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capelloni, ninfette e marziani (14 maggio 2009)

In attitudine popular, recensioni di recensioni, sci-fi on novembre 16, 2011 at 1:33 am

Certo che bisognava proprio essere dei capelloni di Berkeley, per credere agli alieni. È il 1968. Una famiglia illuminata e benestante, padre insegnante universitario, due figli adolescenti. Il maggiore, Barry, scomparso da un anno, viene ritrovato ad Abilene, Texas. Il padre si precipita all’ospedale. Il ragazzo è in stato confusionale. Non ricorda come si chiama, non riconosce i genitori e la sorellina, ha solo un vago ricordo dii nomi di strade, a Berkeley, crede di essere all’Hendrick Hospital. Non sa perché si trovi in Texas. E, soprattutto, è convinto di essere ancora nel 1967. È fermo a un anno e tre mesi prima.

Sono gli anni di Charles Manson, gli anni che vedono il trapasso di una controcultura gioiosa e allegra in un brutto, bruttissimo trip. Un oscuro scrutare, lo definirà Philip K. Dick in un suo romanzo, parzialmente autobiografico, di un decennio più tardi. Quale padre, in quella California, trovandosi di fronte il figlio diciottenne delirante e in preda all’afasia, avrebbe creduto a un rapimento degli alieni?

Questa domanda mi è venuta alla mente rileggendo, per puro caso, un romanzo di fantascienza che avevo letteralmente adorato fra la seconda e la terza media: Il drago di bronzo, di Marion Zimmer Bradley. A quell’età, che la storia fosse ambientata in una leggendaria città californiana o nel bagagliaio di un’automobile, mi era indifferente. Mi interessava il seguito, gli alieni buoni e quelli cattivi, capaci di assumere tutte le forme: chi avrebbe vinto? Non mi appariva allegorica la lotta contro l’arroganza di un pianeta che non rispettava le leggi confederali, credendo di assoggettare tutto e tutti, privo di ogni elementare solidarietà tra i membri stessi della specie, pronti a uccidere i fratelli più deboli per conservare la purezza della razza. Non coglievo, o quasi, il senso di non-violenza portato, nella tranquilla Berkeley, da quegli alieni di razza superiore, che guardavano all’istinto umano di difendersi come a una sorta di barbarie. Peace and Love.

Un mondo luminoso sarebbe venuto a liberarci – proprio come avevano fatto, in modo ancora imperfetto, gli americani con noi europei. Una specie di Piano Marshall interstellare ci avrebbe liberati, tra l’altro, dall’ossessione delle guerre, dall’ansia dei genitori nei confronti dei figli, dal pessimo insegnamento della matematica impartito nei licei. Difficile non pensare agli hippy, ma ancor più difficile pensare che quei messaggi subliminali potessero trovarsi in un libro per bambini.

Perché il romanzo della Zimmer Bradley, pubblicato originariamente nel 1969, è stato pubblicato in Italia nel 1991 per Salani, tradizionalmente editore per l’infanzia. Siamo tutti abituati alle ricadute socio-politiche della fantascienza, ma mettere in mano a un bambino quella storia di alieni capelloni e ragazzi scappati di casa…

Ma tanto, non attaccava più. The times, they had changed. Neanche un mese dopo, mi trovavo con quattro ragazzini miei miei coetanei, ad accalcare la sala del cinema Imperial – mai nome fu più azzeccato. Davano, in prima visione, Independence Day.

Altro che pacifismo, le sventole che non si prendevano gli alieni. E figuratevi che a dargliele era un reduce della Prima Guerra del Golfo.

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