diretta dei tradizionali registri accademici.

Partendo da un’introduzione abbastanza generica sull’importanza della cultura visiva nelle rivoluzioni, Trope e Swartz decostruiscono l’origine di alcuni dei simboli usati da OWS, compreso quello del polipo, impiegato già nel 1904 per prendere di mira il monopolio di Standard Oil. L’uso di metafore zoomorfi è, in realtà, una costante della comunicazione politica e si presta a interpretazioni tanto di sinistra quanto di destra (si pensi ai ratti e alle cimici della propaganda razzista, ma anche all’ambivalente retorica pre-fascista contro i “pescecani”).

Lo spazio dato all’inversione di miti popolari e icone della comunicazione di massa non deve stupirci, se pensiamo che OWS è iniziato a partire da un appello di Adbusters, il collettivo di Vancouver che da oltre 15 anni propone un’ecologia mentale contro il consumismo, stravolgendo i messaggi pubblicitari con cui veniamo bombardati di continuo. L’appello, lanciato in rete in luglio, proponeva di vivere anche in Nordamerica un movimento in stile “Tahrir” (a Tahrir-like movement). A margine, è curioso notare come l’origine canadese sia stata spesso rimossa e, almeno in patria, contestata: il movimento sarebbe inadatto al Canada dove, grazie alle protezioni del welfare e a una “miglior” gestione della crisi, non ci sarebbero i problemi che hanno scatenato la rabbia del 99%. Si tratta di una tesi alquanto discutibile, non senza ricadute comiche (come vedere noti liberali e conservatori agitarsi a difendere il welfare per la prima volta in vita loro, e in modo assolutamente peloso). Il movimento comunque si è esteso a nord del confine, tra Vancouver, Toronto e diverse altre città, compresa London (Ontario, non UK), dove proprio stamattina all’alba il primo accampamento è stato sgomberato.

Come notano Trope e Swartz, nel movimento Occupy si attua un enorme dispiegamento di creatività collettiva, che produce sia forme creative individuali (cartelli, uso del web, fotografie), sia forme di “art-guerrilla” più elaborate, al limite dell’installazione di arte contemporanea. Ne fanno spese simboli noti e meno noti: loghi e brand della pubblicità globale, ma anche le icone del fumetto, dai supereroi agli zombi, sovvertite con finalità politiche (l’immagine dello zombi in giacca e cravatta come immagine della metastasi finanziaria è ormai luogo comune, da Romero a Max Brooks).

La riflessione di Swartz e Trope prosegue con un’analisi delle strategie comunicative del movimento, relativa alla sua retorica (anonimato e pluralità), e al suo rapporto con i media, inclusi quelli ufficiali (il cui silenzio è un ostacolo da oltrepassare). Il lavoro si conclude con alcune domande relative al futuro del movimento, suggerendo che l’attuale pluralità di forme adottate potrebbe essere un’eco della struttura policentrica dello stesso movimento. Soprattutto, aggiungono le due studiose: «Il movimento e la sua espressione visiva, nelle sue forme variegate e spesso personali, sono dei catalizzatori. Stanno trasformando i problemi, ma soprattutto la rabbia e le emozioni, in un discorso».

La parte più interessante di questo lavoro è, a mio avviso, quella in cui le autrici analizzano le strategie comunicative di OWS, a volte in contrasto tra di loro: per esempio, se da un lato il movimento ricorre alla strategia dell’anonimato (con la popolare maschera di Guy Fawkes), dall’altro lato tumblr e altre piattaforme hanno permesso di dare un volto al 99%, dando voce a una miriade di singole storie (il formato foto + cartello che tanto successo ha avuto anche in Italia). Trope e Schwartz discutono anche le implicazioni della partecipazione di nomi celebri (le superstar della critica al sistema Michael Moore e Slavoj Žižek, ma anche nomi meno scontati come Harry Belafonte, Justin Jeffre o Alec Baldwin).

Un’ambiguità nel rapporto con lo star-system, e nelle modalità di enunciazione politica possibili (collettività indefinita, come nel caso dell’anonimato, o supplemento di ego, come nel caso di volti celebri), che conduce a riflettere su un’ulteriore ambiguità , quella nel rapporto con una tecnologia che non è certamente “grass-roots based”. Non solo, infatti, alcune delle icone sovvertite sono a propria volta marchi di successo (ogni volta che comprate una maschera di Guy Fawkes, Warner Bros aumenta i suoi profitti, ricorda un cartello citato dalle studiose), ma la stessa rete non è certo uno spazio libero e privo di profitti. In altri termini, le pur efficaci strategie comunicative di OWS e affini dipendono dall’enorme disponibilità di tecnologia informatica usabile (cioè, che qualcuno ha reso usabile) e a basso costo (basso costo per noi, non per il pianeta), una tecnologia che non è certo indipendente dall’accumulazione finanziaria correntemente in atto. Una contraddizione di cui non sarà facile liberarsi e che, no, non sarà taggata.

riflessioni su Yves Citton. “Mythocratie. Storytelling et imaginaire de gauche” [4 novembre 2011]

In a spasso tra i libri, repubblica delle lettere, taking action on novembre 16, 2011 at 5:35 am

51UOSDkhesL._SL500_AA300_Alcuni mesi fa, nel recensire il non-fiction novel HHhH. Il cervello di Heydrich si chiama Himmler (di Laurent Binet), Wu Ming 2 scriveva:

“Ho come l’impressione che in Francia il problema delle ‘tossine narrative’ sia stato posto in maniera sbagliata. Invece di interrogarsi su quali figure retoriche o bias cognitivi portano un narratore a manipolare il suo pubblico e a nascondere la realtà, si è deciso che raccontare storie equivale a spacciare frottole, sempre e comunque, salvo poi rincorrere un’incomprensibile contro-narrazione, come fa Salmon, o inchinarsi di fronte al “potere imponderabile e nefasto” della letteratura, come fa Binet.”

Come a dire che, nella cultura e nel dibattito francese, gli anticorpi sono più forti, ma ciò accade anche perché il “virus” delle narrazioni tossiche è più resistente, come il lavoro di Jonathan Littel (2007) ben dimostra, e questo virus finisce per invalidare in partenza la fiducia nel potere costruttivo, liberatorio delle narrazioni.  Non stupisce, dunque, che proprio dalla temperie francese sia emerso un illuminante contributo teorico sullo spessore politico delle narrazioni, e sul loro ambiguo potenziale. Mi riferisco a Mythocratie. Storytelling et imaginaire de gauche di Yves Citton, uscito nel 2010 e, a quanto mi risulta, non ancora tradotto in italiano [ne consegue che tutte le traduzioni del testo, e gli eventuali sfondoni, sono di mia mano. Ricordo inoltre che non traduco di professione e che il francese è la mia terza lingua…].

Il punto di vista di Citton si discosta da quello di Salmon, White, Jenkins e degli altri autori citati nella discussione. In primis, sono diversi lo sguardo, la prospettiva e gli strumenti impiegati. Citton non è un “tecnico” delle narrazioni (e poco importa che tale etichetta si riferisca a esperti di fandom, di letteratura, di racconto storico, di cultura pop, o a romanzieri di mestiere), ma un filosofo politico con una rigorosa formazione spinoziana. Non deve stupirci, dunque, che egli approdi all’analisi delle narrazioni con uno sguardo attento soprattutto ai problemi di sovranità e di autorità.

