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fonda de chileacan [20 settembre 2009]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 2:28 am

Non mi era ancora capitato di divertirmi così tanto, da quando sono qui a Toronto. Mai come ieri sera, alla Fonda de Chilecan, dove la mia compagna di corso Rosa*** mi ha invitato a unirmi, insieme alla sua splendida famiglia. Il 19 settembre è il giorno della Festa dell’Indipendenza, la principale celebrazione laica del paese. Dovunque si trovino, i cileni celebrano questo giorno senza badare a spese. Male interpretando il concetto di festa popolare, ho pensato bene di mettermi jeans e scarpe da ginnastica, e così mi aggiro, discretamente imbarazzata, in un salone per ricevimenti, tra donne in tacchi a spillo e abiti scollati. A un certo punto, mi sfiora la spalla un bebé, portato in braccio dalla madre, ingolfato in un mini completo (gilet e pantalone) di gessato nero. E vabbè, non può mai mancare l’americano cretino che si presenta al matrimonio con gli sneakers: in mancanza di altri candidati, il ruolo lo interpreto io, l’Italiana. Non è un problema. L’eleganza non sembra tanto percepita come un dovere sociale, quanto come la manifestazione soggettiva dell’importanza che ha questo giorno, un ritaglio di Cile per i tanti espatriati. E la formalità delle persone convive tranquillamente con la familiarità e la spontaneità della festa. Le cucine sono gestite da volontari e, fa notare ironica una delle persone in fila, “alla cilena”: ordinazioni che si perdono, turni che si accavallano e crisi di panico prodotta dalla temporanea rottura di fusibile, davanti a una fila di 200 persone che reclamano empanadas. In che cosa consiste la festa? Si sta insieme, mangiando piatti cileni, tra qualche centinaio di connazionali. Ognuno al proprio tavolo. Al centro la pista da ballo, che alterna musica andina e chilotes, Violeta Parra e Gipsy Kings. Come a un matrimonio, insomma. A un tratto, come da segnale, la famiglia di Rosa*** si alza in piedi. È l’inno nazionale cileno. Ho sempre guardato con ironia agli inni nazionali (cominciando dal mio), e mi chiedo sempre cosa scatti nella testa della gente in momenti come questo. Siamo tutti alzati in segno di rispetto: nel mio caso, il rispetto per l’ospitalità delle persone che ho di fronte e per questo momento, così solenne per loro. All’inizio dell’ultima strofa, una delle zie di Rosa sussurra, con un accenno d’ansia «L’hanno tolta, vero?». Si sta riferendo a una delle strofe aggiunte da Pinochet, ora espunte dall’inno nazionale. Nella mia mente, il patriottismo è qualcosa di inconciliabile con l’opposizione politica. Molto probabilmente, perché in Italia l’intero campo semantico dell’indipendenza, del Risorgimento e dell’unità nazionale è stato egemonizzato, prima di tutto dal Fascismo, che ha avuto buon gioco a presentarsi come il compimento dell’Unità d’Italia, e nei decenni successivi da una visione sciovinista e nostalgica che perdura ancora oggi. Il patriottismo, anche nelle sue forme più innocue e pallonare, è sempre servito per avvallare i peggiori interessi, in nome di una retorica dell’amor di Patria, troppo spesso contraddetta da un assente senso dello Stato. Non mi appassionano i dibattiti pro e contro Fratelli d’Italia, che ho sempre trovato brutto e pomposo, ma del resto l’Inno Nazionale è come i genitori, non te lo scegli. Mi ci sono abituata, come ai fronzoli di un pupo siciliano, tutto qua. Ma di fronte a questa sala di persone in esilio, non posso che provare rispetto. A Toronto (come nel resto del Canada, come in Svizzera e in Inghilterra) la comunità cilena si è costruita per lo più in seguito ai fatti del 1973 ed è composta di esuli. Persone scampate, che hanno rischiato la pelle perché erano inserite nella loro società e ne avevano assorbito i cambiamenti e le speranza, perchè non se ne sono fregati, perchè praticavano un cristianesimo troppo sociale ed evangelico. Persone che sono scappate dal loro paese proprio perché era fascista. E allora capisco perché è giusto che cantino l’inno nazionale, perché quell’esilio e quella violenza non li privino anche del diritto a dirsi Cileni, lasciando il concetto di patria come appannaggio di chi lo usa per ammazzare e torturare. Pinochet è morto, e loro sono ancora qui. Sono loro, il vero Cile.

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