parlacoimuri

la legge (del) Reale [18 ottobre 2011]

In generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora, repubblica delle lettere, taking action on novembre 16, 2011 at 5:27 am

Mi scrive mia madre – il che di per sé è un evento – dicendomi preoccupata che in Italia vogliono rimettere in vigore la Legge Reale. Lo so già. Ho letto la notizia un’ora dopo che era uscita sui giornali, e non mi stupisce, nel clima del mio Paese.

Non ho MAI dico MAI pensato che Di Pietro fosse di sinistra ed questo è il motivo per cui MAI, dico MAI, l’ho votato. Ho fatto cose di cui mi sono pentita, in cabina elettorale, ma MAI dico MAI ho votato Di Pietro, anche quando ci sono stati compagni che si sono lasciati abbindolare dalla sirena dei vari Giulietti Chiesa e delle varie Franche Rame candidati nelle fila di IDV.

Il punto è che a me (classe 1983), la Legge Reale, in barba al suo spettrale nome lacaniano, evoca determinate cose. Per esempio, gente morta sparata (uso il verbo transitivamente in barba alla grammatica) per non essersi fermata a un posto di blocco. Un’infrazione, certo, ma passibile di morte? Invece a molti viene in mente solo il desiderio (quanto, esso stesso borghese o, come si sarebbe detto un tempo, “benpensante”), di tracciare contorni, di dormire sogni tranquilli, senza il rischio che qualcuno venga a tingerli di nero.

È normale che, quando le leggi vigenti (quelle della democrazia) sono screditate, si affermi il desiderio di nuove leggi. Così, quando un cantante viene diffamato da un sito che è una fogna a cielo aperto, si invocano leggi restrittive contro la Rete nonostante esistano già strumenti legali atti allo scopo. Quando vengono commesse delle azioni criminose (per le quali la magistratura e le forze dell’ordine hanno già la possibilità, il diritto e direi il dovere di acquisire prove, filmati, etc, senza lanciare idiote quanto disinformate cacce alle streghe in rete), si invocano leggi speciali. Senza comprendere che la trasformazione dell’ordinamento politico e giudiziario è l’istituzione di una nuova realtà, storica e sociale, da cui non sempre è facile tornare indietro.

Le coltri di fumo nero che avvolgono l’Italia sono molte, oggi. Sono quelle di chi ragiona dal punto di vista dei propri personalismi, di chi ragiona per “bianchi” e neri”, alla comoda di ricerca di un altro su cui scaricare il proprio odio. Misseri, Vasco, il banchiere di merda, lo sbirro di merda, il blackbloc di merda. Va bene tutto.

Sono quelle di chi parla a nastro, essenzialmente, perché a gridare oscenità dietro uno schermo (magari domandando a gran voce di sapere i “nomi e cognomi” dei colpevoli, o presunti tali) ci vuol poco, e ci si sente grandi. Sono quelle di una sinistra che ha perso talmente tanto il senso della propria identità da confondere piani e situazioni storiche, per cui la mafia, gli anni di piombo, tutto stesso case impasto verbale. Legge Reale, DASPO, intercettazioni. Tutto uguale. L’importante è chiedere scusa, possibilmente in diretta.

Ed è questo che porta a dire che il berlusconismo (ma il termine da usare sarebbe un altro, perché non si trova Berlusconi solo in Italia) ha fatto presa nelle menti. In quelli che sfasciano una vetrina pensando alla foto che li inquadrerà, senza sapere di posare secondo un cliché ormai buono per i fotografi di moda (e se fossi una critica letteraria direi, con Lacan, che appagano il desiderio del Grande Altro, ma aver letto Lacan non ha mai salvato nessuno da se stesso). Ha fatto presa in quelli che si sentono (come scriveva qualcun altro meglio di me), più “sfigati” e più “disoccupati” degli altri, chiunque siano, questi altri. Magari perché non sono davvero pronti a mettere in discussione le tante cose inutili che costellano il nostro stile di vita. Ma ha fatto presa anche tra quelli che si classificano aprioristicamente e apoliticamente tra i pacifisti, dimenticando che anche il pacifismo è costruzione, è complessità, è lotta nonviolenta che mette in gioco il corpo.

Essere davvero pacifisti è cosa che richiede un coraggio infinito. Voglio essere onesta ed ammettere che non so se trovo in me un grammo di questo coraggio. Non lo si trova da soli, il coraggio di durare, di essere “responsabili” di un metro quadrato. E non ha niente a che vedere con il fatto (sempre discendente dalla stessa logica legalitaria e tardo-illuministica) di esporre il proprio nome e cognome. A volte è politico negare il cognome, per esempio coprendolo con una X. Il corpo conta molto più del nome.

Il punto è che non basta sostituire Paolo Bonolis con Beppe Grillo, Rete 4 con Facebook, Ambra Angiolini con V for Vendetta (e nemmeno Microsoft con Mac, se è per questo) per cessare di essere spettatori e consumatori. Invece c’è un’intera generazione che si sta formando alla politica solo su Facebook (ed equivalenti). Forse è anche per questo che, di fronte alla Legge Reale, e alla delirante proposta di un partito che oltretutto sarebbe l’opposizione, non tutti saltano sulla sedia. E anzi, alcuni continuano imperterriti a cliccare “like”.

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