1. Narrazione e potere

Secondo Citton, il problema della narrazione è indissolubile dal problema del potere: un potere definito però in termini foucaultiani, più come “ciò che induce a fare”, che come “ciò che impedisce di fare”. Il riferimento è a uno scritto di Foucault del 1982 (“Le sujet et le pouvoir”, ora in Dits et écrits II, 1056), anche se, sempre in tema di narrazioni, torna in mente anche la riflessione formulata da Huxley nel suo Ritorno al mondo nuovo, dove si descrive il passaggio da una persuasione negativa a un’induzione attiva, alla base di un totalitarismo “light”.
250px-Leviathan_grServendosi di categorie che richiamano a tratti il pensiero politico di Spinoza e a tratti le formulazioni di Toni Negri, Citton definisce il potere come un circuito di “desideri” e “affetti”: le narrazioni, e i loro “agganci” (accroches) giocano dunque un ruolo capitale in tale captazione ed espropriazione affettiva delle moltitudini. Riprendendo l’esempio della moneta, alla quale si crede ma che rivela in una crisi la sua assenza di valore (e qui si intravede forse il Marx della Grundrisse), Citton propone la formulazione ambigua ma affascinante di un’ «economia degli affetti» (p. 29), che agisce mediante la mobilitazione affettiva e, in subordine, la captazione dell’attenzione. Il potere si definisce dunque come una “circolazione di affetti e desideri”, cui le istituzioni (a loro volta fondate da un flusso di credenza proveniente dalle moltitudini) danno continuamente forma (p. 49). In una simile economia, diventa centrale il ruolo giocato dalle mediazioni: tra queste, possiamo annoverare gli affetti, che producono determinate “aperture concettuali” del reale (il termine originale è “frayage”, letteralmente varco o passaggio, usato nel lessico della psicoanalisi).
Qui Citton sembra trovarsi in sintonia col pessimismo espresso da Salmon nel suo Stortytelling: il filosofo individua infatti una vera e propria dittatura del pubblico, il cui potere è storicamente determinato da un mix di fattori (democrazia formale, crescente mercificazione di beni, diritti e servizi, centralità della “produzione della domanda”, massificazione dell’istruzione, passaggio dal capitalismo industriale a quello cognitivo, superamento della “disciplina” a favore del “controllo” sociale, e da ultimo la natura sempre più globalizzata e intensa delle reti mediatiche). Il potere del pubblico è però apparente, parte di una circuitazione ben più ampia di valori, affetti e saperi: “le mie scelte sono il luogo di un passaggio obbligato”, è l’efficace sintesi proposta in Mythocratie (p. 35). A questa constatazione, occorre dunque rispondere con una domanda: “Chi racconta la mia storia?”.

A differenza di altri autori attivi su questo terreno, Citton non chiama in causa le condizioni tecnologiche della nuova economia degli affetti. Il suo è chiaramente un modello trans-storico, adattato e calato al tempo presente. Non si nomina quasi mai la rete – se non come forma mentis, o come “forma complessiva” assunta dall’economia degli affetti – e l’autore mescola indifferentemente esempi presi dal mito greco (o meglio dalla tragedia, come le Eumenidi, citate a riprova della natura falsamente “pacificatrice” dei miti), dalla Repubblica delle Lettere illuminista (Diderot) e dalla più stretta contemporaneità (il jazzista Sun Ra, le esperienze comunicative di Luther Blisset e di Wu Ming). Rispetto alle forme della comunicazione contemporanea, la nota più significativa è forse quella in cui Citton denuncia l’onnipresenza mediatica (e quindi la maggior difficoltà, per le storie, di attirare la nostra attenzione) e il conformismo che porta a una continua ricerca di stimoli nuovi, a un’innovazione fine a se stessa (p. 73): atteggiamento che – riprendendo una formula di Eric Macé, Citton ribattezza “conformismo instabile” (e mi viene qui spontaneo pensare per un attimo al personaggio di “Candido l’innovazione”, o a certi presunti “giovani” del nostro triste panorama politico).

2. Che cos’è una “narrazione”?                                   

Come funziona, dunque, una narrazione? Come un produttore di senso. Con una frase che avrebbe benissimo potuto scrivere Adriana Cavarero, Citton spiega che “narrativizzando gli eventi, do loro senso” (p. 73). La narrazione è infatti “una macchina fatta per catturare le nostre convinzioni e i nostri desideri”, ma anche per “rivalutare” determinati valori, o, ancora, per trasformare la società. La trasformazione è, del resto, uno degli elementi chiave per distinguere ciò che è racconto da ciò che non lo è. Citton si serve qui della riflessione proposta da Francesca Polletta in un fortunato studio del 2006 (It was like a fever. U of Chicago Press), e individua le caratteristiche inerentemente politiche della narrazione: trasformazione, presenza di un attore e di più punti di vista, unità del racconto e coerenza causale (non necessariamente coincidente con le leggi causali del mondo extra-narrativo), associazione di un dato “valore” a ogni stato del processo trasformativo (pp. 68-70). Come è facile intuire, valore, molteplicità dei punti di vista e trasformazione, oltre alla categoria del tempo (implicitamente contrapposto alo spazio) sono i principali elementi che permettono l’impiego politico di una storia, o la trasformazione di un paradigma precedentemente assodato.
Ancora una volta, balza agli occhi la natura politica e sociale di tale riflessione: Mythocratie è un libro orientato all’agire, non alla riflessione teorica fine a se stessa. A tal proposito, Citton compie una fondamentale chiarificazione, distinguendo il momento della narrazione vera e propria, e quello che egli definisce “scénarization” (una dicotomia che proporrei di tradurre come “produzione di storie” vs. “produzione di scenari”, o come “narrazione” vs. “sceneggiatura”, evitando in tutti i casi faticosi neologismi) (p. 100). Si tratta, a mio avviso, del contributo teorico più importante dell’intero volume, foriero di utili spunti. Ad esempio, continuando il ragionamento di Citton, potremmo notare come la produzione di scenari sia implicitamente legata alla produzione di paradigmi generali, mentre il racconto è un’attività isolata e orientata a un circuito di destinatari; il racconto è inoltre, un’attività dichiaratamente intersoggettiva, mentre la produzione di scenari si basa sull’occultamento dei propri enunciatori.
Il contributo principale di Citton, a tal riguardo, è soprattutto di natura politica: egli investiga il funzionamento sociale della produzione di scenari e di narrazioni, prendendo in esame la disparità gerarchica nel controllo dell’immaginario (o, potremmo dire con una formulazione di sapore marxiano, il controllo dei “mezzi di produzione” dell’immaginario). Se la narrazione, infatti, ha come domanda fondamentale “come narrare efficacemente?”, la domanda della produzione di scenari riguarda l’influenza esercitata sui destinatari (p. 142). Ancora, la narrazione “capta flussi di desideri e di convinzioni in funzione della virtù propria di chi racconta e del suo racconto”; la produzione di scenari, invece, “capta i flussi di desideri e di convinzioni in funzione dell’accesso – di cui già dispone – all’attenzione di un pubblico” (p. 142). Così, mentre la narrazione è uno strumento eminentemente politico e trasformativo, la produzione di scenari è alla radice dell’attuale egemonia culturale della destra. Esempi di quest’ultima sono l’uso del logo e alcune sindromi politiche, tra cui un posto di rilievo spetta alla “sindrome Berlusconi”, caso in cui i detentori del controllo sull’informazione, “mediante il loro discorso, i loro organi stampa, le loro radio e le loro televisioni, possono senz’altro nutrire le convinzioni che permettono di dirottare su una certa categoria di stranieri le frustrazioni che una certa parte della popolazione italiana prova verso i processi economici, sociali e politici all’origine di una crescente vulnerabilità” (p. 143).
La distinzione tra produzione di storie e di scenari, a mio avviso, è ciò che distingue il modello di Citton da un certo generico ottimismo sulle narrazioni ed è fondamentale per capire come mai le narrazioni di sinistra siano, oggi, pressoché inerti di fronte alla potenza di fuoco degli scenari di destra. Parafrasando un grandissimo pensatore politico, mi sento di suggerire che le narrazioni senza capitali, senza numeri (economici o demografici) e senza eserciti siano come dei profeti disarmati. Una condizione su cui è opportuno – come ha fatto Citton – interrogarsi a fondo.

