parlacoimuri

il sabato del villaggio globale [17 ottobre 2009]

In canadian bacon, partire o restare on novembre 16, 2011 at 2:30 am

Sono qui da due mesi, ormai, e la mia assimilazione procede furiosamente sul piano esteriore, mentre dentro di me la lingua resiste, vischiosa, e i miei pensieri sono impastati di un Italiano che è un sangue, una pelle, un umore intimo come lo sdegno che continua a legarmi al mio Paese. Dopo anni di completa inattività, oggi pomeriggio ho infilato i pantaloni della tuta, allacciato gli sneakers e mi sono messa a correre. Inutile dire che ho fatto mille metri e mi sono fermata, col sangue nelle gengive e il petto trapanato dal male: gli inizi sono così, ci vorranno secoli a rifare il fiato. Ma almeno mi sono rimessa in moto. Qui è tutto naturale: io che corro per strada, un universitario in skateboard sulla rampa del più esclusivo college cittadino, un rasta gigantesco che pedala su una bicicletta rosa da ragazzina… Il pomeriggio canadese prosegue nella Star Coin Laundry, la lavanderia a gettoni che sopperisce alle carenze di casa. Il proprietario è un signore dai capelli grigi, portoghese come quasi tutti gli altri negozianti dell’isolato. Accanto a me, una ragazza di origini asiatiche studia un manuale di politica comparata. Un ragazzo cinese, bello anche se un po’ appesantito, aspetta in piedi che la sua macchina finisca il ciclo di lavaggio, tamburellando nervoso le dita sullo sportello. Vicino alla porta siedono due signore, madre e figlia. La ragazza è massiccia, squadrata, e ride sguaiatamente, alle prese con una specie di palmare. La madre, che cerca invano di attaccare bottone con qualcuno, indossa una felpa vistosamente patriottica, bianca e rossa, con un’enorme foglia d’acero sormontata dalla scritta : “Support our troops”. Entrambe, madre e figlia, hanno in volto la stessa espressione sciatta e consumata: la faccia livida di chi lavora tanto e guadagna poco. Quell’espressione, oggi, ce l’ho anch’io. Ce l’ho nelle giornate come oggi, quando la mancanza di alcune persone mi scava dentro come un verme, e dispero di poter trovare una casa, e finisco a chiedermi quale sia il prezzo delle vocazioni, e che senso abbia l’impegno, se non posso condividerlo con le persone che amo. La tristezza è una fisionomia, arrossa la pelle, altera i lineamenti, screpola le labbra. Mi guardo negli oblò, che continuano a girare, ottusi e indifferenti. Sono vestita come i miei compagni di ginnasio dieci anni fa: stupidamente, volgarmente. Il piumino che loro compravano per 300 mila lire io l’ho comprato usato per 10 dolalri, e gli anfibi sotto i jeans stretti mi servono solo per resistere alle temperature di un autunno già rigido. La metà degli abiti che ho addosso l’ho comprata usata, l’altra metà era mia, ed è di gran lunga quella ridotta peggio. Sembro uno spaventapasseri, davvero. Qual è il prezzo della cultura? Sembrare un nuovo povero? Essere un nuovo povero? I poveri, ad esempio, non hanno la lavatrice in casa. Eppure io, che vivo con uno stipendio minimo, non sono una persona povera. In Italia lo sarei, senza dubbio. Non potrei sostentarmi con le paghe normalmente attribuite al genere di lavori che ambisco a fare. Ma questa parola, “ambire”, così come qualsiasi concetto di “ambizione”, cozza drasticamente con la nozione di “povertà”. Quando hai fame l’ambizione te la metti sotto i piedi. Ma allora cosa ci faccio, di sabato sera, in una lavanderia a gettoni dall’altra parte dell’Oceano? Qui a Toronto ci sono due università importantissime, due milioni di immigrati e una lavanderia a gettoni ogni cinquecento metri. La lavanderia a gettoni è un posto da studenti, da poveri, da immigrati. Uno studente, in fondo, è una specie particolare di povero: è un povero finto, un povero temporaneo, un povero che sarà ricco, ma sperimenta la sensazione del poco con finalità educative e formative. Poi finiscono gli anni della scuola, trovi un lavoro e ti compri una lavatrice, mentre gli altri, poveretti loro, continuano a leggere riviste e fumetti in attesa di fronte a una fila di oblò. E un dottorando Italiano all’estero che cos’è allora? È un nuovo povero che non ammette di essere tale, un immigrato troppo privilegiato per definirsi tale, uno studente troppo cresciuto per continuare a dirsi tale: un paradosso del villaggio globale.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: