parlacoimuri

delirio e attesa a bologna [3 luglio 2010]

In attitudine popular, cinema on novembre 16, 2011 at 3:41 am

Che sarebbe stata dura, personalmente l’avevo sospettato fin da via D’Azeglio, quando nella mia marcia di avvicinamento alla più popolare arena estiva di Bologna, ho avuto l’impressione di unirmi, se non proprio alla folle corsa dei lemming, quantomeno a una migrazione di pinguini. Torme di vecchi con regolamentare “borsina” in tela rossa di Officinema sciamavano in direzione del «crescentone», insieme a giovinastri che tenevano, sottobraccio, il programma de Il cinema ritrovato.

Il piano d’attacco iniziale, mio e della mia amica, prevedeva di trovarsi alle ore 21:15 in Piazza Maggiore e “trovare un posto”. Tempo stimato: circa 45 minuti di anticipo sull’inizio delle proiezioni. Alle 21:19 io rientravo in casa per riprendere il cellulare ivi dimenticato, avendo il presentimento che ne avrei avuto bisogno. Alle 21:32, in quel marasma degno di un concerto di Mick Jagger, telefonavo agitando le braccia per individuare la mia amica, anche lei in ritardo – eh, le gioie del coinquilinaggio…

Tra fette di limone e Peroni stappate in omaggio al precedente sindaco, insalate in tupperware e cartoni di pizza divorati direttamente sulle sedie di plastica, la scena era chiara. Centinaia di nostri concittadini si erano accampati da ora per godere in tutta comodità la visione gratuita della copia restaurata e completa di Metropolis (sì, il capolavoro muto di Fritz Lang), con tanto di partitura eseguita dal vivo dall’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna.

Al centro della piazza, spicca una vasta area di posti riservati – non si capisce bene a chi, per alcuni agli acquirenti del pass per il Festival in cui l’evento pubblico risulto inserito, mentre una volontaria parla di posti riservati per i critici e giornalisti. Qualcuno lo vediamo, riconoscendo però anche volti noti e meno noti della vipperia bolognese, insieme a giovani volontari del festival e alla varia umanità che per meriti vari si procura un “pass” – cosa poi non impossibile nella città della “bazza” e del manìno

Ci disponiamo ordinatamente in fila, nella speranza di poter occupare le eventuali poltrone “vip” rimaste libere, stappando due Hollandia liberatorie. Brucia la bocca un sapore di malto acido, dal retrogusto di saponetta e autogestione liceale. Dopo circa 20 minuti di coda, un nerboruto giovanotto dello Staff ci urla che l’entrata dell’area vip è sul versante opposto, e un improvvisato nugolo di fortunati si catapulta sulle poltrone ancora libere. Mentre lo schermo si illumina, io e la mia amica ci rassegnamo a posare le nostre chiappe sul selciato tiepido. Insieme a centinaia di bolognesi qui convenuti.

Reticolati di transenne occludono l’arena naturale costituita dagli scalini di San Petronio – che no, non è né un Duomo né una Cattedrale, ma la chiesa del Popolo, costruita nel XIV in un atto di belligerante fierezza, e la cui facciata restò interrotta per problemi di “liquidità” prima, e per lo stendersi dell’ombra lunga contro-riformistica poi… “Che vogliano finirla adesso?”, si domanda sardonico qualcuno degli spettatori, commentando le impalcature che velano il bicolore della facciata incompiuta.

In questa piazza irta di transenne e palizzate, di fronte al monumento cittadino del Popolo, un altro popolo è assiepato per reclamare, non il suo circo ma il “pane”, il dantesco pane dell’anima. Come ogni fanteria che si rispetti, abbiamo anche il reparto cavalleggeri a scortarci: due anziani, che sdegnando il nudo pavimento, vorrebbero godersi la visione in sella alle loro biciclette – coprendo con le loro teste circa i ¾ dello spazio per la proiezione dei sottotitoli. I due, immediatamente ribattezzati “Coppi e Bartali”, vengono fatto oggetto di inviti, sempre più rumorosi, ad “abbassarsi”. Intanto, qualcuno più vicino al palco prova a ripetere ad alta voce il contenuto delle sottotitolazioni italiane e inglesi, scena che ai vecchi bolognesi ricorderà forse i comportamenti di uno dei più noti “matti” cittadini…. Uno dei ciclisti si abbassa come Pantani in fuga, mentre l’altro persiste eroicamente nella postura corretta. All’arrivo di un drappello di delegati, la resa, accolta da qualche applauso poco convinto.

Finalmente anche noi “nani” possiamo goderci il film, le avveniristiche architetture di una New York più sognata che reale, le geometrie biomeccaniche a scandire le coralità di uomini e macchine, gli inseguimenti e gli sdoppiamenti della città futura. La città “a misura d’uomo“, dalle utopie ormai sfiorite, si perde nelle utopie della metropoli e nel loro rovescio spietato e disumanizzante. E chissà che non sia anche il pietismo del film – la fede messianica nel cuore, mediatore tra “mani” e “cervello” la chiave che ci permette di apprezzarlo in questi giorni chiusi e cupi, quasi che anche noi sperassimo di ritrovare il cuore pulsante che da due decenni abbiamo perduto.

È quasi l’una quando la proiezione finisce e centinaia di spettatori hanno resistito, spalmati sul pavimento torrido o costretti in pose acrobatiche, senza farsi distrarre da schiamazzi di bar e fanali in perlustrazione, continuando fino all’ultimo a gremire la piazza cittadina per godere una proiezione rara, un film muto degli anni 20, non un western o un cine-panettone (con tutto il rispetto per i primi e lo schifo per i secondi). Alla faccia di chi dice che il pubblico preferisce sempre e comunque la merda. Ieri in piazza non c’erano solo critici e professori. C’erano anche studenti – compresi quelli più trasandati e caciaroni, di cui certi professori lamentano l’ignoranza – mamme e ragazzini, gente normale che non lavora “nella cultura” ma che sa apprezzarla con passione, quando ha la scelta. Anche se non sono “vip” col posto riservato in prima fila.

All’ultimo fotogramma, si libera un applauso lunghissimo e caloroso. Applaude una piazza intera. Perciò, nel clima mefitico che mi par di respirare ogni giorno, al mio primo rientro bolognese, questa “massa” di spettatori consapevoli mi strappa finalmente un sorriso, una flebile speranza, e due domande. Che cosa è un popolo? E che cosa è un’élite?

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