parlacoimuri

il romanzo dell’account [29 novembre 2009]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 2:38 am

Di Facebook e della lettura avevo già parlato, in un post di mesi fa. Ma allora tante cose mi sfuggivano: da persona “stanziale”, vissuta sempre nello stesso luogo, Facebook era solo una distrazione, un passatempo innocuo e spesso inutile.
Da quando vivo in Canada, è diventato una necessità. Non che permetta di fare cose nuove: altri programmi offrono le stesse funzioni, ma Facebook lo fa in maniera più perversamente comoda. Diciamola tutta: siamo pigri, e anche scrivere una e-mail (cosa che richiede tempo, concentrazione, ascolto) diventa troppo complicato a fronte di questo meraviglioso dispositivo che condensa qualsiasi comunicazione virtuale nella misura di un sms (400 caratteri della bacheca, un po’ di più per i messaggi, che però diventano facili da inviare come un sms sul cellulare: non c’è nemmeno bisogno di memorizzare un indirizzo email, digiti le prime lettere e il nome vien da sé) offrendo in più il vantaggio di essere sempre in pubblico, in un’arena virtuale. Si è sempre sulla cresta dell’onda: qualsiasi emissione verbale diventa immediatamente tam-tam.
Proprio perché è così comodo, mi rendo conto che è facile perdere la misura; soprattutto ora che la mia vita reale è ancora a uno stadio così embrionale, e ho scambi empatici con poche persone in carne ed ossa.
In rete passo molto tempo, troppo. Sta diventando un problema. Non solo nei termini di quel multitasking che costituisce la forma più moderna e à la page della distrazione. Certo, questo conta: non voglio quantificare le ore che ho passato su Internet dal 2004 a oggi, ma penso che se ne avessi dedicate la metà alla sana e vecchia scrittura con carta e penna, o meglio ancora, alla lettura, a quest’ora sarei ricca e famosa… Ma la perdita di tempo, tutto sommato, è il minore dei problemi. Quel che mi spaventa è la perdita di empatia. La sostituzione della realtà con un mondo di simulacri. Ultimamente tendo a pensare alle presenze virtuali come a presenze vere, confondo le “amicizie” di Facebook con gli amici, quelli in carne ed ossa. Ancor di più, si modifica non solo la presenza degli altri, ma la propria. A volte penso che per una persona abituata a servirsi degli emotikons, ad esempio, diventi spontaneo concepire qualsiasi frase ironica con la “faccina” incorporata. Non c’è più bisogno di esprimere ironia, antifrasi e iperboli per mezzo del linguaggio. È come quando parliamo, basta l’intonazione. Ma il parlato è il parlato, si sa. Nello scritto bisogna disambiguare, lo scritto vuole sfumature, non faccine. Che cosa succederebbe se d’improvviso la tastiera tacesse, e non ci fossero più emotikons a disposizione? Le parole peserebbero nella loro interezza, e rimbomberebbero di una totale assenza di sfumature. Così è per la tua percezione di esistenza, una volta che entri nella dipendenza dalla rete.
In rete mi percepisco onnipotente, piena, intelligente. Posso passare ore seduta a una sedia e avere l’illusione di viaggiare. Posso avere la sensazione di comunicare con altre 150 persone e non degnare di uno sguardo la persona che ho di fianco. Poi mi disconnetto, e sento tutti i vuoti, le lacune, i dubbi. Quando sono in rete, percepisco impegno e trasformazione della realtà. Per sentirsi attivi basta postare il link a un articolo o a una petizione. A volte basta meno, basta uno scatto dell’indice e hai “condiviso”, “appoggiato”, “donato”. Senza muovere il culo dalla sedia. Ma quando esco di casa, mi guardo attorno in un mondo terribilmente traslucido, che non si lascia afferrare dalle mie unghie spuntate. Un mondo pesante e inamovibile come un pachiderma, che non si lascia smuovere o cambiare per così poco.
Che cosa vuol dire esistere su Facebook? Di recente mi è capitato di assistere a resurrezioni, morti e rinascite su Facebook. Cambiamento di avatar o di programma narrativo? Burnout pubblici, disperazioni gridate in faccia al mondo – pardon, alla community. Litigi di coppia portati avanti tramite aggiornamenti di stato tanto anfibologici quanto impudichi – si badi non giudico nessuno: ste cose le abbiam fatte tutti, almeno una volta, perché tutti agiamo senza riflettere. Ma che bisogno c’è, dico io, di mettere in scena nell’arena pubblica di Facebook le crisi del proprio “alter ego” virtuale? E perché non ci limitiamo a un profondo silenzio, ma sentiamo la necessità di commentarlo, di riscriverlo con commenti “laterali”, ambigui, indiretti? Perché questo bisogno di drammatizzare le proprie crisi? Una possibile risposta è che Facebook è lo spazio cartesiano per eccellenza: DIGITO ERGO SUM (quanto al cogito, noto che da certi status, così come da certi gruppi, è spesso assente). E così, appena la mente supera di una frazione il SALTO e il BUIO, si può rappresentare il momento della svolta, forse persino della catarsi. L’uscita alla vita. Mentre nella vita reale, come sappiamo, tra concepire il cambiamento e cambiare ci son di mezzo mesi, mesi di porte sbattute, passi falsi, scazzi e fallimenti. In rete è facile, e per questo non c’è bisogno di leggere romanzi: ognuno può scrivere il suo, in meno di 400 caratteri. Nella rete c’è il monologo. Nella realtà un continuo dialogo di persone, che il più delle volte si fraintendono.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: