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botte da orbi e lacrime di coccodrilo: ovvero, dell’eroe destituito [17 maggio 2011]

In a spasso tra i libri, attitudine popular, canadian bacon, cinema, generazioni on novembre 16, 2011 at 5:10 am

51wJBjgCO+L«Uno non ci pensa, ma che razza di telenovela sono i campionati di seconda serie. Immaginate il mix: una vagonata di giovanotti il cui unico obiettivo è di andarsene da qualche altra parte, e che, se sono al terzo o quarto anno di seconda serie, stanno cominciando a contemplare una vita da falliti in tutto il suo splendore. E poi le donne, che, anche se non sono tecnicamente delle groupies, sono attratte da questi ragazzi solo per il loro fisico e per il fatto che bisogna pagare per guardarli. E poi le ore in autostrada, e i bar, e quelle donne che sono un po’ più “groupies”, e i tipi da motel, giovanotti instancabili che si affidano al silenzio omertoso della squadra. Non è facile dire che le storie da campionato siano fondate su qualcosa di solido, durezza del materasso a parte.
Una telenovela. Se ne vedono di belle prima delle trasferte, fuori dallo stadio, mentre l’autobus fermo manda il suo impaziente fumo di diesel, coi portelloni del carico ancora aperti. Gare a chi urla di più, richieste fatte in pubblico, occhi impiastricciati di mascara. Uno che mette dentro la sua sacca in silenzio, la sua ragazza vistosamente assente, i pettegolezzi bisbigliati. Poi sì, ci sono le coppie che sulla crisi ci marciano, ma molto di quel che si vede è dolorosamente vero.» (Bill Gaston, The good body, 2000, p. 220. Traduzione mia)

Questa mezza paginetta viene da The good body, un romanzo dello scrittore canadese Bill Gaston che parla di hockey (mai tradotto in italiano, a quanto ne so). Di una serie minore del campionato, per l’esattezza, lontanissima dunque dai riflettori della NHL e dai suoi eroi. Malgrado la scelta di un tono (e di una lega) ‘minore’, quella che viene raccontata è un’epica e una ‘telenovela’ al tempo stesso: l’epica di un eroe sconfitto (l’ex giocatore di hockey Bob Bonaduce, costretto al ritiro dopo una lunga carriera da professionista nelle serie minori), e la telenovela di un padre (lo stesso Bonaduce, che smessa la casacca ridiventa Robert, plagia un po’ di poesie a caso per guadagnarsi l’ammissione a un Master in Creative Writing e cerca di riallacciare i rapporti familiari, con esiti prevedibilmente disastrosi)

Mi pare che ultimamente questo genere di storie stiano diventando una moda. C’è l’epica dello sport minore (definizione che non si adatta certo all’hockey in Canada, ma serve benissimo altre discipline) e c’è l’epica delle seconde categorie, con le loro interminabili trasferte e la loro variegata umanità. C’è il duro che rivela le proprie miserie e la propria fragilità, e c’è lo sportivo di professione che ha abbandonato la propria famiglia e vorrebbe recuperare il tempo perduto.

507A raccontare il lato intimista di sport “violenti”, ci aveva già provato ad esempio Dan Aronofsky in un bel film di qualche anno fa, The Wrestler. Disciplina a parte, le due trame si somigliano molto, e ancor più simili sono i loro eroi, giocatori professionisti costretti dalla malattia (infarto in un caso, sclerosi multipla nell’altro) ad abbandonare la carriera e ad affrontare i fallimenti di un’intera vita. Ma ci sono anche casi più estremi, quelli in cui lo sport violento — per dirne uno, sempre il wrestling — è addirittura il veicolo del riscatto, permettendo quella trasformazione del “loser” (fallito, perdente, sfigato…) in “eroe” tipica della Commedia da Sundance (chi ha visto film come Miss Little Sunshine, sa di che parlo). E’ quel che accade in Win Win (USA 2011, diretto da Thomas Mc Carthy), brillante commedia e — parlo per esperienza diretta — micidiale relationship-killer. Agli scenari più consueti del degrado americano (i quartieri malfamati o “tough”, il distretto automobilistico falcidiato dalla saturazione del mercato, le cittadine assolate in the middle of nowhere in stile Hopper o in stile Ang Lee), si sostituisce addirittura il New Jersey dei colletti bianchi: ecco, se non è crisi questa… . Madri tossiche e nonni con l’Alzheimer, casalinghe del New Jersey piene di stereotipi ma che, all’occorrenza, si riscoprono fan di Jon Bon Jovi, avvocati sull’orlo della bancarotta: gli ingredienti della sfiga ci sono tutti. In questo insieme non poteva mancare il ragazzino problematico, che nonostante le apparenze è però un adolescente modello: pronto a non sprecare la seconda chance che la vita gli offre, divide i pomeriggi tra gli allenamenti e i compiti fatti a casa dei nonni, fa giocare le bambine di casa e spinge il carrello per la mamma, redimendosi attraverso la passione per il wrestling. Qui la sfida è all’apparenza più facile, perché non parliamo di lottatori professionisti, con costumi sbrilluccicanti da Captain America e lucidante per muscoli in abbondanza, ma di wrestler adolescenti, che si allenano sul linoleum verde della palestra scolastica; ma per certi versi l’operazione risulta ancora più strana ed ostica, almeno ai miei occhi italiani, ché il wrestling come terapia davvero, qui si fatica a immaginarlo (terapia d’urto, al limite).

