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la città nella città [6 settembre 2009]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 2:20 am

Il primo impatto con la vita universitaria è schiacciante, lo ammetto. Venerdì 4 settembre ho avuto la conferma ufficiale di appartenenza al mio nuovo Dipartimento, frequentando la prima giornata di orientamento rivolta ai TA, ovvero Teaching Assistant. Un secondo inizio di scuola, si può dire.
Una parte abbastanza consistente della nostra borsa ci viene erogata in cambio del lavoro come assistenti all’insegnamento, rivolto agli studenti del primo livello universitario (Undergraduate Students). Si può trattare di marking (correzione dei compiti), di attività laboratoriali o di insegnamento vero e proprio, come nel nostro caso: siamo chiamati a fare da istruttori nei corsi di Italiano. Per chi, come molti miei colleghi, ha frequentato la stessa università in passato, si tratta di cambiare mentalità, ponendosi non più come semplici studenti ma anche come staff, personale della facoltà. Per chi come me arriva ora, si tratta di entrare contemporaneamente in due mondi nuovi (che diventano tre se si considera l’adattamento alla città e al nuovo Paese).

Avverto immediatamente la responsabilità e la sfida: saremo chiamati a rappresentare la nostra istituzione di fronte a ragazze e ragazzi di 18 anni, che vedranno in noi degli insegnanti a tutti gli effetti. Ho già insegnato in passato, ma certamente non a studenti universitari, tantomeno a gente così, che paga migliaia di dollari l’anno ed è abituata a pretendere (magari anche a torto) e non certo a subire e chinar la testa. Avrei milioni di domande ma, per la prima volta, la lingua mi frena: fatico a trovare il tono, anche a centrare il punto forse. Si discute di questioni burocratiche con le stesse persone che più tardi danno indicazioni pedagogiche e didattiche; io sono abituata diversamente, i miei prof all’Università in Italia non si preoccupavano nemmeno di sapere se qualcuno sarebbe andato ad aprirgli l’aula di lezione, figuriamoci di chiedere un certificato medico o di cambiare la disposizione delle sedie in aula!

In quanto TA, siamo considerati personale a tutti gli effetti, anzi: impiegati pubblici (non fannulloni, a quanto pare). Questo implica l’iscrizione al sindacato, oltre a un’estensione della copertura sanitaria alle spese dentali (= finalmente ho i soldi di sistemarmi le carie degli incisivi). La presentazione della nostra unità sindacale è inserita a pieno titolo tra gli interventi della mattina. Di fronte ai nostri docenti, una signora di mezza età ci spiega perché iscriverci al sindacato e come comportarci in caso di controversia. Veniamo invitati a non temere ritorsioni personali perchè, ci viene detto, l’Università è un “luogo di lavoro professionale”, e soprattutto, a NON LAVORARE GRATIS.

A metà giornata, siamo già stremati, soprattutto i ragazzi già al 3° o 4° anno di programma, che a ogni settembre sentono più o meno la stessa tiritera. Ma perché li hanno chiamati?, mi domando. Le sessioni dedicate alla didattica mi chiarisono il motivo: senza la presenza di qualcuno che ha già esperienza, ai novellini come noi sarebbe impossibile fare domande attinenti alla questione, o anche solo affrontare tutti i problemi scabrosi relativi più che altro alla nostra inesperienza o ai nostri limiti didattici.

Mi rendo conto che tendo a sottostimare le competenze che già possiedo. Al solo pensiero di far lezione in inglese a una classe mi viene da piangere – va da sé che parlo bene l’inglese, se no non mi avrebbero ammessa in un dottorato, ma è pur sempre una lingua seconda, e so quanto i ragazzi possano essere severi, persino presuntuosi a volte: un piccolo errore, anche non attinente al contenuto della lezione, può minare la loro fiducia. Naturalmente se si parla di disciplina, o di questioni attinenti alla gestione delle relazioni in classe, o all’attenzione verso un alunno timido e magari poco preparato, beh, queste sono cose che ho fatto per anni…. Però mi sembra che molte cose qui non valgano o che non siano direttamente applicabili, e che il contesto meriti di essere affrontato in maniera nuova, senza eccessive presunzioni, magari fondate sulla millenaria (!) preminenza della civiltà italiana.

Il confronto però, per quanto straniante, mi conforta. Ho passato anni a pensare che i miei docenti fossero dei deficienti, e tutte le cose per cui li criticavo qui ci vengono indicate come errori gravi, da evitare nel modo più assoluto. Vietato sedersi e fare lunghe lezioni frontali; vietato usare il ricevimento come supplemento delle lezioni; vietato ricorrere a termini di gergo accademico se prima non li si è spiegati; vietato mancare all’ora di ricevimento senza avviso; vietato farsi sostituire dal primo che passa di lì perché quel giorno hai “altro da fare”. Praticamente la descrizione (alla rovescia) dei miei 5 anni universitari in Italia, con poche lodevoli eccezioni. Ma è soprattutto il punto di vista che cambia. Il centro dell’insegnamento è lo studente, non la performance del docente. Al punto che un’ora della nostra formazione è dedicata a informarci dei servizi di sostegno (psicologico, sanitario etc) ai quali dovremmo indirizzare i ragazzi che mostrano segni di disagio. Occorre incoraggiare la partecipazione di qualità (cioè costruita e preparate, non il fatto di alzare la mano per dire la prima scemenza che passa per il cranio). Se la classe è perennemente muta, il docente dovrebbe porsi seriamente il problema. Magari cambiando strategia, non limitandosi a inveire contro gli studenti, la cattiva televisione o la riforma universitaria….

Il nostro “battesimo” come TA è finito, e mi godo il tardo sole pomeridiano di questa città nella città. Questo calore è moneta rara, in Ontario. In lontananza mi arrivano gli ululati tribali dei freshmen (leggi “matricole”) alla loro iniziazione ufficiale, che girano per il campus vestiti coi colori del loro college. Proud to be a freshman, si direbbe. E allora capisco: il campus è una sfera autosufficiente, diventa facilmente un mondo a parte. E per la sua stessa struttura, così accogliente ed inclusiva, può trasformarsi nel suo contrario, diventando uno strumento di esclusione. In un mondo così totalizzante, anche le piccole difficoltà della crescita diventano facilmente tragedie: è facile smarrire se stessi e il senso delle cose. E questo non solo per le matricole.
La struttura è semplicemente “overwhelming”: anche a noi dottorandi, l’università si è palesata oggi in questo insieme di regole, di strutture, di performance. Quello a cui ho appena assistito a una dimostrazione di potere, resa esplicita non solo dalla “parata” dei ruoli accademici, ma anche dal fortissimo richiamo allo spirito di corpo, alla partecipazione totale: la nostra, e quella dei nostri “allievi”. Il loro benessere e il loro spirito di corpo sono una priorità economica, prima che culturale o sociale (e si badi, siamo in un’Università pubblica).

Per ora mi ha fatto impressione mangiare un sandwich allo stesso tavolo con i professori, che scherzano familiarmente con noi studenti, senza che questo rimetta minimamente in discussione il rispetto delle regole e la diversità dei ruoli. Ma non voglio dimenticare che c’è un mondo, fuori del campus, e che ci sono leggi che governano le nostre vite su una scala più vasta.Questione di punti di vista, I suppose.

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