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hoc profectio et non fuga est (Liv, II, 38, 5) [30 agosto 2009]

In partire o restare, Uncategorized on novembre 16, 2011 at 2:17 am

Un mese e mezzo fa, prima di lasciare Bologna, ero dal barbiere. Un barbiere abbastanza fighetto e costoso, perché già che ci vado ogni dieci anni (non è un’iperbole), perlomeno mi tratto bene. Nell’attesa, presto orecchio alle conversazioni degli altri clienti. Mi colpisce tra tutti un giovane, ancora studente della triennale. È stato un anno in Erasmus a Barcellona, città della quale ha apprezzato soprattutto la vita notturna. Vorrebbe tornare a lavorare lì, dopo la laurea, anche se si lamenta che è difficile. Ha le idee chiare sul suo futuro: una bella macchina, un lavoro con cui fare tanti soldi. Sta per laurearsi in Economia.
Arriva il mio turno. A farmi i capelli è una ragazza simpatica, di Santo Domingo, con un sorriso che mi spinge a vincere la mia timidezza e a scambiare due chiacchiere. Parliamo un po’ di Santo Domingo, le chiedo se ci sono stati casi di Influenza Suina, mi dice di no, attribuendo questa immunità a una protezione miracolosa della Vergine. Non torna in patria da molti anni, a causa del costo del biglietto, e aggiunge che le manca soprattutto il clima tropicale d’inverno, poter stare in canottiera e infradito il 31 dicembre. Tiene duro, però: è vicina al decimo anno dal suo arrivo in Italia, presto potrà chiedere la cittadinanza. Mi dice, con aria triste, che Santo Domingo non è come pensano le persone che ci vengono una settimana in vacanza. C’è tanta povertà, tanta. A raffiche mi arriva la voce dello studente di Economia, che continua ad arringare il povero sciampista con le sue illuminazioni: gli spiega quant’è bello vivere in Spagna e che però lavoro in Borsa, da quelle parti non se ne trova… Alé, ho pensato, ecco il tormentone dell’estate 2009: la fuga dei cervelli. “Quasi quasi me ne vado all’estero” è una frase che comincio a sentire sulle labbra di tutti. Anche di chi il cervello non l’ha mai avuto.

Mi ha riportato a questo episodio il dibattito che da qualche giorno ferve in rete il dibattito sulla cosiddetta “fuga dei cervelli” – in senso lato, riferito ai talenti dell’arte delle professioni oltre che in area accademica, dato che a innescarla è stata una proposta del cantante dei Baustelle. Rimbalzata sui blog Scritture Precarie, Clobosfera, Vaghe stelle dell’Orsa, fino ad approdare sulle pagine cartacee della Domenica del Sole 24 ore, la discussione ha preso corpo intorno alla questione “Partire o restare?”. Da un lato, i fautori della partenza, vista più che altro come una necessità individuale e a volte, come una reazione di rabbia verso un paese che non riconosce adeguatamente i propri talenti; dall’altro il monito a restare, per non impoverire di risorse e resistenze individuali un paese già attraversato da un profondo declino morale e intellettuale.
Ecco, io sento che in questo dibattito ci sono troppe contraddizioni inespresse. Proprio come quelle che si sfioravano, senza riuscire a comunicare tra loro, in un metro quadrato dell’Hair Studio Bolognese.

Guardiamoli un attimo, questi giovani italiani: lo studente festaiolo che è stato in Erasmus (e per quel che ne ha ricavato poteva fermarsi a Casalecchio di Reno); la dottoranda in partenza per il Canada; la parrucchiera emigrata da Santo Domingo – naturalmente paziente, gentile, disponibile all’ascolto e… in posizione subordinata, ça va sans dire. Eccoli, i tre attori di questa oscena commedia all’italiana che è la “fuga dei cervelli” giornalisticamente intesa: quello che vorrebbe partire (o non vorrebbe partire ma non può permettersi di dirlo), il “nomade del terzo millennio” (parafrasando l’interpretazione glamour e cattiva della Braidotti) e il migrante vero, con le mani immerse nello sciampo (quando va bene). La definisco “oscena” perché permette a tante, troppe persone conniventi con la MAFIA accademico-universitaria di continuare a giocare il ruolo delle vittime. Quante volte abbiamo sentito il fatidico «Di questo passo saremo costretti a emigrare» in bocca a gente che e valigie non le ha mai fatte nemmeno per andare in ferie (in quel caso gliele prepara la colf filippina, o magari la moglie), quante volte abbiamo sentito usare la mancanza di fondi per giustificare l’ennesimo concorso truccato – e la conseguente emigrazione forzata dei perdenti?