3. Quale sinistra per il futuro?

Come tutti i libri di questo tipo, Mythocratie si sofferma in dettaglio su un modello analitico o su quello che potremmo definire una pars destruens, ma glissa quando si arriva nei pressi di una possibile pars construens o – più correttamente – di pratiche per invertire la tendenza. Tale pars costruens, sebbene meno sviluppata, non è tuttavia assente dal volume, e si articola in due momenti principali: da un lato, Citton esamina pratiche alternative, come la riflessione proposta dai Wu Ming in New Italian Epic; dall’altro lato, Citton propone una propria lista di priorità per una nuova rappresentazione politica della sinistra.
Preferisco non dilungarmi sulle riflessioni che Citton dedica al New Italian Epic, dato che si tratta di testi e discussioni largamente accessibili a chi vive in Italia; mi limito a sottolineare come del discorso sul NIE Citton metta in rilievo non il presunto trionfalismo delle narrazioni “epiche” ma al contrario la tensione all’ “eccentricità” e alla resistenza, mettendole in relazione ai paradigmi di Jean-Luc Nancy. Su queste basi, il filosofo propone non di compiangere la pretesa impossibilità di racconto per una comunità irrimediabilmente perduta, ma di rilanciare un’epica interrotta per una comunità in fieri (un’epica rapsodica, forse?).
La riflessione sui compiti della sinistra è invece in larga parte inedita da noi, e merita quindi un resoconto più dettagliato. Riprendendo la tradizione del compte philosophique, Citton illustra il paradigma dominante nei nostri tempi, quello della “Crescita regina”, cui aderiscono tutte le forze politiche – compreso l’operaismo vecchio stile e l’attuale social democrazia mutagena, rispettivamente ravvisabili nelle vesti della “Fée Prolétarienne” (Fata Proletaria) e della “Fée Mielleuse” (Fata Sdolcinata). Tra le vane proteste della sinistra radicale e le evoluzioni pubblicitarie della socialdemocrazia, la carrozza sociale continua la sua folle corsa verso la crescita infinita: in tale contesto, il guastafeste (qui ribattezzato Fée Maladroite, “Fata Pasticciona”) che proponesse una brusca sterzata a sinistra avrebbe poche probabilità di essere ascoltato.
In questa narrazione anche un liceale riconoscerebbe un travestimento polemico di Mandeville: ma se nel 2010, e fino a ieri, il ruolo del guastafeste non sembrava corrispondere ad alcuna delle forze politiche in gioco, ora questo spazio di senso è stato riempito dalla marea montante del movimento OWS. Più precisamente quella del guastafeste è una storia che sta guadagnando forza, che cresce come una slavina, proprio ora mentre scrivo queste righe. Più che mai, dunque, è opportuno interrogarsi sullo spazio di responsabilità sociale e politica aperto da questa narrazione; e farlo non solo con uno sguardo “strategico” (come guadagnare attenzione e vincere l’ostilità di un pubblico ancora largamente influenzato dagli ‘scenari’ della destra?), ma anche etico, per gestire al meglio le responsabilità politiche di una narrazione di successo ed evitare di trovarsi, seppur inconsapevolmente, a bordo della stessa carrozza lanciata verso il nulla.

ditemi che non è vero [29 ottobre 2011]

In lavori pieghevoli, malatempora on novembre 16, 2011 at 5:30 am

Annuncio

Scorro – per motivi che non è importante riferire in questa sede – un aggregatore di annunci di lavoro e mi imbatto nella seguente perla: “Cercasi rumeno con ottima resistenza fisica.”
In altri tempi avrei pensato a una bufala nello stile di “NON PIU’” (penso alla fortunata campagna della CGIL su lavori non pagati, stage e altre condizioni umilianti), ma il contesto non pare adeguato, e poi, come si diceva sere fa con un amico, le “hoax” andavano bene ai tempi del postmoderno, sarebbe ora di finirla con gli scherzi e le risatine, che si è visto dove ci han portato.
L’annuncio mi lascia assolutamente basita. Tanto valeva scrivere, “Cercasi bestia da soma”. O anche, “cercasi schiavo”.
Che cosa si intende per “ottima resistenza fisica”? Che lavorerà come uno schiavo senza lamentarsi, ovviamente in nero e senza alcuna tutela? Che si pretenderà che lavori 14 ore al giorno, finendo in 3 giorni un lavoro che richiederebbe magari una settimana? Che se gli crolla in testa una parete non si fa niente? E poi, perché “rumeno”? Possibile che non ci si renda conto che un annuncio di lavoro del genere è una forma di volgare, bestiale razzismo? Possibile che certi atteggiamenti siano ormai così acquisiti da venir pensati come pretese del tutto lecite, legittime, da potersi richiedere alla luce del sole?
In tutto questo, l’immancabile bottoncino blu “mi piace” in basso a sinistra appare particolarmente infernale.

una nota di Gramsci su quella che potremmo definire la preistoria della letteratura del lavoro [27 ottobre 2011]

In a spasso tra i libri, educazione, generazioni, lavori pieghevoli on novembre 16, 2011 at 5:30 am

«Per quali forme di attività hanno “simpatia” i letterati italiani? Perché l’attività economica, il lavoro come produzione individuale e di gruppo non li interessa? Se nelle opere d’arte si tratta di argomento economico, è il momento della “direzione”, del “dominio”, del “comando” di un eroe sui produttori che interessa. Oppure interessa la generica produzione, il generico lavoro in quanto generico elemento della vita e della potenza nazionale, e quindi motivo di volate oratorie. La vita dei contadini occupa un maggior spazio nella letteratura, ma anche qui non come lavoro e fatica, ma dei contadini come “folclore”, come pittoreschi rappresentanti di costumi e sentimenti curiosi e bizzarri: perciò la “contadina” ha ancora più spazio, coi suoi problemi sessuali nel loro aspetto più esterno e romantico e perché la donna con la sua bellezza può facilmente salire ai livelli superiori. Il lavoro dell’impiegato è fonte inesausta di comicità: in ogni impiegato si vede l’Oronzo E. Marginati del vecchio “Travaso”. Il lavoro dell’intellettuale occupa poco spazio, o è presentato nella sua espressione di “eroismo” e di “superumanismo”, con l’effetto comico che gli scrittori mediocri rappresentano geni della loro propria taglia, e, si sa, se un uomo intelligente non può fingersi sciocco, uno sciocco non può fingersi intelligente». Gramsci, Antonio. Letteratura e vita nazionale. Roma: Editori Riuniti, 1979, 15-16.

la legge (del) Reale [18 ottobre 2011]

In generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora, repubblica delle lettere, taking action on novembre 16, 2011 at 5:27 am

Mi scrive mia madre – il che di per sé è un evento – dicendomi preoccupata che in Italia vogliono rimettere in vigore la Legge Reale. Lo so già. Ho letto la notizia un’ora dopo che era uscita sui giornali, e non mi stupisce, nel clima del mio Paese.

Non ho MAI dico MAI pensato che Di Pietro fosse di sinistra ed questo è il motivo per cui MAI, dico MAI, l’ho votato. Ho fatto cose di cui mi sono pentita, in cabina elettorale, ma MAI dico MAI ho votato Di Pietro, anche quando ci sono stati compagni che si sono lasciati abbindolare dalla sirena dei vari Giulietti Chiesa e delle varie Franche Rame candidati nelle fila di IDV.

Il punto è che a me (classe 1983), la Legge Reale, in barba al suo spettrale nome lacaniano, evoca determinate cose. Per esempio, gente morta sparata (uso il verbo transitivamente in barba alla grammatica) per non essersi fermata a un posto di blocco. Un’infrazione, certo, ma passibile di morte? Invece a molti viene in mente solo il desiderio (quanto, esso stesso borghese o, come si sarebbe detto un tempo, “benpensante”), di tracciare contorni, di dormire sogni tranquilli, senza il rischio che qualcuno venga a tingerli di nero.

È normale che, quando le leggi vigenti (quelle della democrazia) sono screditate, si affermi il desiderio di nuove leggi. Così, quando un cantante viene diffamato da un sito che è una fogna a cielo aperto, si invocano leggi restrittive contro la Rete nonostante esistano già strumenti legali atti allo scopo. Quando vengono commesse delle azioni criminose (per le quali la magistratura e le forze dell’ordine hanno già la possibilità, il diritto e direi il dovere di acquisire prove, filmati, etc, senza lanciare idiote quanto disinformate cacce alle streghe in rete), si invocano leggi speciali. Senza comprendere che la trasformazione dell’ordinamento politico e giudiziario è l’istituzione di una nuova realtà, storica e sociale, da cui non sempre è facile tornare indietro.

Le coltri di fumo nero che avvolgono l’Italia sono molte, oggi. Sono quelle di chi ragiona dal punto di vista dei propri personalismi, di chi ragiona per “bianchi” e neri”, alla comoda di ricerca di un altro su cui scaricare il proprio odio. Misseri, Vasco, il banchiere di merda, lo sbirro di merda, il blackbloc di merda. Va bene tutto.

Sono quelle di chi parla a nastro, essenzialmente, perché a gridare oscenità dietro uno schermo (magari domandando a gran voce di sapere i “nomi e cognomi” dei colpevoli, o presunti tali) ci vuol poco, e ci si sente grandi. Sono quelle di una sinistra che ha perso talmente tanto il senso della propria identità da confondere piani e situazioni storiche, per cui la mafia, gli anni di piombo, tutto stesso case impasto verbale. Legge Reale, DASPO, intercettazioni. Tutto uguale. L’importante è chiedere scusa, possibilmente in diretta.

Ed è questo che porta a dire che il berlusconismo (ma il termine da usare sarebbe un altro, perché non si trova Berlusconi solo in Italia) ha fatto presa nelle menti. In quelli che sfasciano una vetrina pensando alla foto che li inquadrerà, senza sapere di posare secondo un cliché ormai buono per i fotografi di moda (e se fossi una critica letteraria direi, con Lacan, che appagano il desiderio del Grande Altro, ma aver letto Lacan non ha mai salvato nessuno da se stesso). Ha fatto presa in quelli che si sentono (come scriveva qualcun altro meglio di me), più “sfigati” e più “disoccupati” degli altri, chiunque siano, questi altri. Magari perché non sono davvero pronti a mettere in discussione le tante cose inutili che costellano il nostro stile di vita. Ma ha fatto presa anche tra quelli che si classificano aprioristicamente e apoliticamente tra i pacifisti, dimenticando che anche il pacifismo è costruzione, è complessità, è lotta nonviolenta che mette in gioco il corpo.

Essere davvero pacifisti è cosa che richiede un coraggio infinito. Voglio essere onesta ed ammettere che non so se trovo in me un grammo di questo coraggio. Non lo si trova da soli, il coraggio di durare, di essere “responsabili” di un metro quadrato. E non ha niente a che vedere con il fatto (sempre discendente dalla stessa logica legalitaria e tardo-illuministica) di esporre il proprio nome e cognome. A volte è politico negare il cognome, per esempio coprendolo con una X. Il corpo conta molto più del nome.

Il punto è che non basta sostituire Paolo Bonolis con Beppe Grillo, Rete 4 con Facebook, Ambra Angiolini con V for Vendetta (e nemmeno Microsoft con Mac, se è per questo) per cessare di essere spettatori e consumatori. Invece c’è un’intera generazione che si sta formando alla politica solo su Facebook (ed equivalenti). Forse è anche per questo che, di fronte alla Legge Reale, e alla delirante proposta di un partito che oltretutto sarebbe l’opposizione, non tutti saltano sulla sedia. E anzi, alcuni continuano imperterriti a cliccare “like”.

i-camp [16 ottobre 2011]

In facebbok on novembre 16, 2011 at 5:24 am

icamp

Palo Alto, CA. A 12,4 miglia da Cupertino.
Pensavamo fossero acampadas. Invece era gente che si era messa ad aspettare due giorni prima l’uscita dell’i-phone 4. Commentare sarebbe superfluo, oltre che moralistico. Ma dubito che si possa avere un esempio migliore di “narrazioni tossiche”, e della perversione commerciale del significato di parole come “revolution”, “revolutionary” e affini.
E questo, senza nulla togliere a coloro che in questi giorni, al netto di ogni possibile critica politica o sociale, hanno voluto esprimere rispetto davanti alla morte di un uomo.

pietà l’è morta [24 settembre 2011]

In generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora, taking action on novembre 16, 2011 at 5:23 am

Mi piacerebbe che il video in cui le forze dell’ordine sgomberano un gruppo di tunisini a Lampedusa costringendoli a saltare da tre metri d’altezza fosse stato condiviso, ricliccato e spammato quanto il filmato dell’oscena intervista a Terry de Niccolò – un’intervista peraltro importante, perché nel masticamento verbale della escort si declinano i termini di un nuovo fascismo light, tra il paillettismo del sogno berlusconiano e il fascismo da uni-posca di frasi come ‘meglio un giorno da leone che cento giorni da pecora’, eternata sulle porte di migliaia di cessi.

Invece, per la maggior parte dei miei connazionali, pare che il corpo possa costituire corpo di scandalo solo quando, perfettamente depilato e lucidato, esso si offre in pasto al drago, e non quando esso è vittima di violenza, di fame, di malnutrizione, quando sopporta le tempeste e rischia la morte, quando è oggetto di manganellate e sassate (chi è senza peccato, diceva qualcuno…).

Guardavo quei corpi saltare dalla balaustra, indistinti, ridotti a numero, a quantità, a esubero. Maschi e femmine indistinguibili, il semplice ritmo delle persone costrette a lanciarsi nel vuoto e saltare, senza il tempo di prendere la mira, salvare gambe e braccia un lusso che non viene concesso. Persone che cadono come pezzi di legno.

Non era diversa da altre scene che ci commuovono in film, fumetti o libri, questa immagine: solamente, era vera e ci riguardava da vicino. Ma l’Italia sembra aver voltato la testa da altre parti, attenta ad altri corpi, ad altre vittime.

In tutto questo mi viene in mente un episodio accaduto nel lontano 1999. Pochi anni dopo il grande esodo dall’Albania (e dalla strage di Otranto, che portò Moretti a criticare una generazione di politici cresciuti con Happy Days), e pochi mesi dopo l’invereconda espulsione di Ocalan dall’Italia, ci fu, in Calabria, a Soverato, uno sbarco di curdi. Ricordo nitidamente, al telegiornale, le inquadrature della nave che si accostava a riva mentre decine di abitanti sulla spiaggia applaudivano il salvataggio di tante vite umane. Ricordo la mobilitazione popolare che portò a raccogliere coperte, generi di soccorso e alimentari per “i curdi del palasport” (uno di quei paesi era cui quello dei miei nonni: ho una nitida memoria delle casse di succhi di frutta raccolte nei locali della Pro Loco). E ricordo la nostra sorpresa (e, devo dire, il nostro orgoglio) quando il sindaco di un comune povero e spopolato come Badolato Superiore aprì le porte ai nuovi arrivati, invitandoli a rianimare le strade di un paese fantasma. Molti sono poi ripartiti, vuoi perché fin dall’inizio avevano come meta la Germania, vuoi perché in una regione povera c’è poco altro da fare se non le valigie, indipendentemente che si sia curdi o italiani.

