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l’horror, l’orrore [28 febbraio 2010]

In attitudine popular, cinema, recensioni di recensioni, sci-fi on novembre 16, 2011 at 3:04 am

Andare a vedere un film di vampiri la notte di San Valentino è un po’ come farsi del male da soli. Posso provare a considerarla un’esperienza “antropologgica”, come diciamo noi italiani di sinistra di tutte quelle cose che dovremmo semplicemente definire “stupide” e che non possiamo dire di aver visto su Blob.
Quando arrivo allo Scotiabank Theatre, sono già le sette e dieci. Per fortuna la mia amica Allison, più puntuale di me, ha già avuto il tempo di aprirsi un varco nella massa appiccicosa di coppiette. La sala dove proiettano Daybreakers non è al completo. È, anzi, una delle meno affollate. Pure, nella penombra degli interminabili spot pubblicitari, non scorgo che coppie. Mani nelle mani, carezze ricoperte di pile, baci scricchiolanti di popcorn.
L’unica eccezione è costituita, oltre che da me e Allison, da un single di mezza età, che continuerà a sghignazzare con gusto per tutto il film, specialmente nelle scene più truci. Contegno tutto sommato adatto a un film che a spaventare non riesce proprio – a meno di non immedesimarsi nelle migliaia di pomodori spremuti per ottenere tutto quel sangue.
Non c’è dubbio che uno dei destinatari principali siano proprio loro, i ragazzini dell’era Twilight. Che vengono al cinema a vedersi un sano polpettone e si trovano di fronte a un messaggio inequivocabilmente politico. Daybreakers è infatti la storia di un mondo dove i vampiri hanno fatto un coming out spontaneo e generalizzato, dilagato in una vera e propria pandemia.
Nel 2019, a dieci anni dalla svolta, il mondo è diviso tra i vampiri che hanno ripristinato una normalità sociale semplicemente invertendo il ritmo del giorno e la notte, e i pochissimi umani che devono nascondersi, per non essere catturati e “coltivati” in fabbriche di sangue. La minaccia rappresentata dalla fine del sangue, e la necessità di ripensare un modello di vita “umano” sono trasparenti allegorie di una situazione politica mondiale fondata sullo squilibrio e sull’uso forsennato delle risorse naturali.
Infiltrare una denuncia politica in un genere popolare è tutt’altro che una novità. Tanto più se, come in molti classici del genere, l’horror si intreccia alla distopia (genere cui i registi Michael e Peter Spierig hanno attinto a piene mani, riciclando stilemi e immagini di classici, da Blade Runner a Matrix). Quel che colpisce, tuttavia, è l’assoluta normalità dell’ambientazione distopica, che ricalca alla lettera il nostro presente consumista.
L’orrore dei vampiri si esprime nella fila alla metropolitana per avere il caffè macchiato di sangue, nelle pareti asettiche del tunnel sotterraneo che permette di spostarsi in sicurezza durante il giorno, nella pioggia di aggeggi e gingilli inutili nelle macchine modificate per guidare sotto i fatali raggi del sole. Il mondo dei vampiri è un mondo di eletti che continua ad assottigliarsi. I più ricchi lottano per mantenere i propri privilegi, mentre la povertà si estende contagiando anche i nostri vicini di un tempo, o i lavoratori manuali che non potendo più pagarsi le razioni di sangue regrediscono a uno stato mostruoso e infero. Daybreakers parla così della nostra ossessione per le strade sicure, in nome della quale faremmo persino uccidere chi ci disturba con lo spettacolo della sua povertà. E soprattutto, parla della guerra di un’America sempre più assediata, sempre più prigioniera della propria dicotomia (forse rovesciata, suggeriscono gli autori) tra luce e buio, tra bene e male, che solo una nuova speranza (quale?) potranno riscattare. Quasi da manuale (ma non per questo meno potenti) le scene di guerra, in cui i vampiri cacciano i loro ex simili in uniformi da marine e a bordo di mezzi corazzati simili a quelli impiegati in Iraq. E naturalmente non mancano le adolescenti vampiresche di questi anni zero, alle quali il film allude nella prima scena – il suicidio di una ragazzina che, stanca della sua eterna adolescenza, si lascia incenerire dal primo sole dell’alba, all’esterno di una tranquilla casa bianca, da pieno ‘gotico americano’.