La mia posizione è particolare, rispetto agli altri intervenuti nel dibattito: sono più giovane, tanto che i miei 26 anni mi inscrivono a pieno diritto nella seconda generazione di precari italiani, e sono ancora agli inizi di questa mia esperienza. Sono “in-between”, ancora in sospeso tra un mondo dal quale voglio liberarmi e un altro che devo imparare a conoscere. Però so chi sono e cosa sto facendo.

Ho deciso di andarmene dall’Italia e no, non mi sento affatto perdente, come sottolineava (con una giusta ed efficace provocazione) ‘caracaterina’ dalle pagine del blog Vaghe stelle dell’Orsa. Quando mi sono laureata, un anno fa, ho ricevuto solo porte sbattute, rifiuti più o meno cortesi e una vagonata di consigli che per fortuna non ho seguito, anche di qualche giovane ricercatore engagé: «Non partire, se parti non torni più, l’unica è farsi i contatti, a qualsiasi costo, lavora pure gratis, fatti sfruttare, paga diecimila euro per un Master, non andare sient’ammé». Salvo poi portarmi in palma di mano, o dire “Beata te che vai all’estero”, quando ho ottenuto una borsa di cinque anni. Per me partire è stato un modo di ribaltare una situazione di minorità: prendere una sconfitta e trasformarla in una potenziale vittoria.

Solo potenziale, si badi. La mia storia è tutta da scrivere. Qui non contano credenziali e conoscenze, dovrò dimostrare ogni giorno cosa sono e cosa valgo, e quando sei dentro, beh se non vali la porta è sempre aperta. Pochi dei ricercatori di mia conoscenza sarebbero disposti a passare in mezzo a questo. In mezzo ai distacchi (anche affettivi) della partenza. Allo stress di una condizione precaria che non ammette defaillance (io ho il permesso di stare qui finché sono nel corso, se no divento illegale, prima ancora che disoccupata). Soprattutto, alla fatica di ridiscutere i propri pregiudizi, le proprie idiosincrasie accademico-bibliografiche. Che cosa c’è di comodo in tutto questo?

Partire è lasciare affetti, consuetudini, relazioni, amori. Io penso che sia più comodo trovare uno strapuntino nella propria città per continuare a dirsi che si svolge un’attività culturale, magari approfittando di quelle conoscenze maturate in anni di permanenza nello stesso ambiente (almeno per chi se lo può permettere, ma scusate, il mondo delle professioni culturali è in partenza di chi se lo può permettere. E forse è proprio questo il problema, forse è proprio per questo che non c’è bisogno di lottare mettendosi in gioco totalmente, perché per quanto arrabattandosi, arrangiandosi, incasinandosi, un minimo di margine ce l’hai – se no faresti le valigie e via. Non equivochiamo il disagio, pur giusto e comprensibile, dei delusi figli di una classe media, aspiranti a lavori intellettuali e intimoriti – come il resto della società – dalla prospettiva di una proletarizzazione, con la povertà vera e col bisogno chessò, di un rifugiato politico o di un cassintegrato. Decenza, please.

Mi ha colpito molto una frase del post di Simone Ghelli, quando dice «Io non mi riconosco in quest’Italia di nani e ballerine, di truffatori, di corrotti, di puttanieri, di razzisti, di analfabeti, ma proprio per questo non me ne voglio andare, anche se ci sono tanti posti migliori, oggi, dove poter vivere».
È importante chiarire questo equivoco (per la verità SG_ lo fa, in diversi interventi successivi, ma io sento che i fraintendimenti resistono): non si tratta di andare dove si vive meglio, ma dove, SE CE LA FAI, vivi meglio. La protasi non può essere disgiunta dall’apodosi, come fa chi guarda solo ai risultati, agli effetti della scelta. Ribadisco questo perché in molti dei commenti che hanno accompagnato la mia partenza, ho riscontrato solo un generico senso di invidia, quasi che all’estero ci fosse la manna che piove dal cielo e in Italia solo il duro lavoro non riconosciuto. E allora ci tengo a sottolineare una cosa che è talmente ovvia da apparire trascurabile: andare all’estero è più difficile. È meno comodo. Sottoporsi a una selezione internazionale, potendo contare solo sui propri meriti senza alcun aiuto dovuto al nepotismo o anche solo all’onesta stima che deriva dalla consuetudine con i propri maestri, è molto più difficile che concorrere per una borsa di dottorato nell’Università dove ci si è laureati. Non parliamo di chi si siede e scrive un tema costruito appositamente per lui, potendo ricorrere alle frodi che sono moneta corrente nei dipartimenti da dove veniamo. E io penso che per poter cambiare le cose bisogna essere prima di tutto liberi da compromessi (Never compromise. Even in the face of the Armageddon.).