Mi piace ricordare quell’Italia come si ricorda un parente caro scomparso da anni. Perché è evidente che quella parte di Italia è morta – quella parte, dico, capace di accogliere nonostante l’ignoranza o la diffidenza che pure ci dovevano essere, capace di ricordare i tempi in cui ad accalcarci sui bastimenti per Buenos Aires o Nuova York eravamo noi, capace di distinguere il momento delle legge, col suo inevitabile rigore, da quello dell’umanità che va custodita e salvaguardata prima di ogni cosa.

Pietà, l’è morta, e con la pietà l’Italia.

beware of bloggers. riflessioni su “contagion” [21 settembre 2011]

In attitudine popular, cinema on novembre 16, 2011 at 5:22 am

Fate attenzione ai blogger. Si presentano come indipendenti, interessati solo alla verità o alla corretta informazione (che suona più laico). Ma chi vi dice che siano davvero indipendenti come sembrano? Come fate a fidarvi delle loro motivazioni?
Potrebbe essere questo, in estrema sintesi, il messaggio più ambiguo di Contagion, ultima fatica di Steven Soderbergh (già regista di Sesso, bugie e videotape, Che e Solaris), presentata pochi giorni fa a Venezia e già distribuito da tempo nelle sale nordamericane.

Contagion è un film a metà fra il thriller, la distopia e – almeno per come è pubblicizzato e per un paio di scene – l’horror. Appartiene in pieno, dunque, a quella classe di narrazioni spurie e proliferanti che sembrano essere oggi il brodo di coltura per il ritorno in grande stile della fantascienza, non più alle prese con alieni e guerre interstellari ma con le complicazioni politiche di casa nostra, cioè l’impero e le sue periferie.
È un film ben fatto, a volte un po’ disconnesso tra le sue parti ma nell’insieme equilibrato, pure troppo: non ci sono orrori esagerati, dopo le prime scene mozzafiato la tensione si smorza abbastanza presto, a volte diventa né carne né pesce, e per raccontare di una storia in cui muoiono circa 25 milioni di persone (alcune interpretate da attori di spicco come Gwyneth Paltrow), non è nemmeno particolarmente tragico.
Non mi soffermo sulla trama, perché si tratterebbe di uno spoiler per chi non ha ancora potuto vederlo. Mi limito a dire che ci sono delle lievi somiglianze, non evidenti, sia con The Omega Man (1971), sia con il testo di Matheson che l’aveva ispirato (l’immunità del protagonista, chiamato a combattere per la salvezza della propria figlia, o il ruolo vitale giocato da un’infezione dei pipistrelli).

Come ogni film distopico, Contagion è un film politico, che parla della società e ne sperimenta la tenuta alla luce di un trauma potenziale. Politico non vuol dire propagandistico: e infatti il valore del film (se di “valore” si può parlare) sta nella sua ambiguità, nel lasciare un sapore dolce-amaro che lascia alla fine della visione.
È continuo il gioco con i simboli e le vicende storiche più o meno recenti degli USA, secondo una modalità di citazione (e appropriazione) di fatti storici tipici del genere. Così, ad esempio, per la somministrazione del vaccino si recupera lo stesso sistema di “lotteria” con l’anno di nascita che fu impiegato negli ultimi anni della guerra del Vietnam col ritorno al draft (chiamata di leva obbligatoria), scena madre di tanti film — penso ad esempio alla scena di Ragazze interrotte, dove la protagonista assiste all’estrazione della data di compleanno del suo fidanzato durante la degenza nell’ospedale psichiatrico.

Fedele specchio dei tempi, l’unico luogo che davvero conta assieme agli States è la Cina: dato che deriva in parte dalla struttura realistica che gli sceneggiatori hanno impresso allo sviluppo della pandemia (ispirata alla SARS), ma che sembra anche dare la misura di mutati equilibri storici. Di fronte alla minaccia apocalittica, esattamente come in The Watchmen, le potenze debbono coalizzarsi. E al posto dell’URSS, ovviamente, troveremo la Cina. Sempre che l’altra siano ancora gli States.
Contagion racconta insomma della lotta degli Stati Uniti per continuare a rappresentarsi come l’ago della bilancia in un mondo che cambia, ma anche della sua lotta interna per non perdere completamente ogni residuo di umanità. La retorica del “caos”, del disordine inevitabile in strutture sociali alla fine dei tempi; in cui alcuni danno il meglio di sé, ma i più si scoprono ladri, profittatori, stupratori ed assassini.

È dunque un film mediamente “imperialista”, sia pure con ambizioni progressiste, tant’è vero che rappresenta negativamente alcuni degli attori politici di destra più importanti in questi anni. I militari, per esempio, più attenti a scovare potenziali trame terroristiche che ad arginare la pandemia («You don’t need to weaponize bird flu. The birds already do it for us», esclama a un certo punto l’epidemiologo Ellis Cheever, interpretato da Lawrence Fishburne, indispettito dalla mancanza di comprensione dei suoi ottusi interlocutori ancora caccia di streghe).
E, sempre nella prima metà della pellicola, dietro al gruppo di donne che contestano l’apertura dei primi ospedali da campo sulla base di considerazioni “economiche” (non coi nostri soldi, in sostanza), è facile riconoscere le argomentazioni dei tea-partiers, che nella spesa pubblica (garanzia dei servizi e dei diritti essenziali a tutti i cittadini, cioè “a tutti gli altri”) vedono solo un odioso dispendio di denaro.

Parlando dell’attualità, tuttavia, la vera parola chiave è, qui, overreaction. Una dinamica simile, del resto, a quanto accade nella realtà, quando i Repubblicani (che gestirono con una noncuranza e una superficialità criminali l’emergenza Kathrina) si soffermano sulla reazione alla tempesta Irene e accusano i Democratici di una reazione “esagerata” (in primis per le tasche dei contribuenti), salvo invocare lo spettro dei flagelli divini….
Mentre si propongono le immagini della devastazione sanitaria e sociale creata da questo morbo, è continuo infatti il parallelo con i casi della Sars o della H1N1, considerati da molti episodi di panico gonfiato ad arte per garantire gli interessi dei grandi marchi farmaceutici.
Meglio reagire in modo esagerato che lasciare la gente a morire, ripetono in continuazione gli epidemiologi e i militari, nel corso del film. Da qui a riconsiderare i “falsi allarmi” di Sars e h1n1, il passo è breve. Allora esagerammo, è vero: ma se non avessimo fatto niente?
In altri termini, se dobbiamo scegliere tra il disinteresse ostentato dai “falchi” verso chi non appartiene alla loro cerchia (religiosa, economica, sociale che sia) e il governo del panico, tanto vale scegliere quest’ultimo. Poco importa che sia proprio governo del panico la più importante arma di cui dispongono i “falchi” per aumentare il proprio potere e la propria credibilità.

E che non ci sia scampo, rispetto al governo del panico, lo dimostra anche la storia dell’altra “infezione” narrata dal film, molto più pericolosa della malattia letale: il contagio del panico e della disinformazione che infetta le menti di chi si affida alla rete. Una delle tante sottotrame, infatti, riguarda il personaggio di Alan Krumwiede, caricatura di pseudo-giornalista complottista cui Jude Law presta un’interpretazione sopra le righe e decisamente poco verosimile. Con una qualche credibilità, il personaggio di Krumwiede sembra motivato più da risentimento verso le redazioni ufficiali (colpevoli di avergli sbarrato la porta) e da esibizionismo che da interesse personale, anche se quest’ultimo prevale. L’unico vero cattivo del film, insomma, è un blogger, che semina il terrore e infonde fiducia in palliativi assolutamente inutili, senza nemmeno le attenuanti concesse agli altri personaggi che si macchiano di corruzione: il blogger non cerca di salvare la vita dei propri cari, non cerca di sconfiggere una malattia letale costi quel che costi, è mosso solo dalla vanità per i suoi 12 milioni di click giornalieri.

Attenzione, sembra dire, il film: i militari saranno ottusi e conservatori, ma hanno pur sempre a cuore l’interesse nazionale e, se accade qualcosa di davvero grave, conviene averli in pretty good shape. Capillari, operativi e forti. Fate attenzione, dice ancora Soderbergh: I gruppi farmaceutici controllano l’informazione mainstream, ma chi vi dice che non possano aprire, con le stesse tenaglie, le menti e le bocche dei cosiddetti media indipendenti? “Chi c’è dietro i dietrologi?” potrebbe dunque essere la domanda (in parte anche legittima) di un film che però ha solo rovesci. Davvero una triste morale per tempi che avrebbero bisogno di cambiare.

l’italia è una provincia fondata su…? [11 settembre 2011]

In malatempora, taking action on novembre 16, 2011 at 5:20 am

«Una provincia come una sconfitta», cantava Guccini un po’ di anni fa: e davvero, a volte guardando la geografia italiana viene da pensare che le due cose (provincia e sconfitta) siano sinonimi, con buona pace dei miti letterari, dallo Strapaese alle province post-moderne di Tondelli fino all’ultimo ‘ritorno’ dei regionalismi (che, erano mai andati via, per caso?).

Si dice troppo spesso che la cultura italiana è provinciale, che siamo ai margini, che siamo refrattari a qualsiasi contributo positivo venga da fuori. E per contro si dice che in Italia fa tutto schifo, che noi italiani non sappiamo fare niente, manco la fila alle casse. Che all’estero è tutto buono e tutto da importare, che all’estero non esistono le raccomandazioni e il nepotismo (balle). Questi due atteggiamenti fanno parte dello stesso provincialismo, così come è tipico dei provinciali idolatrare le metropoli purchessia. Ma che cosa vuol dire, davvero, essere provinciali?

Prendo le mosse dalla critica «costruttiva» proposta dai Wu Ming su Twitter qualche giorno fa, rispetto alla mancanza di comunicazione in altre lingue (leggi inglese o spagnolo) dell’occupazione simbolica di Piazza Affari: ma la riflessione nasce da più lontano, dalle tante, troppe discussioni tra “expats” circa il “perché non riusciamo ad essere incisivi da qui”, che ci si raduni o meno davanti alle sedi delle ambasciate con cartelli, fischietti, foto di Mr. B e tutto l’armamentario dell’“italiano all’estero”. Perché in questa regione vaga e indefinita che è “l’estero”, non si percepisce nulla o quasi di quanto accade in Italia? Ho una mia teoria, e per esporla in modo facile, ho rubato una formuletta a un certo Taine, usandola, ovviamente, a modo mio. Buona lettura.

[1] “Milieu”. Ovvero, dove è andato a finire l’internazionalismo?

Ci sono intellettuali siriani, palestinesi, egiziani, che scrivono in inglese. Per intellettuali intendo ricercatori, analisti politici, giornalisti, documentaristi, registi teatrali. Se io cerco informazioni su quel che accade ai confini della Siria o dell’Egitto, o su quanto accade nelle zone curde di Iraq e Turchia, mi imbatto in decine di siti bilingui (come questo, molto popolare: http://www.jadaliyya.com/). Certo, si tratta della punta dell’iceberg rispetto all’enorme mole di informazioni che probabilmente non arriva nemmeno a vedere la luce, ma insomma, permette almeno di farsi un’idea. Perché questo non accade con noi italiani?

È un problema innanzitutto linguistico. Sarà banale dirlo, ma la conoscenza dell’inglese diffusa in Italia è ancora ferma a “gin lemon” e “cheeseburger”. Permette di prenotare un volo con Ryan Air e di fare (forse) la spesa alla Tesco, ma quando si tratta di scrivere un articoletto di 10 righe, vengono i sudori freddi. Prima ho citato il caso del Medio Oriente. Bene, alcuni dei paesi che cito hanno un sistema almeno in parte modellato su retaggi coloniali, o hanno istituzioni universitarie di lingua inglese che formano non solo giovani “occidentali” in cerca di esotismo o redenzione, ma anche giovani (per quanto si tratti di una minoranza ricca e privilegiata) del proprio paese. Noi abbiamo una storia diversa e un rapporto molto più conflittuale con l’inglese, per cui i ragazzi di 20-24 anni magari sanno prenotare una camera doppia con bagno, ma difficilmente riescono a scrivere dieci righe in inglese senza errori. Bisogna tenerne conto, perché questo è un dato generale. Il nostro rapporto con le lingue straniere è infatti passato da quell’impostazione prettamente grammaticale e letteraria dileggiata (giustamente) dai ragazzi della scuola di Barbiana, a un’impostazione puramente turistica.

Poi sì, è vero, esiste la “Generazione Erasmus”. Il processo di mobilità europea è cominciato in modo massiccio solo negli ultimi due decenni, almeno per quanto riguarda l’inglese, per il francese la questione è diversa, come ognun sa. Tuttavia, non credo sia solo una questione di tempo: non credo, cioè, che tra dieci anni ci saranno intellettuali italiani con una mentalità cosmopolita e internazionale e strumenti linguistico-espressivi a supportarla, se non cambia anche il nostro atteggiamento di fondo nei confronti dell’“estero”.

È un fatto che la nostra emigrazione (tanto quella storica e tradizionale, quanto quella “qualificata” dei nostri giorni) di rado produce proficue interazioni con la classe politica locale. In Italia, infatti, il movimento di internazionalizzazione ha sempre coinciso con l’espatrio o con l’esodo (in tempi di guerra o di pace) e sono state poche le esperienze proficue di contatto politico tra chi partiva e chi restava – tra queste poche eccezioni mi vengono in mente solo i legami tra il PCI clandestino e i fuoriusciti e l’avvio della Resistenza, o l’esperienza europea della Brigata Internazionale, ma ecco, la forma più cospicua di contatto è stata forse costituita, nei decenni passati, dalle rimesse degli emigranti, indicative di un’antropologia o di un mondo culturale: alla “prendi i soldi e scappa”, insomma. Pare del resto di poter dire che alla mitologia politica dell’emigrante battuto e avvilito (alla “Italy” di Pascoli, per capirci), si sia sostituito un mito altrettanto vittimista: quello dell’italiano moderno esule politico.

È anche vero il contrario, però. La diaspora palestinese ha prodotto intellettuali che erano sì radicati, ma anche universali. Che erano informati delle vicende di tanti paesi, non solo del loro. Che sapevano cogliere le connessioni fra quanto accadeva in Palestina e in Sudafrica, per esempio. Quelle idee hanno contagiato altre lotte e altre consapevolezze. Noi italiani, invece, ci portiamo l’Italia sempre appresso, come una sfilza di salsicce legate al collo. Non riusciamo a staccarci dall’Italia, e se una volta ci trovavamo (a Chicago, New York, Toronto o Sydney) per ballare una tarantella da dopolavoro fascista, ora ci troviamo magari per parlar male di Berlusconi tra una birra e un film e una pizza con il mozzarella cheese; continuiamo a vivere, ancora dopo anni, con la testa voltata all’indietro, attenti alla stretta attualità italiana o magari alle polemiche culturali del giardino di casa più che alla “big picture” di quanto accade a livello globale. Chissà, forse anche per questo non riusciamo ad avere quella “distanza” che porta ad agire.

[2] Temps (no explanation needed).

Tradurre richiede tempo, twittare no. La traduzione è responsabile, implica automaticamente il controllo, il rapporto vivo con le fonti (e fidatevi, che quando uno trova qualcosa che “non torna”, traducendo se ne accorge molto prima), mentre il tweet è (può essere anche) compulsivo.

Questo significa che è impossibile fare un lavoro decente nella tempistica che si richiede alla comunicazione politica via social media. Mettiamoci nei panni della persona che a casa, dal proprio computer, volontariamente, decida di mettere a disposizione dell’intelligenza collettiva quello che può offrire, cioè il proprio tempo libero e la capacità di tradurre verso la lingua del paese ospitante. Arrivi a casa e invece di farti un pediluvio apri lo schermo del tuo pc (o mac, se sei veramente à la page). Magari in quelle ore potresti fare un lavoretto che ti pagano, invece no, stai lì e traduci per la “causa”. Traduci in fretta, cercando di fare un buon lavoro. Aporia. Ovviamente ci sono le parole che non ti tornano, e a quest’ora mica puoi andare in biblioteca e consultare un superdizionario da dodici volumi di quelli con cui di solito ti sbrogli nei momenti peggiori. Finisce che benedici Wordreference e i forum di colleghi. Bravo, sei stato veloce, la traduzione è fatta. Ma non sarà il caso di farla leggere a quel tuo amico madrelingua che ti deve una birra, per essere sicuri al 100%? Oppure la mandi fuori così com’è, anche se poi farà l’effetto delle traduzioni automatiche di google dal cinese? Mentre sei lì che ti interroghi, esce un aggiornamento che ti obbligherebbe a rifare il lavoro, o che lo rende semplicemente obsoleto. Nel frattempo sono quasi le 3 di notte, mandi a fanculo tutto e vai a dormire. Tanto dall’altra parte dell’oceano sono già le…?, e chissà quante altri altri aggiornamenti ci sono, ad arrivare alle 8 di domani, ora locale.

Le soluzioni? O si scrive nel proprio inglese/spagnolo rudimentale da Erasmus (se almeno quello lo si è fatto): meglio l’informazione grezza che arriva in tempo, che quella elaborata che arriva quando ormai viene la puzza. Oppure si propongono coordinamenti, per mettere insieme risorse e competenze in tempo utile, stabilire priorità, modularizzare il lavoro in modo da procedere in tanti e bene. Qualcosa del genere esiste già, e funziona molto bene secondo me, per quanto riguarda l’informazione estera sull’Italia (il sito “Italia dall’estero”, che seguo raramente, e solo come lettrice).

È chiaro, però, che per tradurre ci deve anche essere qualcosa da tradurre. Le grandi rivolte in genere parlano da sole, anche quando sono sottoposte a isolamento e pesanti censure sul piano tecnico. A volte ho invece la sensazione (una sensazione che dura perlomeno da 11 anni) che ci sia la tentazione di “manipolare” l’informazione, di far esistere l’evento attraverso la sua rappresentazione (la quale, come ognun sa, è comunque una forma di esistenza). Ma su questo preferisco sorvolare, finirei per essere saccente e sprezzante verso le persone che comunque sono lì in Italia e cercano di fare qualcosa, e davvero, questa è l’ultima delle mie intenzioni.

[3] “Race”. As in, Italiani,“vil razza dannata”.

L’Italianità è una nozione basata sull’occultamento delle differenze, basti pensare alle minoranze linguistiche di cui nessuno parla oppure al rifiuto di considerare italiani i bambini nati sul suolo italiano, o, ancora, a quel vero e proprio “canone nascosto” che sono le letterature dialettali (opportunamente rispolverate come simulacri nostalgici, ma represse politicamente e artisticamente durante la loro intera secolare esistenza).

Da un punto di vista culturale, però, l’italianità si fonda sul rifiuto della propria cittadinanza, sul sentirsi «stranieri in patria» (un’inchiesta interessante è stata condotta da “Nuovi Argomenti” per il numero di gennaio-marzo 2011: qui, sul sito di DoppioZero, si possono leggere le risposte degli intellettuali interpellati), secondo una condizione che in parte è quella di qualsiasi vero artista (lo scrittore non scrive in francese o spagnolo, scrive nel proprio idioletto), in parte è esasperata da una situazione politica che, nell’arte, non vede ormai più nemmeno una forma di intrattenimento, di legittimazione e financo un orpello decorativo.

Eppure, proprio alla prova della traduzione, il concetto “io non mi sento italiano” non regge. Provate a dirlo in inglese o in francese, e vediamo se la suona. Di sicuro non qui, dove si legge di continuo una frase come “Proudly Canadian” (non parliamo della cittadinanza USA, per cui potrebbe davvero valere il dialogo che San Paolo ebbe con un anonimo tribuno, si veda At, 22, 27-28). Come si fa a “sentirsi” (o non “sentirsi”) cittadini del proprio paese? Mi sento di riproporre in questa sede alcune considerazioni dell’amico e compagno di lotte Fiorino Pietro Iantorno, oggi Consigliere Comunale della Federazione delle Sinistre con la maggioranza di Centro-Sinistra a Siena. Il post è lungo e incazzato, se volete ve lo leggete qui, io ve lo consiglio. Quel che dice FPI, in sintesi, è semplice: dice, basta col mantra “Io mi vergogno di essere italiano”, fa parte dello stesso lamentismo cazzaro che poi porta l’80% degli italiani a sostenere i privilegi dell’altro 20%. Gli Italiani di cui parlava Gaber siamo noi, ciascuno di noi, e siamo noi stessi, i primi responsabili del Berlusconismo. Non potrei essere più d’accordo.

L’Italia è un paese auto-immune. Ha secolarmente espulso da sé il germe della diversità. Lo fa anche oggi, con quell’esodo di massa che si chiama, giornalisticamente, «fuga dei cervelli». Ha prodotto intellettuali in serra, in filiera, al proprio interno. Che hanno rifiutato il contrassegno dell’Intellettualità a chi aveva un odore diverso. Ma è anche vero che la reazione stizzita di chi vorrebbe dirsi “non-italiano” fa parte dello stesso processo. (Attenzione, questo è un paradosso. Ma non sono io che ragiono male, è la realtà che è piena di paradossi ed esplode da tutti i lati come un campo minato). Troppo facile negare la propria cittadinanza, con un tratto di penna o un colpo (di spugna). Fa parte della stessa amnesia collettiva.

Il paese è come la mamma, non te la scegli (sono volutamente ironica, dato che mamma e mammismo sono ormai gli unici prodotti della nostra esportazione). E questo odio, o disprezzo, si muta facilmente nell’elogio di quelle stesse contro-virtù che in teoria condanniamo a gran voce, di quei “difetti” dei quali, sotto sotto, andiamo fieri.

Ed ecco perché siamo pieni di “intellettuali” autoproclamati e non (ma anche di militanti, cantanti, giornalisti, blogghettari….) che dicono di non sentirsi Italiani, ma poi a conti fatti non parlano nessun’altra lingua (o dialetto) che non sia l’italiano.

senza titolo [5 settembre 2011]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 5:16 am

Sono stati due mesi di “ferie forzate”, questi, per Parla Coi Muri. Non per la sua autrice, che quest’anno le ferie non le ha viste nemmeno col binocolo – anche se mi sono guardata bene dallo scrivere post lagnosi o esternazioni “social”; anzi, se c’è una cosa che mi sta qua, ma proprio sul gozzo, a pari merito con le finte polaroid vintage scattate con l’i-phone da 300$, sono le lamentazioni via web, in generale.