Quanta distanza dalle atmosfere di The Wolfman, altro horror imperversante in questo inizio d’anno. Non cambio genere e ci riprovo, infatti, pochi giorni dopo; da sola, complici la noia e l’inverno canadese. Multisala raggelante e semivuota, dopo il diabete dei giorni precedenti.
Il film, lo dico subito, è una delusione non riscattata nemmeno dall’ottimo uso degli effetti sonori e dalla presenza di Benicio Del Toro. Prevedibile, oleografico, senza “scarti”; e a tratti attraversato da fastidiose reminiscenze disneyane o perraultiane. A differenza che in Daybreakers, non ci sono riscritture: la trama è quella classica, col lupo mannaro e le sue trasformazioni, condita da un’ambientazione inglese (tra le campagne e la capitale) che più inglese non si può. L’accento degli attori, in particolare di Emily Blunt (interprete dell’angelica Gwen), è talmente British che me ne accorgo persino io. Opposto anche l’equilibrio degli ingredienti; se in Daybreakers c’era redenzione senza amore (niente love story per il bel vampiro buono Edward Dalton e la pasionaria umana Audrey Bennet!) qui invece c’è amore senza possibile redenzione. La bella non salva la bestia, che muore non senza aver sferrato l’ultimo morso. Sarebbe un film piatto e prevedibile, se non fosse per il senso di pietà che accompagna il destino irreversibile del “mostro”: che è pur sempre uno di noi, anche se segnato da una diversità malvagia.
Non è certo un caso che gli unici capaci di provare scrupoli per la vita dell’uomo-lupo siano gli zingari accampati nei pressi del villaggio, a loro volta sospettati dall’ottusa e razzista comunità locale; e non è un caso che la catastrofe a orologeria della mutazione licantropa avvenga in un manicomio “foucaultiano”, al centro di un teatro anatomico, sotto gli sguardi di un’intera comunità di scienziati. Come tutti i film horror, anche The Wolfman finisce inevitabilmente per dare una forma e una direzione alle paure del presente; e non solo per la sua dimensione così cupa e priva di speranze. L’orrore esplode nel cuore di tutti i dispositivi di controllo, contagiandoli inevitabilmente: il potere coloniale della nobiltà britannica sull’India; l’autorità paterna e il recinto chiuso della comunità locale, diffidente verso chiunque le sia estraneo; e infine i dispositivi della repressione sociale, incarnati dal manicomio e dalla polizia.
Solo le donne – seppur non immuni da stereotipi di “eterno femminino” – riescono a farsi portatrici di un sapere e di un ”coraggio” diverso, capace di rifiutare la caccia al mostro e, potenzialmente, di arrestare il contagio; ma il loro tentativo è soffocato dai vani propositi guerreschi di padri, fratelli e mariti. È difficile immaginare come sarà il futuro, ma di certo non moriremo per mano di un vampiro o di un lupo mannaro. Quel che invece appare plausibile, è che si sta ridisegnando il nostro rapporto con l’Altro, il “nemico”: un rapporto apparentemente empatico e spesso venato di erotismo, segnato dalla prossimità estrema del “mostruoso” alle nostre vite. Non potrebbe essere altrimenti, in anni in cui le ragazzine sognano di essere contese tra vampiri e lupi mannari sul palscoscenico dei loro teen movie immaginari. Sognando di essere ghermite dal mostro e di avere per amante un vampiro, non ci accorgiamo del mostro che abbiamo in noi. Forse è un triste segno dei tempi, che ci voglia l’horror per guardare in faccia il presente e dirne l’orrore.

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