parlacoimuri

finisterre

In road post on novembre 16, 2011 at 5:04 am

C’è una frase del romanzo Cat’s Eye [Occhio di Gatto] di Margaret Atwood che dice più o meno questo: scappi verso Ovest, ma a un certo punto arrivi qui e non hai un altro ovest dove scappare. Parlava di Vancouver, ma forse vale anche per San Francisco. Volksvagen Blues di Jacques Poulin è il romanzo di viaggio per eccellenza della letteratura quebecquois (non esattamente un capolavoro, ma un classico sì), ed è scritto come un viaggio-ombra di On the road. Termina proprio su questa baia, e arriva alla stessa conclusione: “La vita è dura per tutti. C’è chi non regge, si abbandona alla corrente e si lascia cadere. Attraversano Chinatown, e vanno a buttarsi su Market St”. Sono quasi le stesse parole che ha usato ieri un amico che vive qui da un paio d’anni. Arrivano qui, sospinti dall’onda lunga, e qui si arenano. Seduti alle sponde di un mito.

Appena arrivata, ancora sulla fermata della BART, invece, ho visto una ragazza bionda che leggeva On the road. L’immagine mi ha fatto tenerezza, una specie di romanzo al quadrato. Cerco invano di carpire la mitologia di questi luoghi, ma proprio non mi riesce. In questi giorni, ho visto una città viva, bella, povera a tratti, spezzata da faglie visibili e invisibili, una città vera dove girare, e non un mito, non un confine. Almeno, non quel confine. Fino a ora. Seduti sul limitare del mondo, al margine di un mondo che sta finendo.

Ci sono solo coppie sul finisterre, quasi fosse impossibile arrivare qui da soli e senza qualcuno con cui condividere l’esperienza. Coppie di bambini che si lanciano sabbia e parole, coppie di corvi e di gabbiani dai colori in contrasto, coppie di innamorati che si tengono per mano, una coppia di operai ancora in tuta da lavoro, che bevono dal sacchetto di carta. La nebbia avvolge la collina, nasconde le cime degli alberi, trasforma mare e cielo in un’unica dimensione sospesa. Di nitido, restano solo i colori acidi dei graffiti su questo muro che protegge il mare dal rumore di Great Hwy, relegando il traffico a qualche luogo in alto sopra le nostre teste. In cima alla collina c’è una vecchia costruzione dismessa trasformata in un ristorante. La riconosco anche da questa distanza, ci sono stata l’anno scorso. Ospite. Da quell’altezza, il bordo dell’oceano e la spiaggia sembravano lontanissimi, ma riconosco la prospettiva, e oggi sono un punto minuscolo di una fotografia scattata distrattamente poco più di un anno fa. La vita è così ciclica, e così imprevedibile, allo stesso tempo.

Ma io sono arrivata fin qui sulle mie gambe, non sospinta da nessuna corrente, e non ho voglia di voltarmi proprio adesso. Prendo qualche minuto di pausa, mi siedo su uno dei muretti che dalla strada guidano i passanti sulla sabbia. Il livello del mare e del terreno non coincidono, creano anzi un inganno alla vista. Le dune da qui sembrano altissime, nascondono la riva ai miei occhi, e ho la sensazione di sedere in una fossa tra due mucchi di sabbia. Siedo con le gambe ciondoloni, annotando qualche idea sul mio quaderno. Devono essere passati dieci minuti, e una voce mi costringe ad alzare la testa.
“Stai scrivendo il tuo diario?”
Alzo gli occhi e vedo un ragazzone nero e vestito di abiti da rapper di un nero stinto, compreso il cappello da baseball. Fuma con un pretenzioso bocchino di plastica bianca, ma ha le guance lisce e comunque non ho molte alternative, se non rispondergli.
“Quasi”, gli dico.
“Posso leggerlo?”, mi chiede, mettendosi a sedere al mio fianco senza aspettare il permesso.
“E’ in italiano”, gli dico.
Sgrana gli occhi incuriosito. “Che bella grafia”, commenta alla fine, “la mia fa veramente schifo”.
Non so perché, ma ci credo.
Sa un po’ di spagnolo, sostiene, e così tira a indovinare sulle poche parole che riesce a leggere.
“Questo vuol dire ‘mangiare’, vero?”.
“No, quello è ‘comér‘, in spagnolo. ‘Come’, in italiano, vuol dire, like”.
Andiamo avanti così per qualche minuto, con lui che non ne imbrocca una. Finalmente mi chiede di tradurgli una pagina in inglese. Questo non potrei farlo nemmeno se volessi, e glielo spiego: i miei sono appunti, note prive di senso compiuto, che rielaboro a casa, quando mi metto alla tastiera.
La cosa lo entusiasma. “È un metodo interessante”, commenta. “Io quando scrivo butto tutto così come esce, e fa schifo. Dici che se uno si mette a riscriverlo, migliora”?
“Potrebbe”, gli rispondo. “A me aiuta”.
La rivelazione lo ha soddisfatto, e se ne va tutto contento. “Ciao”, mi dice, “spero di rincontrarti”.
Lo saluto con la mano, e aspetto che sia sparito completamente dal campo visivo. Poi mi alzo, scuoto la sabbia dalla giacca, e ricomincio a camminare. Verso il Pacifico.

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