Certo, do ragione a Claudia ed altri, quando parlano di alternative, sia personali, sia politiche (=capacità di incidere e trasformare una realtà ingiusta). Se io rimanessi in Italia, non potrei cambiare un bel niente, non avrei potere per incidere semplicemente verrei espulsa da un sistema che mi ha giudicato su due diversi binari, uno, quello del merito, quando mi valutava nelle prove d’esame; l’altro, quello del censo, nell’arroganza con cui mi è stato consigliato di “darmi ad altro”. E allora, tanti saluti Italia. Per me andare all’estero è stato un modo per liberarmi – sia pure in una logica individuale che non cambierà, a breve, la mia società – e per negare un ordine, una gerarchia, un ruolo. Se la supina accettazione del precariato era la scelta che mi veniva suggerita (insisto, non da un barone d sessantanni, ma da giovani ricercatori che avrebbero l’età e il ruolo per inserirsi in questo dibattito, e questo è una parte integrante del problema), beh, almeno su un piano personale io sento di averla rifiutata. Non intendo impiegare anni ed energie per diventare una contesa e sottopagata brava insegnante per i figli di mafiosetti e lacché che mi hanno scavalcato. Tenetevi le prof. che avete laureato, specializzato e abilitato in serie, al ritmo di venti al giorno.
Però io credo che anche questa prospettiva sia limitante, e succube dei facili moralismi di questo dibattito. Io non ho deciso di partire perché il mio paese non mi vuole. Io ho deciso di partire perché nel 2006, andando a trovare i miei parenti ormai diventati cittadini USA, ho avuto modo di confrontare la mia preparazione universitaria e quella di alcuni laureati scientifici di lì, rendendomi conto di quanto fossero presuntuose e infondate certe pretese di superiorità della cultura umanistica italiana. E perché volevo formarmi per poter davvero svolgere un lavoro di ricerca, trovando quella libertà e quella solidità accademica che finora mi sono mancate, senza dover dipendere da Tizio e da Caio per poi trovare uno straccio di lavoro. E perché ero stufa di vivere in una città che si fermava a sòcmel e banbàn, tortellini e dumaròn (e in una nazione che andava poco oltre). E perché non volevo far scandire la mia vita dalla paura, che è l’alimento del servilismo. E perché mi sono resa conto che forse, a forza di lecchinaggio e servilismo, avrei persino potuto inserirmi in quell’Università che conoscevo così bene o nell’ambiente pseudo-cultural-teatral-letterario-artistico di Bologna, magari sullo sfondo, tra una conca di salatini e un vassoio di pasta fredda, ma a patto di diventare una persona vile, incapace di reagire e di lottare. E forse sì, anche perché vengo da una famiglia che le migrazioni le ha fatte per davvero, trovandovi un mezzo per riuscire e per migliorare la propria condizione, prima di tutto personale e culturale. Chi ha nella propria famiglia l’esperienza (dura, faticosissima, spesso anche umiliante) di una migrazione di successo, ne porta un marchio vincente. E questo, senza voler attenuare la sofferenza reale, la patente ingiustizia o l’orrore che ci prende in questi giorni, in cui il razzismo diventato politica di Stato viene lasciato sgorgare fuori controllo.
Per questo – oltre che perché sono una newcomer, ma questo va da sé – credo che la priorità sia “partire” per davvero, almeno con la testa, emanciparsi dalla logica “perdente” che ti fa restare ancorato ai giardinetti di casa, alle polemichette domestiche anche quando sei a un oceano di distanza. “Partire o restare” è un binomio falso perché figlio di un doppio vincolo, che ci rende dipendenti – di buon grado o riottosi – da un dato sistema di potere. Quel potere glielo stiamo dando noi, in ogni giorno della nostra vita, in ogni nostra scelta che deleghiamo, in ogni nostro silenzio.

E forse il problema ha radici ancora più profonde, nello stato psicologico di due generazioni (almeno quella immediatamente precedente; la mia non so ancora come inquadrarla, ma a quanto vedo mi pare una generazione fascistoide) che continuano a porsi come “figlie”, ad aspettarsi che un esercito di padri e di nonni ci dia le garanzie o i diritti che ci spettano. E se non ce le danno? Dovremmo prendercele no? E prendersele implica dei rischi. Di perdere il contratto e vivere un mese di patate, per esempio. Di scontentare il nostro tutore, il “mio” o il “tuo” professore, ecc.

