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gli anni zero finiscono oggi [6 luglio 2011]

In malatempora, repubblica delle lettere on novembre 16, 2011 at 5:15 am

Avevo pensato di intitolare questo post «Il ventottesimo anno», con una di quelle formule trite e ritrite che fanno il verso a un celebre titolo di Ingeborg Bachmann e, in Italia, a un meno celebre libro di Marco Mancassola. Ma non voglio aggiungere alla banalità di un post autobiografico quella della letteratura.

Oggi, sei luglio duemilaundici, compio ventotto anni. Esattamente dieci anni fa diventavo maggiorenne. Trascorsi la giornata dell’epico passaggio, che al tempo non mi parve poi così epico, al Centro Sociale di via Ranzani, in un’interminabile assemblea dello spezzone di movimento di cui facevo parte, in preparazione di Genova. Siccome ero allenata a scrivere e a prendere appunti, mi chiesero se potevo scrivere io il verbale per il giorno dopo, e quelli furono i miei festeggiamenti serali. Dieci anni dopo, mi trovo a raccogliere i cocci di una militanza interrotta – un’esperienza personalmente fallimentare, ma collettivamente ancora viva e meritoria – e di un’esistenza che più campata in aria non si può. Dieci anni dopo, guardando i filmati delle torture in Val Di Susa e la gestione – essa sì, terroristica – dell’informazione mainstream, mi ritrovo a pensare che quei sacrifici abbiano davvero cambiato poco, e che ne servano molti altri ancora.

Oggi per me si chiudono gli anni Zero, un decennio che per me iniziò a Genova nel clamore degli «scontri» e della ricerca di un mondo «migliore» (qualsiasi cosa ciò voglia dire: oggi direi senza esitazione che un mondo migliore è un mondo in cui tutti hanno diritto all’acqua potabile, un mondo in cui i diritti delle persone vengono prima di quelli delle merci), e che concludo degnamente da «cervello in fuga». A un’utopia collettiva si è sostituita una necessità di fuga individuale, all’internazionalismo un po’ caciarone di quei cortei si è sostituito il cosmopolitismo di carriere (e vite) nomadiche e spezzettate. Troppo colte e qualificate per essere definite migranti, troppo stressate e precarie per passare da “privilegiati” appartenenti alla “casta”, molte delle persone con cui ho condiviso percorsi di politica, di lavoro, di partecipazione e produzione culturale sono oggi all’estero, come si dice sbrigativamente per indicare una miriade di percorsi che vanno dal servire cappuccini in un albergo di Londra al brevettare una nuova nano-tecnologia in un centro di ricerca texano, da un erasmus festaiolo in qualche città europea al documentare lo strazio del popolo di Haiti. Ma, sempre talking of my generation, pochissimi di quelli che protestavano hanno tradito gli ideali comuni, ai quali siamo invece rimasti fedeli, magari non nell’impegno politico ma nel volontariato, nell’azione sociale, negli stili di vita responsabili o anche solo in una certa dimensione etica apportata al proprio lavoro. Almeno per ora, è così. Ne riparleremo tra dieci anni, s’intende.

Ho ventotto anni e, secondo la mia carta di identità, sono ancora “studentessa”. Anche perchè a suo tempo, con una borsa di PhD già in tasca, non ebbi la faccia di qualificarmi come “ricercatrice” davanti all’impiegato dell’Ufficio Anagrafe. Non per mia scelta o colpa, ho i contributi di un parasubordinato e lo stile di vita di una fuorisede. Alla biglietteria del cinema mi sento spesso chiedere se per caso ho il tesserino universitario o qualche altra card per i “giovani”, che mi garantirebbe sconti cui non ho più diritto. A volte, lo ammetto, fingo di avere ancora gli anni che il mio corpo manifesta: in fondo, per quanto mi faccia il mazzo, non guadagno ancora abbastanza da pagarmi il cine per intero.

Non mi riconosco nella retorica dei precari, eppure non saprei come altro definirmi. Precaria nella geografia (oggi in Canada, fra 3 anni boh), precaria nel lavoro (un PhD non garantisce nulla e, ore di lavoro a parte, tecnicamente non è un impiego), precaria negli affetti (la stabilità è un lusso fuori dalla mia portata), precaria nello status legale (ho un visto da studente, che mi garantisce alcune  cose ma non me ne permette altre), precaria nelle finanze – certe settimane farei meno fatica se al supermercato mi chiedessero di improvvisare un numero di giocoleria coi limoni, invece che di far stare un po’ di vitamine nel mio budget.

Eppure, in un modo o nell’altro sono diventata una persona “adulta”, e come me molti miei coetanei, che tra mille angosce riescono a fare cose dotate di un valore, che stringono le cinghie e si spalmano tra cento impieghi, contraddicendo ogni giorno la propaganda che parla di “fannulloni” o di “bamboccioni”, e soprattutto rifiutando quel senso di disperazione e autocommiserazione che porta a credere alla mancanza di alternative, all’inevitabilità dei compromessi, all’impossibilità delle utopie. Per questo, tirando le somme di questi dieci anni così ricchi di esperienza, di lavoro, di formazione, di cose apprese e insegnate, di relazioni intrecciate e di saperi scambiati, la gioia più grande che provo è sapere di aver avuto una lunga giovinezza. Lunga, ricca e attiva.

Gli anni Zero finiscono oggi, e nel soffermarmi su questa data (2001-2011), per la prima volta sento che in quest’espressione, così popolare e inflazionata tra noi letterati, c’è una dimensione duplice, ambigua e contraddittoria. Perchè lo zero può essere sì sentito come un “quantificatore”, una stima morale e intellettuale degli anni appena trascorsi, ma anche come un indice di messianismo: il tempo di un’attesa, il tempo della tragedia e della storia che sembrano – in bene o male – essersi riattivato. Un intero decennio di Anni Zero, una decade di “ore x” è trascorso nell’attesa di un evento futuro, talora perdendo di vista quanto stavamo realizzando con le nostre mani e con le nostre idee.

Per questo a me sembra di poter dire che, nella mia vita, gli anni zero finiscono oggi. È tempo che il futuro abbia inizio.

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