parlacoimuri

fortuna che esistono le biblioteche [27 luglio 2010]

In a spasso tra i libri, repubblica delle lettere on novembre 16, 2011 at 3:49 am

Mi sono bastati tre giorni (vabbé, facciamo quattro) per reinserirmi nella temperie culturale di questa Italia, afferrando i sofismi del suo dibattito culturale, i riboboli della sua scena letteraria, la misura della sua vivacità intellettuale. Sabato notte, ad esempio, ho letto il “quasi Strega” Acciaio, della “giovane” Silvia Avallone. Il titolo, che rievoca reminiscenze sia pirandelliane che ejzensteiniane per poi auto-distruggersi nel confronto, preannuncia subito la materia di cui son fatti i sogni della Avallone: l’alienazione. Non, quella che nasce dalla fabbrica ma quella generata da qualsiasi scrittura veramente commerciale e “a scadenza”. Domenica, invece, mi sono dedicata al pamphlet con cui Alessandro Dal Lago demolisce un certo non-fiction novel uscito nel 2006 (su questo, link immaginario al prossimo post, ancora da pubblicare benché in fase avanzata di stesura su cartaceo). L’Italia ha o non ha bisogno di eroi? Sullo sfondo, un vociare degno di Juve-Inter (Viva Saviano, abbasso Saviano), e l’eco lamentoso di una sinistra sempre più nostalgica: O tempora o mores!

E per fortuna che esistono le biblioteche, per chi come me è perennemente in bolletta e specula persino sulla marca del tonno sottolio, figuriamoci comprare un libro a 18,00 solo perché ‘accende gli animi’; anche se, ad acchiappare in biblioteca libri così popolari, tra un rientro e una prenotazione, sembra quasi di star appostati aspettando che passi una lepre. Ma io ho i miei informatori, e grazie al dio degli aspiranti intellettuali scalcagnati, la sfango sempre.

Tanto mi consolano le biblioteche della mia città – comprese quelle universitarie, ormai deserte perché gli studenti, beati loro, sono “in ferie” – quanto mi deprimono le librerie. Ieri, ad esempio, ho percorso svariati chilometri entro il perimetro del centro cittadino solo per cercare un’edizione accettabile delle poesie di Carlo Porta. Un’edizione decente, diciamo; anzi, morettianamente, anche solo un’edizione. Invece niente: dappertutto, buchi scoperti rimuovendo impettite edizioni dei Canti Pisani di Pound – ah, l’egemonia culturale della sinistra! – e le azzurrine Opere complete dell’omonimo poeta d’avanguardia. (A questo punto, un Dal Lago probabilmente obietterebbe che un libro non può essere “impettito”, ma noi siamo i giovani, yè yè, e leggiamo i fumetti. Anche perché i poeti come Carlo Porta non vanno più di moda).

L’avvicendarsi delle fortune letterarie mi strappa un accorato sospiro. Il Porta Carlo obliato e oscurato dal Porta Antonio, e poco importa che il nome d’arte sia stato scelto proprio come omaggio all’illustre milanese. La cultura e la poesia delle avanguardie, del resto, è ormai oggetto di insegnamento accademico nel peggior senso del termine, anziché portare il suo graffio – le poesie di Cara graffiavano, eccome! – nelle aule e nei luoghi del potere. Del resto c’è stato chi, con mortale serietà, ha invocato i funerali di Stato per il funambolo per eccellenza, E.S.: tipico esempio di carnevalesco involontario.

Nel frattempo, continuo a scarpinare. Librerie usate: nisba. Librerie patinate: nada. L’unica libreria che non mi delude è la principale Feltrinelli cittadina, manco a dirlo. All’ombra delle Due Torri, tra una plaquette di qualche giovane poeta e un’antologia di poesie scelte “a tema” (per non dire altro), mi imbatto in una non meglio precisata raccolta pubblicata da Baldini Castoldi Dalai. Sfogliando l’edizione non poi così economica, mi avvedo che, tra un apparato critico inesistente e una pessima stampa, mancano una carriolata di poesie, e che dell’Inferno ci son solo il canto I e VII. The Best of Carlo Porta, praticamente. Ringrazio dell’offerta, e vado avanti. In un’altra libreria (la rivale Coop) trovo una ricca e accurata versione dei Poemetti (Marsilio), cose tipo la Ninetta del Verzée eccetera, che non sono quel ch’ io vo cercando, ma è meglio di niente. Ringrazio dell’offerta, e vado avanti.

Una visita nella Biblioteca Comunale mi permette di comprendere lo stato tragico delle cose. Chi volesse un’edizione completa dei versi di Porta, comprese le traduzioni in milanese dell’Inferno che son proprio quel ch’io vo cercando, non ha speranza, dovendo affidarsi o a una costosissima edizione dei Meridiani Mondadori (55 euro sono tanti anche per una bibliomane come me) o a uno di quei preziosi e inarrivabili volumi UTET con cui, ormai, trafficano solo le librerie antiquarie.

Speravo in una qualche edizione “classici economici”, come le stampano Rizzoli, Mondadori, Einaudi, Garzanti: come ce ne sono per altri fondamentali classici della nostra letteratura compresi autori poco letti come Pulci e Burchiello – e Porta, autore dialettale, è un classico della nostra letteratura. Invece nulla. Milan l’è semper Milan, e in nome della sua grettezza affaristica, tanto proverbiale quanto stereotipica, la capitale dell’editoria italiana condanna all’oblio uno dei suoi più illustri intellettuali. Fortuna che esistono le biblioteche, mi dico: e mentre esco dalla Biblioteca Comunale con un bel Meridiano di Carlo Porta sottobraccio, per la prima volta mi sento finalmente legittimata a pensarlo anch’io, un bell’O tempora, o mores…. Vedi mamma, che sto diventando pure io un’intellettuale italiana?

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