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auto-intervista a un anno dalla laurea [24 novembre 2009]

In malatempora, partire o restare on novembre 16, 2011 at 2:35 am

Non me ne sono accorta subito, ma solo in tarda mattinata, sbirciando l’orologio, nel basement dove ho il mio orario di ricevimento.
Oggi è il 24 novembre 2009.
Ho ricacciato indietro il pensiero, avevo appuntamento con uno studente, dovevo essere professionale. Ma oggi è il 24 novembre 2009, ed è passato un anno esatto dal giorno della mia laurea.
Un anno, un fuso orario e un oceano.
Signorina, a un anno esatto dalla sua laurea, come definirebbe la sua condizione occupazionale?
Ora più, ora meno, l’anno scorso a quest’ora stavo uscendo dall’Aula B – o era l’Aula C? – del Dipartimento di Italianistica, via Zamboni 32, Università di Bologna, col titolo di Dottoressa Magistrale.
Un anno fa, a quest’ora, ero ubriaca di sorpresa e di adrenalina.
Un anno fa, a quest’ora, ero ubriaca di vino, in compagnia di persone che forse non rivedrò più.
Un anno fa, forse, mi sono domandata: “Cosa starò facendo tra un anno a quest’ora? Avrò un lavoro? Sarò ancora disoccupata?”
Di certo, qualsiasi immagine mi fossi figurata, non avrebbe avuto i contorni nudi di questa stanza, i mattoni anneriti di questa townhouse, il suono di questa strada trafficata, il sapore di questa città.
Un anno fa, a quest’ora, la mia condizione occupazionale era precaria. Mollato un lavoro che mi dava ormai pochi stimoli, nessuna certezza e in cambio pretendeva molto – in un momento in cui ogni disciplina era di troppo. In cerca di una definizione stabile, “che cosa farò da grande”? Confusa sensazione che nessuna strada di quelle sognate era compatibile con la necessità di mantenersi.
Nessun lavoro cosiddetto “figo” risultava accessibile se non eri figlio di, parente di, amico di, a volte – in una città come Bologna – compagno di partito.
Tutto questo ce l’avevo in testa, cinque minuti prima di discutere la tesi.
Sono entrata nell’aula. Alla mia discussione, hanno assistito due persone. Nessun parente. Non volevo dare in pasto alla degnazione snobistica dei miei professori lo spettacolo dell’inutile, ingenua, pura euforia per il primo laureato di casa.
Nessuno dei miei genitori (entrambi diplomati, e residenti come me a Bologna) è venuto, su mia richiesta.
Non ci sono state le cugine con lo strascico, il brindisi pacchiano nel cortile, l’orrendo coretto goliardico che riecheggia a ogni sessione. I brindisi li ho fatti poi, in privato, con le persone a cui volevo bene.
Sapevo che quel giorno si chiudevano i conti di una partita già scritta, in altre sedi e con altri mezzi.
Sono entrata nell’aula con la mente rarefatta, incapace di concentrarmi.
Con la sensazione di assistere a una formalità.
Alla laurea di qualcun altro, non la mia.
Avevo il 110 e lode in tasca: questione di aritmetica.
Sono uscita, senza corona e senza applausi, in lacrime.
L’università era riuscita a sorprendermi, in extremis.
A un anno dalla laurea, faccio fatica a definire la mia condizione occupazionale.
Di occupazione ce ne sta parecchia, questo sì. Leggo le storie dei miei coetanei raccolte su Repubblica, e penso con orrore che se fossi in Italia, la mia voce starebbe lì dentro. Come stagista non pagata, come disoccupata, come contrattista alle prese con l’ennesimo rinnovo?
Ho lasciato a qualcun altro l’emozione di rispondere. A un anno dalla laurea, sono alla fine del mio primo semestre di PhD, in un altro paese, con una borsa di studio.
Certo, quando la gente mi chiede perché mai venire in Canada per fare un dottorato nella mia lingua e letteratura, cambio discorso. Il mio lavoro (che non è un lavoro) è in linea con gli studi fatti e risponde ai miei interessi. Ho uno stipendio superiore ai 1000 $ al mese. In euro quanto fa? Non ve lo dico.
Non mi pento di aver studiato una disciplina umanistica, perché l’ho presa sul serio.
Non devo chiedere soldi a casa, sono in grado di pagare le mie bollette e di fare la mia spesa: se solo ci penso mi pare un miracolo.
Credevo che la strada fosse segnata e non lo è stata, credevo che non avrei avuto sorprese e le ho avute, giorno dopo giorno.
Dovunque stia andando, la mia vita ci sta andando sulle mie gambe – che da qualche tempo hanno ricominciato a correre.
Ma non per questo ho risposte da dare, né consigli, né lezioni (come a volte fanno, con arroganza, ingegneri o economisti, che rimproverano ai colleghi umanisti di prendere lauree inutili: per quel che mi riguarda, l’unica laurea inutile è quella presa male e studiando poco).
E non credo che la mia storia smentisca quelle degli altri.
Sono stata brava, ma non necessariamente chi adesso è in Italia senza lavoro o con contratti ridicoli è meno bravo di me.
Ho avuto coraggio a partire, ma non credo che ce ne voglia meno a restare in Italia, oggi, se si cerca di vivere con dignità.
A un anno della laurea, cerco di descrivere la mia condizione occupazionale e mi mancano le parole, salvo una, forse.
Sollievo.

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