parlacoimuri

(don’t) look back in anger [15 gennaio 2011]

In a spasso tra i libri, recensire l'inutile on novembre 16, 2011 at 4:22 am

“Look back in anger”, avevo 15 anni e lo scrivevo dappertutto.
“Scusa”, fui corretta un giorno, “è ‘Don’t look back in anger'”.
“Eeeh?”
“La canzone, no?”
“Mah, io veramente dicevo Osborne”.
“Ozzy Osbourne?”, chiese la mia amica, ancora più scandalizzata. “Ma no, guarda che è degli Oasis”.
“John, Osborne. Il drammaturgo. Beh, fa niente.”
Avevo appena scoperto il teatro americano, e poi quello inglese, la generazione degli Arrabbiati, e mi riempivo le tasche di sottilissimi volumi della Einaudi che divoravo, allo stesso ritmo con cui i miei coetanei divoravano i libri-game (o, più probabilmente, i loro primi Playboy). Ero un’Arrabbiata pure io: incazzata nera anzi, e non sapendo bene con chi prendermela, andava bene anche il passato. Perfino quello di qualcun altro.

Da allora mi è rimasto il vizio; per quanto mi sforzi, a mo’ di esercizio mentale, di ricordarmi che la frase è doppia, ha una doppia lettura (Look back in anger e Don’t look back in anger), io continuo a preferire quella di Osborne, e non solo per ragioni artistico-canore.

Me la prendo col passato quando mi fa schifo il presente che ne è logicamente derivato. Me la prendo con le strade morte del passato, quando capisco che altre strade mi avrebbero portato ad altri approdi, e che se non avessi perso tanto tempo in scelte apparentemente giuste o sensate, ne avrei sicuramente fatte altre più giuste, o più sensate. Perché, come scriveva Francis Bacon (il filosofo, no il pittore), se una mente forte procede senza metodo, correndo più veloce finirà per spingersi più lontano sulla strada dell’errore.

Me la prendo col passato, e vorrei sfondarlo a mazzate come se fosse un muro di cartongesso, quando penso che, se mi fossi preoccupata meno di essere “adulta” in anticipo, forse farei una vita meno nomade oggi, e meno campata in aria. Ché l’ansia di diventare grandi ha poco a che vedere con la maturità, e molto con quella cosa, tipicamente adolescenziale, che è il bisogno di conferme.

Prendersela col passato, il tuo o quello di un altro, è un gesto meticoloso ma privo di valore. A volte invece è il passato, che non vuole riconciliarsi con te.

I tre quarti delle cose che continuo a fare hanno radice in un passato accademico e intellettuale (uso questa parola con la dovuta cautela) che per mesi ho cercato di negare, ma ritorna, più prepotente che mai. Sto leggendo libri che per anni avevo cercato invano in Italia, e su cui posso finalmente mettere le mani. Sto portando a termine cose che per anni mi ero limitata a poter progettare e sognare, sto conciliando un nuovo rigore a spunti e intuizioni che iderivano da studi maestri italiani – qualcuno molto amato, qualcuno molto odiato, ma da tutti si apprende qualcosa, sempre. Sto scrivendo riflessioni che sono maturate lì, ma lì non possono trovare spazio, in un ambiente in cui il ‘mostrarsi’ conta più dell’essere, e il sapersi vendere (o l’appartenere a un certo ambiente, il sapersi muovere nei giusti circuiti) contano molto più della semplice capacità operativa.

Io ti tendo la mano, passato, ma tu continui a guardarmi con rabbia. Perché?

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