In questi lavori, hockey e wrestling non sono solo sport “violenti”, ma sport che della violenza o, comunque, del confronto fisico, fanno spettacolo: una dimensione tutta “esteriore” del vivere che contrasta con l’assoluta incapacità di confrontarsi con le proprie debolezze, o anche solo con i propri sentimenti. La dimensione ‘intimista’ – si intreccia per altro alla rivalutazione degli sport tradizionalmente considerati violenti – basti pensare al vero culto che in Italia alcuni hanno del rubgy — o di quegli sport tradizionalmente considerati popolari (persino il calcio, ovviamente attraverso la mediazione di Soriano). Tanto il lottatore costretto al ritiro da un infarto, quanto il giocatore di hockey consumato dalla malattia incarnano il tipo dell’eroe destituito, il supereroe paralizzato e ormai incapace di volare e di illuderci: un supereroe sfigato, pronto a tradire le nostre infantili aspettative eppure, proprio per questo, capace di riscattare i nostri fallimenti di adulti.

Nella potenza scenografica dei propri muscoli il wrestler mantiene le sembianze di quelle action figures che ne sono l’icona più scontata — non a caso Aronofsky gioca su questo tema, con continui scarti di prospettiva tra l’eroe Randy the Ram e il suo pupazzetto, che finisce, come è giusto che sia, tra le mani di un bambino vero. Allo stesso tempo, però l’eroe si mostra sofferto e consumato, costretto a confrontarsi con il fantasma della propria vecchiaia senza mai esser passato per l’età adulta: in tutto e per tutto un eroe destituito. Anziché incarnare la trasformazione dell’uomo qualunque a potenziale eroe, questi lavori mostrano la riduzione dell’eroe a nullità, e la caduta del mito infantile (la figurina del giocatore, il pupazzo miniatura del wrestling) costretto a confrontarsi con le durezze della vita adulta: una tragedia, secondo le più classiche definizioni del genere, che diventa eloquente rispetto alla nostra contemporaneità proprio in virtù del suo rapporto con forme di ‘intrattenimento’ di massa.

Se su un piano esteriore essi rappresentano una “caduta degli dei” in piccolo, nella loro vita privata questi personaggi appartengono al più tradizionale tipo della ‘trasformazione del loser in persona decete, recuperando una dimensione affettiva, riallacciando rapporti con i familiari dimenticati, riscoprendo il valore delle piccole cose e diventando ‘persone decenti’ – salvo scontrarsi, nel finale, con l’impossibilità di riscattare la lunga serie di errori seminati nel corso della propria vita. Una duplicità che si mostra anche nello sdoppiamento tra la persona creata dal nome di battaglia e quello anagrafico-ortografico (Randy/Robin nel film, Bob/Robert nel libro). Ed è prorio questa doppia natura di winners e di losers (vincenti e falliti), che rende i personaggi qui dipinti, o le loro storie, interessanti e, quel che più importa, significativi di un’epoca. All’alba del nuovo secolo, un’America sempre più triste e depressa cerca invano di ritrovare un briciolo di umanità nei propri eroi dai muscoli lucidi e sgonfi, e cerca invano di imparare a “perdere” senza lasciarsi sopraffare dalla barbarie.

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