Sono sempre stata una convinta assertrice del motto «meno è meglio», e continuerò ad esserlo, perché di post microscopici di 10 o 15 righe che riportano una notizia o un fait divers non si sente la mancanza, mentre credo che abbia senso sfruttare le potenzialità di questo mezzo estendendolo verso le forme della riflessione. Non amo, quindi, pubblicare cose a getto continuo, affollando la settimana di uscite magari buttate giù nel tempo di una sigaretta. Lo so che “i blog funzionano così”, ce ne sono molti di questo tipo che seguo e che apprezzo: il mio no, funziona diversamente. Una volta ogni 7 o 10 giorni basta e avanza, se il contenuto è di qualità – e per emettere scritture qualitativamente sorvegliate, nei contenuti e nelle forme, ci vuole tempo, il tempo di documentarsi e il tempo di rileggere.

Ma un silenzio che si protrae per due mesi ha evidentemente delle altre ragioni. Ragioni contingenti, certo: una scadenza importante calendarizzata per fine agosto, il fatto che sto finalmente entrando in tesi, il fatto che nel tempo cosiddetto “libero” ho più lavoretti (pagati! yay!) di tipo editoriale o traduttivo, il fatto che mi sono cimentata con un progetto corposo che ha assorbito molto del mio tempo e in cui sono confluite scritture che altrimenti avrei pubblicato qui, e da ultimo il fatto che, vivaddio, a volte spengo il computer per dedicarmi alle persone cui voglio bene.

Accanto a queste ragioni ne sono però subentrate altre, più profonde e complesse. Se non si cambia si muore, e il blog – dopo tre anni di vita – è soggetto alle stesse logiche. Strumento nato – in modo certamente ingenuo – per condividere le mie esperienze con gli amici “a casa”, è diventato qualcosa in più, e qualcosa di diverso, evolvendosi assieme alla mia stessa persona.

Scrivere un blog, poi, porta a confrontarsi quotidianamente con il principio della “gratuità” e della “condivisione”, così caro a chi riflette sulle forme di saperi scambiati nella rete. Tenere aperta una piattaforma come questa, sia pure per una manciata di lettori (che a volte si allarga inaspettamente ma per fortuna non è un pubblico), comporta tempo, energie, lavoro. Che tu scriva per il più prestigioso dei quotidiani o per il più oscuro dei blog, sei comunque un autore, e di conseguenza sei responsabile di quanto diffondi. Una presa di posizione scorretta o mal documentata, una frase sgrammaticata, un’informazione falsa o non verificata hanno chiaramente un effetto diverso, ma, almeno in linea di principio, la stessa gravità, che si scriva per un largo pubblico o per cinque amici intimi. Non esiste scrittura “privata” nella rete. Nemmeno in quell’orinatoio a cielo aperto che risponde al nome di “Facebook”.

In anni come questi, in cui tutto deve essere convogliato verso obiettivi precisi, “monetizzabili” o comunque utili, uno si chiede se abbia senso “investire” in qualcosa che si fa per il proprio personale piacere, come appunto un blog su cui ti ostini a scrivere per il semplice piacere di scrivere. Perché la situazione in cui viviamo noi (e per noi intendo i “cognitari” di qualsiasi genere e specie) è complessa: se da un lato siamo chiamati alla situazione privilegiata di “fare cose piacevoli per lavoro”, dall’altro tendiamo fatalmente portato a trasformare tutto il tempo , compreso quello “libero”, in tempo di lavoro. A volte perdi il controllo e vai in piena sindrome di allagamento. Tutto è lavoro – poi, chissà come, va a finire che non combini niente….

Ma la cosa che ultimamente mi ha frenato ogni volta che mettevo mano alla tastiera è stata un’altra. È stata la tendenza – quasi l’obbligo, verrebbe da dire – di seguire tutto. La possiamo chiamare “Sindrome del Ritwittatore compulsivo”, “Sindrome da Copia Incolla”, “Sindrome dell’Evento Epocale Reiterato” o semplicemente, un deficit di attenzione a lungo termine. Certi miei amici hanno siti, o account (Tumblr, Twitter, Facebook, you name it), che sembrano la Madonna Pellegrina, perché stanno sempre dietro a questa o quella cosa (senza quasi mai avere il tempo di seguirne una dal vero, opzione che comunque a me non è data), ma una settimana dopo, la battaglia fondamentale della settimana prima viene puntualmente dimenticata. Le discussioni si addensano come sciami di vespe, ma si spostano, con la stessa labilità, di fiore in fiore. Oddio, l’hai letto questo? L’hai sentita quest’altra? Hai commentato la tal notizia? E allora mi viene, per reazione, la fobia di internet. La voglia di stare in silenzio, resistere in questa apnea verbale un minuto di più degli altri. Il senso di incomprensione totale, perché non fai a tempo a documentarti su una cosa, a cercare di capirla, di informarti come si deve, che già “si parla di altro”. Il senso dell’inutilità, anche, di quel che uno può dire o commentare – perché il primo dovere di chi usa strumenti intellettuali è quello di rendersi immistificabile, e invece le nostre parole si impastano alla saliva del Leviatano, sono in partenza comprese in una macchina incontrollabile.

Ora, scrivo questo e sembra che il problema sia nostro, delle persone che scrivono e commentano e perdono tempo con la rete. E magari a volte, è davvero è un problema soggettivo, di persone che stanno dietro ai monitor come in una bacheca privata, o che usano la rete come uno sfogatoio di frustrazioni personali. Ma io credo che questi casi siano minoritari, e non spieghino il continuo rincorrersi delle “mode”. Penso che il problema sia nella realtà, per una volta, e non nella trascrizione. Perché quella che abbiamo di fronte (in Italia e fuori d’Italia, nei diversi pezzi di questo capitalismo ormai rottamato ma non per questo meno pericoloso, anzi) è una strategia di attacco su più fronti. Ed è questa continua moltiplicazione e proliferazione dei fronti che rende impossibile “fare sistema”. L’attacco è a tutti i livelli. Sul fronte economico e su quello culturale. Su quello storico e su quello del diritto. Su quello simbolico e su quello reale (del resto in Italia si fa ormai fatica a distinguere, tra un simbolico che mai è stato più incarnato e “realtà economiche” che hanno ormai l’evanescenza di spettri). E la proliferazione dei fronti non è l’effetto malefico di una strategia indotta dall’alto, o di un complotto della spectre. È la forma correntemente assunta dal Leviatano Italia. Stiamo vivendo il collasso. Quello che abbiamo di fronte è la metastasi. La malattia è ormai inarrestabile e segue uno schema proprio, imprevedibile e letale, proliferando continuamente in tutti i sistemi, in tutti i pezzi diversi di Sistema. E non c’è niente da festeggiare. Perché, come ormai è sotto gli occhi di tutti, il collasso non implica affatto che le cose siano più semplici, che basti una spallata finale e poi si cambia. Al contrario, questo caos implica l’assenza di visione, e di chiarezza. Perché tutto è impastato a tutto. Bisogna combattere dentro a questo fango, ricostruire l’edificio mentre l’incendio che lo devasta è ancora in corso.

Ecco, se mi rimetto a scrivere non è perché credo di avere la chiave che può forzare questa impasse, o spiegare questo collasso. Né perché ho trovato la formula che magicamente aggregherà tutti questi contenuti, integrandoli in un unico discorso coerente. Ma semplicemente perché ho capito che, tra i molti obiettivi cui una persona dotata di strumenti critici e retorici può tendere, questo è uno degno, che vale la pena perseguire: fare sistema e non dimenticare le “lotte” (o gli hahstag) della settimana precedente. Anche questo è un corpo a corpo con il Regno di Leviatano.