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chi ha il tetto sulla testa (o l’ultimo piano sfitto) [26 gennaio 2010]

In malatempora on novembre 16, 2011 at 2:51 am

In questi giorni, molti hanno affrontato la questione del tetto del 30% per gli alunni stranieri (gli stranieri nati fuori d’Italia, precisa la ministra. Siamo grati della precisazione, perché persino stando al “buon senso”, se uno è nato in Italia infatti è italiano, ma non per le nostre leggi…). Se ne è parlato da vari punti di vista, soprattutto in termini di “accoglienza”.

A solcare il mare dei commenti, sembra che lo scontro sia tra una sinistra che è sempre per l’accoglienza, al di là di qualsiasi obiezione dettata dal cosiddetto “buon senso”, e una destra pragmatica che ha il coraggio di affondare le mani nella realtà (chiamiamola così, anche se l’odore è un altro). E rieccoci alla solita poltiglia: “buonisti” contro “cattivisti”. Si tratta di un approccio fondamentalmente scorretto: trattandosi di scuola, il problema andrebbe affrontato da una prospettiva educativa. Meglio ancora, di educazione linguistica.

Se si parla di varietà linguistiche, il linguista canadese Jack Chambers è un’autorità. La cosa non stupirà: viene da una nazione ufficialmente bilingue, e non solo nel Québec, la provincia a maggioranza francofona, o nelle altre province confinanti che, come l’Ontario, hanno ampie minoranze francofone, ma anche in quegli stati orgogliosamente anglofoni come l’Alberta, che secondo alcuni maligni aspirerebbe a diventare il 51° stato americano. Il Canada non è solo bilingue, ma multilingue: al pari dei confinanti USA, è (o è stato) una “nation of immigrants”, il cui ricambio è stato garantito per decenni da una continua mobilità sociale, che ha aperto ai figli degli immigrati le porte delle università e delle professioni più prestigiose. Non è affatto infrequente imbattersi in medici, avvocati, architetti e amministratori delegati che di cognome fanno Wong o Ngengye, e i cui genitori, da neo-arrivati, lavavano le scale. Questo significa che molti canadesi si sono formati in classi miste, linguisticamente ed etnicamente: una situazione che rispecchia le stesse origini di questa particolare varietà di Inglese, formatasi tra scozzesi, francesi, inglesi, irlandesi e tedeschi. A fronte di questa babele, si è domandato Jack Chambers, come è possibile che i bambini parlino l’inglese? L’inglese parlato in aule dove i figli di cinesi, serbi, croati, palestinesi, Italiani e messicani sovrastano numericamente gli oriundi non dovrebbe essere corrotto, contaminato, zoppicante?

Un caso emblematico sembrebbe dimostrare il contrario. Jack K. Chambers l’ha ribattezzato “The Ethan Experience” (www.chass.utoronto.ca/~chambers/ethan.html). A metà degli anni Ottanta, Ethan era un bambino nato in Canada da genitori cecoslovacchi, che parlavano un inglese grammaticalmente corretto ma dall’accento decisamente straniero. Malgrado l’esposizione a continue variazioni fonetiche, la pronuncia di Ethan non si distingueva affatto da quella dei suoi coetanei figli di canadesi. Il bambino, inoltre, non percepiva alcuna differenza tra il proprio accento quello dei genitori. Era attivo un “filtro” che gli impediva di prenderne coscienza, e che gli imponeva di non registrare (e quindi di non riprodurre) i fonemi “diversi” da quelli standard. Questo filtro è la stessa ragione della perdita di bilinguismo precoce (un bambino può arrivare a rimuovere di aver parlato una lingua, se l’ha parlata prima dei 6/7 anni), e non è ancora stato smentito dalla letteratura scientifica successiva. Il caso di Ethan, infatti, non è solo di Ethan. È il caso di Fatiha e di Gabriela, di Li e di Marina, di migliaia e migliaia di bambini che sono diventati canadesi, spesso senza perdere la loro lingua di origine ma, al contrario, facendo un punto di forza del loro bilinguismo. Un’esperienza reale e tangibile, confermata non solo dal riscontro diretto di molti educatori, ma anche dalla scienza.

Mi si dirà che la “Ethan Experience” riguarda i bambini nati nel nuovo paese: quelli che, appunto, la Gelmini ha già escluso dal famoso tetto. Niente affatto! Uno studio pionieristico condotto da Takesi Sibata nel 1958 ha fissato a 7 anni l’età entro la quale (se non intervengono fattori extralinguistici, come una segregazione innaturale) i soggetti apprendono la varietà a cui sono esposti come dei parlanti nativi, e a 14 anni quella oltre cui alcune caratteristiche fonologiche non saranno mai completamente acquisite. Però sia chiaro, qui non parliamo di regole grammaticali, parliamo di caratteristiche fonologiche, come una particolare pronuncia della “d” o della “s”: cose che spesso nemmeno gli “italiani purosangue” pronunciano alla stessa maniera, data l’estrema frammentazione dei nostri dialetti….

