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dal fondo delle campagne all’estremo della città: leggendo Mario Luzi [16 maggio 2010]

In canadian bacon, la memoria e l'oblio on novembre 16, 2011 at 3:17 am

Mario Luzi è un poeta che ho sempre faticato a leggere. Forse per l’architettura vagamente “tassiana” dei suoi versi, o, più probabilmente, perché il suo mondo mi appariva estraneo, distante. L’ho aperto più volte senza mai finirlo; e quel poco, mai capito, masticato più che letto, per nulla assimilato. Non mi vergogno a dirlo. Come molti umanisti di mestiere, ho letto molto, ma quel molto non sarà mai abbastanza: preferisco ammettere l’entità delle mie lacune, invece di nascondermi dietro all’ipocrita frase “Sto rileggendo…” (certa gente sembra che i classici non li legga, ma li rilegga direttamente; io ho invece il sospetto che, se esistesse uno scanner adatto allo scopo, la presunta preparazione di molti rivelerebbe tutto intero il catalogo dei modi di “non-leggere” teorizzato, pochi anni fa, da Pierre Bayard). Ad ogni modo, Mario Luzi non è uno di quegli autori “ignorati” per assenza di tempo, ma un autore affrontato a più riprese e sempre rigettato dal mio corpo. Che, evidentemente, non aveva ancora raggiunto la maturità necessaria. Pare uno scherzo del destino che io lo debba scoprire qui, in Nord America: mi ci è voluto il salto di un oceano per cominciare ad apprezzare i versi di uno dei massimi poeti del “mio” Novecento.

Eccomi, dunque, a varcare l’inferno urbano della metropolitana con l’edizione Einaudi 1965 di Dal fondo delle campagne che mi spunta dalle tasche della zimarra (chi ha familiarità con la Bohème riconoscerà la citazione). L’ho portato con me per una non troppo accidentale distrazione; mi renderò presto conto che Luzi è un’eccellente guida al tour che mi sono proposta, ossia una camminata di poco più di 5 km sul lungofiume di Toronto: il cosiddetto recreational trail che, costeggiando il corso del Don River, si snoda fino alla riva del lago, nella parte orientale della città.

I versi di questa plaquette sono stati composti tra il 1956 e il 1960; parlano di un’Italia sepolta sotto le macerie di due miracoli economici, quello industriale e quello del terziario avanzato. Tra le righe si scorgono costole brulle di Appennini e sobbalzi di corriere, la polvere di strade percorse a poco più di 50km/h e svolazzanti grembiuli di cretonne. Questo volumetto smilzo è anch’esso in dismissione, esattamente come il mondo che racconta. È infatti uno dei tanti libri che ho comprato per mezzo dollaro canadese, tra i vecchi libri dati via dalla Kelly Library, proprio di fronte al mio dipartimento. Scartabellando tra le tante porcherie, ci ho trovato delle occasioni uniche , tra cui spicca, oltre a un Bigongiari e a un Croce d’annata, una spettacolare edizione autografata di Letteratura e mito, di Furio Jesi. Tutti buttati su un tavolaccio, alla mercé dei passanti, tra Rosamund Pilcher e le ricette di Suor Germana (sia detto col dovuto rispetto per entrambe).

Sono fra la seconda e la terza fermata di metropolitana, quando comincio a leggere. Mi aspetto l’Appennino, i dolci avvallamenti toscani, le reminiscenze dantesche, e trovo invece versi che fendono il cuore come questo vento che ci insegue fin sottoterra:«Di che soffri, per chi ti dai pensiero / Fece un cenno d’addio verso l’Europa, sparì sotto coperta. / Non so dove, / ma è lontana. S’è fatta un’altra vita» (12). Una pagina dopo, alla terza poesia: “Non ho altro canto che questa tenerezza disarmata / mentre canta l’America il suo canto / dal suo mulino d’uomini Brodway:/ vivere, vivere, non cercare scampo” (13). Una geografia irreale – appena immaginata, di “città non viste ma note” (13): non sono forse questo le città straniere, per chiunque peregrini fuori dalla sua casa? Fantasmi di un nordamerica immaginario – e per questo più reale della realtà vista e toccata con mano – guidano in anticipo le nostre visioni, orientano i nostri passi.

Lungo il fiume. Edere selvagge e graminacee senza gloria si intrecciano a palizzate arrugginite, colonizzano vecchi ponti sbarrati. Il verderame di lamiere ormai inservibili compete a stento con il verde luminescente di alberi trapassati dal sole. Un cartello mi informa del tentativo di ricostruire the original Don River forest, la foresta che costeggiava anticamente il secondo fiume di Toronto, e che ricomincia, con difficoltà, a lussureggiare qui, svariati metri sotto il livello di strade e ponti. La foresta riprende a pulsare ma è una foresta matta e degenere. Alla selva degli alberi fa ancora da contrappunto quella dei tralicci dell’alta tensione, mentre, tra le erbe infestanti, i teschi strillano intatto il loro urlo di pericolo. Sembra un presagio del mondo post-umano, il mondo che verrà dopo la nostra fine: ma la dismissione di alcune strutture industriali non deve trarre in inganno. Sono ancora arroganti i segni di BMW, di Volvo, di Audi, le strutture di vetro e cemento che permettono di attraversare in sicurezza questo fiume dismesso. Di foreste è piena la letteratura italiana che – come ogni scolaretto sa più o meno fin dalla terza elementare – si apre sull’oscura selva del peccato. Da questi tralicci vegetali, da questi alberi elettrici con troppa linfa, non vedo però pendere fantasmi di suicidi. Sento piuttosto riecheggiare i versi di un altro grandissimo poeta italiano, il Montale della Bufera: “[…] Troppo / straziato è il bosco umano, troppo sorda / quella voce perenne, troppo ansioso / lo squarcio che si sbiocca sui nevati / gioghi di Lunigiana” (Personae Separatae, vv. 15-19). Non siamo in Lunigiana, ma mai come tra queste piante, in questo silenzio continuamente rotto dal ronzio di biciclette da corsa e dall’eco dei tram, ho sentito che la selva umana è qualcosa di profondamente rotto e violentato. La selva degli alberi, e quella delle parole, in cui alcuni di noi amano perdersi.

Versi che prima restavano muti, cominciano a rivelare il loro spessore solo alla distanza. Sono a metà del mio percorso, e dall’incavo dell’ennesimo cantiere vedo lo skyline della città, rovesciato. È l’icona di Toronto, con la CN Tower a demarcare l’identità di questa metropoli, che altrimenti potrebbe sembrare uno dei tanti volti di città chiamati a specchiarsi su una massa d’acqua: ma questa, così grigia e sinistra, è l’immagine che non apparirà mai su nessuna cartolina. Resa pregnante dalla distanza, è concava come il vuoto che la fa risuonare. Mi rendo conto che ho bisogno di distanze: capire, in fondo, non è che colmare di parole uno spazio vuoto. Condizione comunemente umana, ma che i parolai di mestiere sentono più acuminata degli altri, vivendo spesso per interposta persona. Le parole, il viaggio, la distanza che ci separa da chi amiamo: sono tutte sfaccettature di un unico discorso; sono tutti modi per prendere tempo; offrono uno spazio in cui distendere l’arco del senso. Ancora una volta, mi rivolgo ai versi di Luzi: “Sediamo qui, persone nel viaggio / smaniosi alcuni dell’arrivo, alcuni / volti tutti all’indietro, chi sospeso. […] // Chiudo e apro gli occhi sopra questo lembo / di patria, stretto contro lo schienale / ascolto questa gente, questo vento, / vivo per mediazione dei miei simili / più di quanto lo sia in carne ed ossa.” (43).

Sono le 5:20, come mi fa notare la sveglia – puntata due settimane fa per una ragione contingente, e non ancora disattivata per la mia solita incuria. Di alberi non c’è più l’ombra. Lasciato alle spalle il rombo delle strade di scorrimento e delle sopraelevate, sorpassati gli scambi del GO-Train, continuo la mia marcia tra ghiaia fluviale e recinzioni, mentre tutto intorno escavatrici e gru tentano di cambiare incessantemente il volto della Toronto portuale. È l’ora in cui i turni di lavoro finiscono, e costeggiando uno dei cantieri racimolo un improvvisato invito a cena da un operaio in casco e pettorina arancio. Declino educatamente l’offerta, e accelero il passo. Il bosco post-umano è finito, si torna alla città.

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