parlacoimuri

i fatti sono stupidi [9 febbraio 2011]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 4:33 am

Il fatto è stupido: parla per bocca di chi lo fa parlare. Sono parole di Friedrich Nietzsche, evidentemente non meditate a sufficienza, ma decisamente messe in pratica nella nostra quotidianità. Mentre la nostra vita politica sembra procedere in un ping-pong inarrestabile di smentite e contro-smentite, tanto da rendere ingenua persino la nozione tutta italiana di “dietrologie”, da tutte le parti i ‘fatti’ parlano, dicono la loro “versione”, pardon, la loro storia.

Dalle colonne del Guardian, ad esempio, nel commentare il successo di due film ‘tratti da storie vere’ come The Social Network e The King’s Speech, il giornalista William Skidelsy invitava a farla finita con la faction e a tornare a un po’ di sana invenzione. Pur ricordando che da secoli la letteratura, il teatro e più recentemente il cinema si basano su storie vere, Skidelsky parla di una vera e propria inondazione di uno storytelling basato sui fatti (termine, sia detto per inciso, sempre più di moda anche nell’ambito della critica). Il fenomeno si spiega con il mutare delle nostre idee di privacy e di verità, e con quello che in italia chiameremmo “il trionfo del privato”, come se le circostanze e i fatti più intimi delle persone pubbliche fossero della più assoluta rilevanza. L’articolo si conclude, pertanto, con un doppio appello al ritorno alla fiction, per il bene della verità e, soprattutto, dell’arte.

La critica di Skidelsky vale soprattutto nell’ambito anglo-americano, dove il non-fiction movie spadroneggia da anni e il non fiction-novel è ampiamente consolidato, nel senso che ha anche una tradizione didattica e non solo una serie di antecedenti (come è invece in Italia, dove non mancano gli esempi illustri, da Serao in poi, ma dove solo in anni molto recenti si è avviato un vero e proprio filone, con un pubblico preciso e una riconoscibilità editoriale). La non-narrative fiction è un elemento di molti dei curriculum universitari in Creative Writing, oltre che uno degli sbocchi più convenienti per brillanti laureati in materie umanistiche o in giornalismo desiderosi di avviare una carriera come scrittore e giornalista free-lance. Per non-fiction, del resto, si intende spesso un reportage scritto in forma di libro, ossia la capacità di porgere un’inchiesta, condotta in forme più o meno tradizionali (per esempio sulla base di documenti riservati, interviste, dati finanziari), in una forma apprezzabile anche da un punto di vista narrativo, accattivante per chi legge (e idealmente, per chi compra).

Invocare il ritorno alla finzione tradisce sicuramente la nostalgia per un realismo vecchio stile, quel realismo che non si esplicitava nel ‘costeggiare’ la realtà degli eventi vissuti, secondo un ideale di trascrizione quasi diaristica, ma nel distillare concentrati di iper-realtà dalla propria immaginazione: persone mai esistite e fatti mai accaduti, che suonavano più veri della vita reale. È quel realismo letterario che fa degli americani i più recenti eredi di una tradizione fino a quel momento europea (quella di Cechov, ad esempio): penso ai frammenti di Carver, o agli stili scarni e crudi di Southern novelists come Eudora Welty e Flannery O’ Connor. Del resto, se Norman Mailer eleva il giornalismo a narrazione, molti casi sono ambigui: tanto il primo Ellroy quanto soprattutto il Capote di In cold blood – forse gli esempi più celebrati per quanto riguarda il versante più strettamente narrativo – attingevano a trafiletti semi-occulti di cronaca nera, e non si sognavano di scrivere un romanzo direttamente su figure alla ribalta o su casi irrisolti (come invece farà l’Ellroy più famoso, o come continua a fare Joyce Carol Oates, da Blonde a My sister, my love).

Detto questo, qual è la realtà raffigurata da un film come The Social Network? È la stessa realtà fotografata da Walker Evans, tanto passare da una crisi all’altra? O ha uno statuto discorsivo diverso? Spostandosi dalla madrepatria britannica al suo Commonwealth, leggo sulle colonne dell’assai moderato Toronto Star un episodio che fa riflettere: la proposta di modificare la regolamentazione della Canadian Radio-television and Telecommunications Commission [CRTC] in merito alla diffusione di “notizie false e tendenziose” sui mezzi radio-televisivi. Sostenuta dalla destra nazionale e diretta a difendere la locale Sun TV, l’equivalente canadese della ‘Fox’, la nuova regola prevederebbe il divieto di fornire consapevolemente informazioni false, o “pericolose per le vite, la salute e la sicurezza del pubblico”. Nessun problema, dunque, a riportare pubblicamente un tweet distorto o falso senza peritarsi di controllarne l’attendibilità: d’ora in poi basterà dire “Ooops, non lo sapevo”. In nome della sacrosanta libertà di espressione, viene dunque eliminato il principio deontologico, dando licenza a trasformare l’informazione in un guazzabuglio in cui fatti e menzogne, bugie e smentite, voci diffuse ad arte e rapporti giudiziari hanno tutti lo stesso peso. Una libertà, peraltro, assai aleatoria, dato che la stessa informazione mainstream non risparmia impostazioni tendenziose quando fa gioco, ad esempio ogni volta che si parla di temi come Israele e Palestina (amici che organizzavano la Toronto Anti Israeli Apartheid Week si sentirono chiedere, come prima domanda: “Perché promuovete una cultura d’odio?”. Alla faccia del giornalismo anglosassone). Nel frattempo, il modello Fox fa effetto: ed è una notizia di soli due giorni fa, che il 52% degli statunitensi abbia sentito poco o nulla delle rivolte in Egitto. E vai con la cultura dei “fatti”.

