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amori felici [10 marzo 2011]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 4:51 am

Sono giorni di silenzio (obbligato) e di tristezza. Avrei varie cose da scrivere, ma devo lasciarle in sospeso a scalpitare per un po’, non posso dedicarmi a tutto quel che vorrei approfondire, ci sono scadenze da rispettare e un affitto da pagare. Sono giorni di clausura monacale, in cui la compagnia umana è inquinata dallo stress e devo sforzarmi più del solito di ricordare che attività come la catena di montaggio, la raccolta delle pesche o anche solo un turno da Tim Hortons sono comunque peggiori di questi “lavori forzati” accademici.

È meglio della catena e del cantiere, questa vita. Ma non  è comunque facile, e per tanti motivi.

Cerco parole adatte a esprimere quello che provo, e le uniche che mi vengono sottomano non sono mie. Sono versi di Louis Aragon, letti la prima volta nel 2005, e dimenticati fino ad ora. Avevo 22 anni, non avevo amici , prendevo tutto sul serio, come ora, ero molto triste e molto determinata, proprio come ora, ma forse con più slancio, perché non mi rendevo conto di quanto fossi giovane e di quanto la giovinezza fosse breve. Li rileggo ora,in questa specie di eremitaggio forzato che ha in sé una vena di manìa, in questa specie di esilio che non potevo immaginare così lungo e così duro, e che mi porta a ridiscutere ogni sfumatura di quel che ho sempre inteso per lavoro politico, lavoro culturale, profondità dell’essere umano.

Rien n’est jamais acquis à l’homme Ni sa force
Ni sa faiblesse ni son coeur Et quand il croit
Ouvrir ses bras son ombre est celle d’une croix
Et quand il croit serrer son bonheur il le broie
Sa vie est un étrange et douloureux divorce

Il n’y a pas d’amour heureux

Sa vie Elle ressemble à ces soldats sans armes
Qu’on avait habillés pour un autre destin
A quoi peut leur servir de se lever matin
Eux qu’on retrouve au soir désoeuvrés incertains
Dites ces mots Ma vie Et retenez vos larmes

Il n’y a pas d’amour heureux

Non ho mai amato così tanto questa vita, che non mi ha mai fatto soffrire tanto come ora. Non ho mai cercato tanto intensamente di andare a fondo nelle cose, e le cose non mi hanno mai ripagato tanto male, o in modo tanto precario e sfuggente, come in questi ultimi anni. E, dimenticavo: non ho mai amato così tanto il mio paese come nel momento in cui l’ho lasciato:

Il n’y a pas d’amour qui ne soit à douleur
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit meurtri
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit flétri
Et pas plus que de toi l’amour de la patrie
Il n’y a pas d’amour qui ne vive de pleurs

Ho sempre pensato istintivamente che l’unico modo di amare (la vita, gli altri, il proprio paese) fosse questo, provare a stringere con slancio persino l’ombra che non si impiglia alle mani, non temere la perdita e la sconfitta ma “osare perdere“, non aver paura dei pianti e delle ferite e, se necessario, degli “omicidi” che fanno parte di ogni crescita. A quasi trent’anni, al termine una lunga giovinezza, ho finalmente capito, anche razionalmente, che non esistono amori felici.

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