Per me la differenza è questa: andare all’estero è un modo, duro ma individualista, di prendersele. Restare passivi in Italia, no. Quando vedrò un movimento di precari capace di andare oltre la seconda riunione e di indire uno sciopero bianco di più di un giorno, sarò la prima a ricredermi. Intanto mi fa piacere che il discorso tra chi “resta” si sti riorientando a capire come poter resistere, come reinvertire la tendenza a subire che ha caratterizzato (scrive giustamente SG) le ultime due generazioni.

Cambiare le cose, DOVE, COME E QUANDO? Senza queste precisazioni, si resta in una vaga aspirazione che non produce niente. E di per sé restare non equivale di per sé a cambiare le cose. Ne danno una dimostrazione molti ricercatori sedicenti precari, di fatto completamente asserviti al sistema clientelare-nepotistico dell’università, che quando scrivono fanno marchette e lo dicono pure, e che passano le loro giornate a lamentarsi, guardandosi bene dal contrariare apertamente il “loro” professore (già il possessivo dice tutto). In che cosa dovrei considerarli più coraggiosi di me?

E, scusate, dove sta scritto che andando all’estero si cessi di essere cittadini, del proprio paese e del mondo, o che si cessi di poter essere attivi politicamente? Conosco persone che, se fossero rimaste in Italia, si troverebbero in condizione di oggettivo privilegio e potrebbero comodamente inserirsi negli ingranaggi del potere accademico, ma che invece, restando fuori d’Italia, dedicano i loro anni migliori al rispetto dei diritti umani, al sostegno dei rifugiati politici, alla lotta contro lo sfruttamento e il sistema di caste che regola i rapporti tra Nord e Sud del mondo. Questo non è un modo di “provare a cambiare le cose”? Guardiamo oltre il nostro giardino di casa, per favore. E ricordiamoci – ma già, i no-global sono passati di moda… ora si portano i cervelli in fuga – che l’ingiustizia è globale come la crisi, è figlia di un mondo in cui l’80% delle risorse sta in mano al 18% della popolazione… lo si può dire? di un mondo capitalista.
Sinceramente, riconosco che la partenza – non fuga, parafrasando Tito Livio – è una scelta singolare e soggettiva, ma credo che schiuda delle possibilità più ampie; per cambiare le cose è necessario disfarsi di una cultura clientelare profondamente interiorizzata, e forse anche acquisire strumenti, capacità di lavoro e di analisi che a una persona della mia età (26 anni) in Italia oggi mancano. Mancano nella scuola, nel lavoro, nella lotta politica che troppo spesso si riduce a una serie di ritualità stanche e settarie, nel rapporto con le altre culture verso le quali, inconsapevolmente, continuiamo ad agitare uno stanco paternalismo neocoloniale.

Forse da un rientro di persone abituate a farsi strada con altri mezzi – quelli del lavoro e della responsabilità anche politica verso gli studenti, non della frode personale accompagnata dall’eterno piagnisteo, e lo dico proprio pensando all’Università – potrà maturare un cambiamento reale. E non importa che si sia all’estero, in Italia o sulla luna: quel che conta è la disponibilità a mettere in gioco il proprio corpo, nella lotta e nella cultura che produciamo. Perché è su questo terreno che si giocherà la prossima battaglia (lo stesso su cui abbiamo perso l’ultima).

Sul terreno di quell’incontro – finora mancato – tra il giovane fighetto che non va in Erasmus perché dovrebbe sbattersi (e se ci va si limita a bere la sangria) e la giovane dominicana che gli va bene solo finché fa l’estetista o la badante. In quell’incontro negato, perché foriero di vergogna, tra l’emigrante di ieri e quello di oggi, che adesso si guardano in cagnesco. Perché è vero quel che ha scritto qualche giorno fa Wu Ming 1, l’Italia sta diventando un ghetto: ma è il ghetto della nostra storia, delle nostre leggi razziali, delle nostre colonie che ancora oggi continuano a far danni, e delle quali crediamo di poterci sbarazzare lanciando un sacchetto di plastica, con dentro un panino e una bottiglietta d’acqua. E torniamo a quella coazione a ripetere che ci spinge a essere colonizzati mentre colonizziamo gli altri – basta pensare a quanti conflitti irrisolti, alla nostra migrazione interna che continua a dare forma alle nostre polititiche e alle nostre percezioni, e al nostro continuo modo di comportarci come sudditi del nostro stesso paese, che ne è una diretta conseguenza.
È ora di tornare alle proprie responsabilità, se non vogliamo che al prossimo tracollo, tutti si dichiarino innocenti, nessuno c’entri niente, tutti a piangere e a inveire contro il prossimo villain della storia. E questo riguarda tutti, dovunque ci si trovi.

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