Certo, un bambino di 10 anni, che arrivi dalla Tunisia o dalla Norvegia, non impara magicamente la lingua da solo. Che lo si piazzi in mezzo a venti bambini milanesi, o tra coetanei con venti passaporti diversi, avrà bisogno di un inserimento linguistico, di laboratori o lezioni di lingua da svolgere in parallelo all’apprendimento normale, senza però trovarsi completamente isolato dalla “normalità” dei suoi coetanei, il che lo porterebbe a sentirsi cretino o, peggio ancora, “anormale”. Gli adolescenti e i preadolescenti, infatti, parlano molto più come i loro pari che come i loro genitori (con somma indignazione di questi ultimi). Segregare gli alunni di origine straniera, costringendoli a frequentare scuole lontane dal loro quartiere e, di fatto, tagliandoli fuori dalla socialità spontanea con i compagni di scuola, non è sicuramente una buona idea. Creare all’interno della stessa classe un divario tra una maggioranza che procede al suo passo e che non può essere “rallentata” e una minoranza da “contenere”, forse, è un’idea anche peggiore.

La scienza, del resto, fornisce le controprove. Se la sociolinguistica ha studiato il superamento delle diversità, un terreno altrettanto foriero di prove è stato il modello segregazionista, molto in voga in quella esemplare nation of immigrants che sono gli USA. Nel 1970, quando lo studio dei dialetti urbani era ancora agli albori, John J. Gumperz ha registrato alcune interazioni tra una maestra e un gruppo di allievi, divisi in due gruppi di lavoro separati: uno di bambini a livello “avanzato” di lettura, altri bisognosi di sostegno. Casualmente, questi ultimi erano tutti neri. Gumperz, nel suo studio, chiarisce che l’insegnante da lui osservata agiva nella più assoluta buonafede, sinceramente interessata al profitto scolastico di tutti i suoi allievi; eppure non potrebbe essere maggiore la distanza tra le strategie da lei adottate nei due gruppi di lavoro. Formale e ripetitivo, lo stile di insegnamento rivolto ai giovani neri; naturale e spigliato, quello rivolto ai bianchi. Così, mentre per questi ultimi la lettura diventa un’attività cooperativa e partecipata, anche a scapito di qualche errore grammaticale), per gli altri la lezione è incentrata sulla ripetizione di poche espressioni in un Inglese standard e innaturale, in un susseguirsi di domande inquisitorie e risposte reticenti che – rileva l’osservatore – sembrano preannunciare decenni di colloqui con gli assistenti sociali. È così che la diversità linguistica dell’African American English Vernacular (AAVE o Ebonics per gli amici), produce segregazione, trasformando addirittura i parlanti nativi in stranieri all’interno della loro stessa nazione.

In tutto questo, c’è una cattiva notizia, ed è che il “filtro di Ethan” non è lo scudo spaziale, cioè non garantisce l’invulnerabilità totale. L’insensibilità del bambino agli accenti non-standard può essere neutralizzata da alcuni fattori, che portano una precoce coscienza del divario tra la lingua parlata a casa e quella parlata fuori. In genere, la responsabilità è di stimoli o eventi esterni, come la derisione di altri bambini o le osservazioni troppo esplicite di un adulto. Cose inevitabili in una segregazione di Stato. Ora, so benissimo che questa definizione così forte potrà sembrare complottista. Eppure, io non credo ai piani segreti e alle dietrologie. Non temo il complotto delirante del governo per tenere i sudditi nell’ignoranza; temo piuttosto il governo dell’ignoranza. E sì, ho paura del senso comune e del razzismo, i soli strumenti di consenso di cui l’attuale maggioranza dispone. Infatti temo anche che questo post sia una fatica sprecata. Per quante prove, letteratura scientifica ed esperimenti si citino, ci sarà sempre il beato commentatore che, dall’altro della sua singola e limitatissima esperienza di genitore, o peggio, dall’alto della più totale incompetenza, strillerà: “è sotto gli occhi di tutti che gli stranieri…”. Certo, come no… Del resto, secondo il medesimo “buon senso”, il sole gira intorno alla terra: non è forse “sotto gli occhi di tutti”? Non lo vedi, che si sposta?

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