Come fa notare sulle colonne del Toronto Star la commentatrice Heather Mallick, l’autorizzazione al “falso” non è cosa da prender sottogamba, sia perché legittimare il modello Fox porta una ricaduta su tutto il giornalismo compreso quello cartaceo e on-line, sia perché l’informazione distorta passa, si fa strada e si conficca nelle coscienze, soprattutto quelle di un pubblico già abituato a prender tutto per buono. Ancora più duro il commento di Elizabeth LittleJohnson sulla rivista online di informazione alternativa rabble.ca. Insegnante di media e giornalismo, l’autrice che analizza la proposta da un punto di vista quasi ‘semiotico’, legando la proposta allo stile di governo dei conservatori (“i conservatori governano mediante l’emozione”) e alla retorica dell’odio assai diffusa anche dal lato sud del confine. Non sfuggono, ad esempio, le implicazioni nel caso di scandali e montature: la calunnia ritwittata ad arte diventerebbe immediatamente notizia. Ma soprattutto, la LittleJohn riesce a fondere l’analisi di questa nuova proposta di legge a quella della comunicazione globale e virale. Così come la perenne espozione alla gogna potenziale del social network non aiuta l’adolescente a essere consapevole della propria identità, così anche la sua immediata trasformazione in “breaking news”, in “ultim’ora” non aiuterebbe l’identità collettiva : e del resto, dal giornalismo di professione ci si aspetterebbe, appunto, una responsabilità professionale, la capacità di filtrare e verificare.

Del resto, diffondere o ri-linkare una notizia senza averne certezza, senza poterne valutare l’attendibilità, è una responsabilità grave per chiunque. Lo stiamo vedendo anche in questi giorni: tra smentite e controsmentite, i numeri dei morti nelle piazze egiziane crescono e calano di continuo, mentre, pochi giorni fa, sul suo canale Twitter, occupied cairo lanciava il seguente appello: “The state is propagating rumours to create fear. Do not spread information you are not certain of. It is unhelpful and dangerous #jan25

Effettivamente, l’utilizzo di social network e altre piattaforme 2.0 per la rapita diffusione di notizie ha avuto un ruolo determinante nel tenere desta l’attenzione (è il caso della Rivoluzione Verde in Iran o dei fatti del #jan25), spesso permettendo di aggirare non solo la censura dei regimi, ma anche il disinteresse dei sistemi informativi occidentali, per cui la tempesta di sciocchezze generata da una Paris Hilton merita molta più attenzione di una carestia o di una guerra civile in uno dei tanti “laggiù” dimenticati. Ma su Twitter non ci sono solo i contestatori, c’e anche il potere: un potere sempre più scaltro (potere politico ed economico, come dimostra l’acquisto di Huffington Post da parte di AOL) ha da tempo capito il potenziale “disinformativo” di certe reti e pratiche, e che dal gioco delle smentite e delle fughe di notizie può trarre vantaggio, trasformando l’informazione seria in una replica di quel ‘gossip’ cui siamo così ben abituati.

Se è dunque vero che la gente ha fame di realtà, e che un intrattenimento sempre più incapace di regalarci “storie” attinge in misura crescente ai “fatti”, è anche vero che questi fatti sono sempre più simili, a propria volta, a delle “storie”. Qualcosa di vicino alle ‘verità finzionali’ della letteratura (definizione di Michael Riffaterre), o allo statuto di ‘discorso narrativo’ della storia (Hayden White), che non all’ideale positivista di una storia fattuale e oggettiva, o men che meno al reportage non “embedded”, fatto da chi per la ‘verità’ (quella scomoda e non di regime) lascia la pelle. Rischiamo dunque di affidarci, prendendola per vera, a una ‘fattualità’ sempre meno verificata e sempre più narrativa: e che siano narrazioni controllate, non sia mai che qualche verità scomoda offenda le nostre orecchie.

  1. Bel articolo. Potresti linkarmi o farmi avere l’articolo originale di William Skidelsy su quest’argomento?

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