parlacoimuri

college street, sabato 5 settembre 2009

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 2:23 am

Sabato sera, tardi. Passeggiata digestiva con le mie coinquiline, per smaltire i residui di una gloriosa cena a base di sushi e, chissà, magari approfittare del garbage day, prendendo dal marciapiede qualche sedia, o un tavolino che a qualcuno è d’avanzo. Di traversa in traversa, finiamo invece su College st., dove luminarie azzurre con la forma dell’Italia ci segnalano il cuore della Little Italy di Toronto – in realtà la parte più densamente popolata di Italiani si trova qualche isolato a nord, ma College Street incarna, con la sua vita notturna affastellata di locali e ristoranti, l’aspetto più godereccio e rappresentativo dell’italianità. `E una notte di festa, in realtà. Nella strada, chiusa al traffico, chioschi alimentari si alternano a spettacolini musicali, tutti all’insegna della madre patria. Ma quale sarebbe, poi, la Patria?

Un ragazzo con una vistosa felpa rossa mi sfiora il gomito. Invece del nome di qualche college, o dell’onnipresente Varsity Stadium, reca scritto, a caratteri cubitali: CALABRIA. Ragazze giovani dai lineamenti pesanti come i loro orecchini, ascoltano la musica italiana e masticano conversazioni in un inglee velocissimo. Penso con un brivido che alcune potrei trovarmele davanti in classe, lunedì. Dai vecchi mi arrivano voci in un siciliano stantio, quasi dimenticato, tale solo forse per contrasto con l’inglese o per l’ombra di un ricordo. Un dehor offre, vistosamente reclamizzato a pennarello, TRIPPA ALLA CALABRESE. Pochi metri oltre, il RISOTTO AL PARMIGIANO offerto da un gazebo, è dichiarato “sold out”. Pasta e pizza trionfano ovunque, nei continui stand che (a parte l’immancabile tirassegno gestito da cinesi) si fanno un vanto della propria italianità. Improvvisamente mi sento come se avessi perso un’immunità: i commenti miei e dell’altra ragazza italiana non sono più protetti da un manto di incomprensibilità. Qui ci capiscono, dobbiamo stare attente a come parliamo. Eppure non riusciamo a smettere di ridere. Non che qualcuno o qualcosa in particolare ci faccia ridere: è la situazione in quanto tale, che ci sta letteramente facendo scompisciare. Forse è solo il ridicolo di trovarsi, per la prima volta, dalla parte di chi è straniero. Gli “altri” siamo noi, adesso, e qui la pizza o la pasta sono “ethnic” alla stessa stregua del kebab o dei pakora.

A ogni angolo di strada, musica italiana, ça va sans dire: che qui equivale a un singolare miscuglio di tempi ternari, fisarmoniche e chitarre amplificate, e base discotecara in sottofondo. Coppie di anziani ballano la tarantella come se fosse un valzer. Un complesso di intrusi strimpella Guantanamera, mentre alla fine della strada, sul palco principale, il sudatissimo cantante di un complesso rock venuto apposta dall’Italia ringrazia il pubblico stupendo di Toronto. Da tutte le parti, però, la canzone più gettonata è Marina Marina, di Rocco Granata. Riusciamo a sentirne almeno tre versioni, una più strumentale, una ballabile e una decisamente dance. È un successo del 1959, scoprirò più tardi, e dice molto di questa Italia col cuore in valigia, italia con la minuscola la chiamava Rodari. Un’Italia di emigranti si riconosce nella canzone di un emigrante, figlio di calabresi partiti per il Belgio e arrivato in vetta alle classifiche di mezza Europa. È un allegro casino che ricorda tanto la Festa dell’Unità, con in più la dimensione tutta paeana dello struscio serale: coppie vecchie e giovani che percorrono in lungo e in largo il corso italia, maschi che gironzolano a branchi, bambini che fanno la gimcana tra le gambe degli adulti. Intanto, tra gonne svolazzanti e odori di un’Italia per forza costretta a mischiarsi, col peperoncino che fa a pugni col parmigiano, e tutto intorno una fragranza un po’ dolciastra di croccante, tra l’eccitazione dei bambini e le moine dei presentatori (tutti provenienti dalla radio italiana locale), mi viene fatto di pensare che questa festa è in tutto e per tutto identica a qualsiasi sagra di strapaese, a qualsiasi fiera parrocchiale in un paesino del sud: lo stesso kitsch, lo stesso palco, lo stesso cantante famoso, la stessa imitazione dei modelli televisivi. Non è una riproduzione imperfetta e imprecisa, no; è davvero così. Forse non è la comunità italo-canadese di Toronto che è riuscita a riprodurre da vicino i paesi rimasti deserti della Calabria, della Campania, della Puglia. Forse è l’italia che nel corso degli anni è riuscita a trasformarsi sempre più nello specchio delle sue enclave disseminate in giro per il mondo. Un autentico paese di emigranti.

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