parlacoimuri

Alla frontiera. Detroit, MI /Windsor, ON [26 aprile 2010]

In repubblica delle lettere on novembre 16, 2011 at 3:08 am

“Are you Canadians or Americans”, ci domanda l’autista Greyhound alla stazione di Detroit, MI, prima di accettarci a bordo. Quasi non ci fossero altre possibilità, su questo lembo di America che per convenzione è ancora USA, ma è già confine, appena prima del “tunnel to Canada”. “International students”, risponde la mia collega, che si dà ad armeggiare nella borsa per estrarne documenti e papiri vari. L’autista è già passato oltre, e mi guarda con aria interrogativa. “We’re Italians with a Canadian permit”, spiego io. “So you do have papers”, commenta sollevato, alzando il pollice in segno di vittoria. “Yeah, we have papers”, confermo, ripetendo a mia volta il gesto di troppi telefilm.
Ancora col piede sul predellino, sorrido pensando al rivelatore errore della mia collega, che ha voluto citare il suo stato in risposta a una domanda sul nostro Stato. Quasi che la ‘patria delle lettere’ – o repubblica, come preferisco chiamarla – avesse una propria indipendenza, sancita da confini e passaporti.

La repubblica delle lettere esiste, ed è segnata da un confine invisibile. Un confine che ho attraversato più volte negli ultimi tre giorni, e ogni volta con un soffuso senso di inutilità, di vacuità, mista a esaltazione e impegno. Un confine che tende a sparire, in confronto alla sofferenza che trapela sull’altro confine, quello reale, lungo queste strade costellate di fabbriche in chiusura e concessionari di automobili che nessuno compra più.

Ho il passaporto di un’autorità che nessuno riconosce, vengo dal più “inutile” e screditato dei regni. Non lo dico con la finta modestia di chi, sotto sotto, si sente indispensabile: è un mantra che mi ripeto di continuo, e credo sia la forma soggettiva assunta dal complesso di inferiorità che scandisce la vita di ogni straniero. Sento tale minorità nel mio corpo, una minorità resa doppia dalla mia diversa nazionalità, di italiana fuor d’Italia e di letterata (che si complica se ve ne aggiungo una terza, l’esser donna: biologicamente maggioranza, minoritaria nella cultura). Ancora per poco il mio corpo mi salva, agilmente contrabbanda gli anni che mi rendono un enigma, dei miei 27 anni ne lascia trapelare 21 scarsi, e a volte meno. Dimostro un’età in cui si può ancora studiare, senza per forza passare per “studenti a vita”. Ma già adesso annaspo se mi chiedono cosa ci faccio qui, percepisco un’accusa di pigrizia, di svogliatezza, di infondatezza. Punto l’accento sul fatto che insegno, insomma, non sono completamente parassitaria, a qualcuno servo: così, almeno, cerco di “giustificarmi”.

A chi “serve” il nostro lavoro? È una domanda che non abbiamo il diritto di eludere in nome di facili e consolatorie filosofie del superfluo, di paradossali quanto sofistici elogi dell’inutilità. Il mio lavoro non allevia la giornata della donna che viaggia con me, zoppicante sotto il grasso e forse sotto altro, data la tumefazione dell’occhio destro, livido sotto il colore scuro della sua pelle. Non scrivo storie capaci di regalarle un’ora d’aria. Non aiuto i suoi figli – se non a “imparare”; e cioè perpetuando il potere alfabetico, che stabilisce la continuità dell’esclusione dei molti a opera dei pochi. Il mio lavoro non aiuta chi ha perso il suo, di lavoro. Il mio lavoro, a ben guardare, non è nemmeno un lavoro. Non produce, non fa guadagnare. È fuori della dinamica del plusvalore. Non è meno inutile di queste fabbriche di automobili, che, a ben guardare, non producono altro che cieco accumulo e distruzione. Valeva la pena di distruggere milioni di ettari di foreste o praterie per questa infinita ripetizione di Boston Pizza, Home Depot, Joe’s No Frills, BMW, in questo alternarsi solo apparente di parcheggi e concessionari, di ‘drive in’ e ‘drive thru’, fabbriche e malls, shopping plazas e vendite all’ingrosso?

Continuo a guardare la pianura, appena mossa da qualche lieve avvallamento o pendio, che scorre immutabile. Mi sembra di riconoscere i capannoni della mia via Emilia, il tratto di SS9 a Nord di Bologna, da San Giovanni fino a Modena senza percepire un solo stacco visivo. Ma è tutto più grande, più sgargiante, più disperato, urlato come il patriottismo delle bandiere canadesi issate di continuo a difendere non si capisce più quale frontiera. E tra una palazzina di mattoni smaltata in blu hammurabi e un improbabile ristorante cajun, mi domando se lo scorrere incessante di questa pianura degradata sia poi così diverso dallo scorrere di mossette e parole sullo schermo di quel televisore che non ho più.

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