parlacoimuri

Boulder, CO [22 aprile 2011]

In road post on novembre 16, 2011 at 5:02 am

1.

È una strana miscela di academic e di backpacker, quella che varca la soglia dell’International Hostel di Boulder, Colorado, alle 4 di pomeriggio, dopo esattamente 24 ore di viaggio (meno le due che guadagnato sul fuso orario). Sono qui per una conferenza ma, complici le ristrettezze economiche di questi mesi e una certa insofferenza per i contesti preconfezionati, ho deciso di viaggiare zaino in spalla e di pernottare in ostello. Ho bisogno di questo viaggio, nella sua duplice dimensione di ricerca e di vacanza, ne ho bisogno per staccare da un periodo troppo intenso, dai problemi, dalle preoccupazioni, dall’ennesima delusione sentimentale che a 28 anni comincia a suonare meno dolorosa ma più amara. Ne ho bisogno soprattutto per riconciliarmi con il silenzio e la solitudine che sembrano essere una componente stabile della mia vita, e che forse possono regalarmi anche qualcosa di buono e non solo le lacrime e la rabbia con cui ho lasciato Toronto. Lunghi passi, silenzio e occhi aperti sul mondo sono la mia cura, e sento che funziona. In questi giorni sento di nuovo l’ossigeno tra i miei pensieri. Ritrovo il piacere della parola scritta e parlata, della lingua propria e straniera. Ricomincio a sentire il mio pensiero ricorrente, che as long as I stay creative, I can endure this life.

2.

E’ la prima volta che soggiorno in un ostello americano e non so bene cosa aspettarmi, se il rigore teutonico (e anche vagamente stracciapalle) degli ostelli federati o l’ordine “partecipativo” di quelli indipendenti. Contrariamente alle mie aspettative, il bagno è in buone condizioni. In compenso la cucina è una catastrofe, in cui spicca il lavello ingorgato, pieno di stoviglie incrostate e resti organici in fase avanzata di decomposizione. Ciò conferma la mia sensazione che i giovani americani (unisex in questo) credono nelle proprietà auto-pulenti della loro cucina. Da sempre abituati alla lavastoviglie, si ostinano a sciacquare lievemente il loro piatto come se il lavaggio vero e proprio avvenisse spontaneamente in qualche modo misterioso, oppure si nutrono di take away abbandonando gli avanzi al loro triste destino. In tutto l’ostello, poi, non c’è traccia di un apriscatole, lacuna abbastanza grave, perché, come è noto, lo scatolame è il migliore amico di chi viaggia. In compenso trovo fruste da pasticceria, teglie per torte e persino una spatola di plastica dall’aria vintage. Accantono l’ambizioso progetto di una pasta al sugo (non sapendo come aprire i pelati) e mi rassegno a una deprimente pasta con canola oil.
Dovrò prima lavare scolapasta e pentola, pescandoli dal brodo primordiale in cui navigano. Alcune posate, dentro ai cassetti, rivelano tracce di lavaggi sommari. Pesco una forchetta che ha l’aria abbastanza pulita e me ne servo. Ho amici che nel dubbio l’avrebbero comunque sterilizzata, ma io credo nelle difese immunitarie e va bene così. Se c’è una cosa che non tollero è la maleducazione di questi ragazzini che si danno il sanitizer sulle mani ogni due minuti e poi ti lasciano una cucina in questo stato.
Mentre contemplo triste il lavacro delle penne barilla nell’acqua bollente, entra in cucina un tizio brizzolato in divisa da biker. Dopo aver inveito contro le giovani generazioni, commenta serafico “Se non lo fa nessuno, lo faccio io”, e si nette a lavare i piatti e a sgorgare il lavandino. Più tardi, mentre mi apre i pelati col suo apriscatole da campeggio, mi racconta che ha 50 anni, che è irlandese e che gira il mondo a bordo della sua moto scattando foto paesaggistiche. Gli capita di rado di entrare negli abitati, e quando ciò avviene è quasi un problema, la presenza di negozi lo convince a comprare sempre troppa roba e se viaggi in moto, portarsi dietro un gallone di latte può essere complicato.

3.

L’ostello è vicinissimo a University Hill, la zona universitaria di Boulder o, potremmo dire, il suo “quartiere latino”. La zona universitaria si distingue per un’altissima concentrazione di negozi di oggettistica etnica, ristoranti (a predominanza messicana o presunta tale), librerie (due, una universitaria e una indipendente), bar e caffé con wi-fi ben pubblicizzato sulla porta. Trovare un alimentari, invece, è un’impresa e quel che trovo è in tutto e per tutto un corner shop: prezzi altissimi, prevalenza di junk food su cose commestibili, prevalenza di secchi e scatolame sui freschi — questi ultimi si riducono a un cesto di mele dall’aria abbacchiata, ad alcune banane e due cipolle dall’aria non molto più pimpante.
L’aria è satura di luce e colori. Ovunque ragazzini che strillano, che si saltano addosso, che bevono ai tavolini di un bar. Sono le 5, la giornata dello studente è finita e ci si gode il riposo nella sera dolce di aprile. Due ragazze dai capelli finto-biondi e short ascellari agitano le gambe ritmicamente dalla finestra di un secondo piano. Una macchina all’incrocio si ferma. Tra le due ragazze e i giovanotti all’interno dell’abitacolo si avvia un dialogo a suon di urli e colpi di clacson. “Come over here”, urla a un certo punto una delle due. Me ne vado senza aspettare di vedere che succede.

4.

La grandezza del campus mi impressiona. Sono stata in altri campus universitari grandi come o più di questo, il mio incluso, ma erano sedi centrali di atenei di prestigio, anche se non Ivy League. Questa è una sede decentrata, in teoria, e ha strutture impensabili. Anche la popolazione studentesca mi sembra più attiva di quel che uno si aspetterebbe in un piccolo ateneo del Sud Ovest. Nella food court ci sono gruppi di solidarietà nativa e una cellula di Amnesty International, al 3º piano mi imbatto in numerosi uffici di associazioni studentesche, compresa una di Studenti Musulmani, associazioni arcobaleno e LGBT, e quant’altro possa allontanarsi dallo stereotipo alla Animal House. Nello sconfortante panorama della Libreria universitaria (dove magliette e oggettistica dei Colorado Buffs la fanno comunque da padroni sui libri) fa bella mostra di sé l’ultima fatica di Amy Goodman, Breaking the sound barrier. Attività e attivismi a parte, la sensazione prevalente è che i ragazzi non si ammazzino di studio, un po’ come ovunque in Nordamerica. Stesi al sole come lucertole, o impegnati in immaginarie partite di rugby su cortili e prati trasformati in palestre a cielo aperto, sono abbronzati e allegri. La presenza ubiqua di cartelli che invitano a non andare in skateboard è continuamente contraddetta da eserciti di nuovi Marty McFly.

5.

Boulder a pelle mi piace subito. Con gli alberi e le gemme incrostati di luce è facile, io vengo da Toronto dove oggi sta nevicando. Penso che mi piacerebbe stare in un posto come questo, magari non tutta la vita ma per un periodo magari sì. Anche i Coloradeans che incontro mi piacciono, sono cordiali e aperti senza diventare invadenti. Uno dei relatori che incontro al convegno — un musulmano che è venuto a insegnare qui — mi conferma la stessa sensazione di relativa apertura e ingenuità. Certo, la linea del colore è sempre lì (i ragazzini bianchi a studiare, bere o correre, mentre neri e messicani servono il loro cibo e puliscono la loro merda), ma trattasi di costante difficilmente eliminabile in questa nazione.
Invece di dirigermi verso la downtown (che vedrò più avanti di sfuggita, e che si distingue a malapena dal paesaggio artificiale dei suburbs), approfitto della presenza di parchi piccoli e grandi e di sentieri molto frequentati alla periferia ovest della città. Non c’è soluzione di continuità tra la città (in cui predominano i larghi spazi e le ampie costruzioni del suburb) e la natura, ma una infinita serie di stadi intermedi in cui si può sostare a piacere.
Mentre mi avvio verso il torrente (noto come Boulder Creek), due rockettari grassi con baffi da cowboy e magliette nere unte, stravaccati sul gradino di una casa, mi guardano sornioni: “Thanks for keeping Boulder beautiful”, fa il più stordito dei due. In altri anni la cosa mi avrebbe infastidito, invece non me la piglio, anzi li ringrazio con un’ironia che probabilmente non viene colta, senza smettere di camminare.
La via cittadina prosegue in una ciclabile asfaltata e in una pista pedonale (che per lo più coincidono ma a volte si divaricano per brevi tratti) che costeggiano il torrente, tra panchine e un piccolo stagno da pesca dove, intima un cartello, possono pescare solo i minori di anni 13. Ogni trenta secondi passano joggers in entrambe le direzioni. Siamo sotto al livello della strada, il traffico continua a scorrere sopra le nostre teste, sui viadotti, ma è sempre meno rumoroso. Cartelli bilingui in inglese e spagnolo invitano i senza tetto a non ripararsi proprio lì, per il rischio di inondazioni improvvise. Passata la prima periferia, ormai fuori dall’abitato, vedo dietro a un paio di alberi un’enorme massa nera. Sulle prime penso a un maremmano, ma è troppo grande e non ha il padrone. Alza la testa e la sagoma è inconfondibile. Qualche ora dopo, google mi dirà che ho fatto la conoscenza dell’orso nero tipico di queste zone. Pare che sia comune imbattersi in fauna selvatica da queste parti, compresi coyote e puma, che scendono vicini agli abitati per nutrirsi di avanzi e rifiuti umani. È una frazione di secondo, risalgo di corsa sulla provinciale sperando che passino macchine. Se l’orso mi ha visto e ha fame, le automobili sfreccianti sono l’unica cosa che può difendermi. Rientro all’ostello a passo di corsa, ancora chiedendomi che cavolo ci faccia un orso a tre metri dalla strada provinciale. Ma forse la domanda è mal posta: bisognerebbe chiedersi invece che cavolo ci faccia una strada provinciale a tre metri da un orso.

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