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l’italia è una provincia fondata su…? [11 settembre 2011]

In malatempora, taking action on novembre 16, 2011 at 5:20 am

«Una provincia come una sconfitta», cantava Guccini un po’ di anni fa: e davvero, a volte guardando la geografia italiana viene da pensare che le due cose (provincia e sconfitta) siano sinonimi, con buona pace dei miti letterari, dallo Strapaese alle province post-moderne di Tondelli fino all’ultimo ‘ritorno’ dei regionalismi (che, erano mai andati via, per caso?).

Si dice troppo spesso che la cultura italiana è provinciale, che siamo ai margini, che siamo refrattari a qualsiasi contributo positivo venga da fuori. E per contro si dice che in Italia fa tutto schifo, che noi italiani non sappiamo fare niente, manco la fila alle casse. Che all’estero è tutto buono e tutto da importare, che all’estero non esistono le raccomandazioni e il nepotismo (balle). Questi due atteggiamenti fanno parte dello stesso provincialismo, così come è tipico dei provinciali idolatrare le metropoli purchessia. Ma che cosa vuol dire, davvero, essere provinciali?

Prendo le mosse dalla critica «costruttiva» proposta dai Wu Ming su Twitter qualche giorno fa, rispetto alla mancanza di comunicazione in altre lingue (leggi inglese o spagnolo) dell’occupazione simbolica di Piazza Affari: ma la riflessione nasce da più lontano, dalle tante, troppe discussioni tra “expats” circa il “perché non riusciamo ad essere incisivi da qui”, che ci si raduni o meno davanti alle sedi delle ambasciate con cartelli, fischietti, foto di Mr. B e tutto l’armamentario dell’“italiano all’estero”. Perché in questa regione vaga e indefinita che è “l’estero”, non si percepisce nulla o quasi di quanto accade in Italia? Ho una mia teoria, e per esporla in modo facile, ho rubato una formuletta a un certo Taine, usandola, ovviamente, a modo mio. Buona lettura.

[1] “Milieu”. Ovvero, dove è andato a finire l’internazionalismo?

Ci sono intellettuali siriani, palestinesi, egiziani, che scrivono in inglese. Per intellettuali intendo ricercatori, analisti politici, giornalisti, documentaristi, registi teatrali. Se io cerco informazioni su quel che accade ai confini della Siria o dell’Egitto, o su quanto accade nelle zone curde di Iraq e Turchia, mi imbatto in decine di siti bilingui (come questo, molto popolare: http://www.jadaliyya.com/). Certo, si tratta della punta dell’iceberg rispetto all’enorme mole di informazioni che probabilmente non arriva nemmeno a vedere la luce, ma insomma, permette almeno di farsi un’idea. Perché questo non accade con noi italiani?

È un problema innanzitutto linguistico. Sarà banale dirlo, ma la conoscenza dell’inglese diffusa in Italia è ancora ferma a “gin lemon” e “cheeseburger”. Permette di prenotare un volo con Ryan Air e di fare (forse) la spesa alla Tesco, ma quando si tratta di scrivere un articoletto di 10 righe, vengono i sudori freddi. Prima ho citato il caso del Medio Oriente. Bene, alcuni dei paesi che cito hanno un sistema almeno in parte modellato su retaggi coloniali, o hanno istituzioni universitarie di lingua inglese che formano non solo giovani “occidentali” in cerca di esotismo o redenzione, ma anche giovani (per quanto si tratti di una minoranza ricca e privilegiata) del proprio paese. Noi abbiamo una storia diversa e un rapporto molto più conflittuale con l’inglese, per cui i ragazzi di 20-24 anni magari sanno prenotare una camera doppia con bagno, ma difficilmente riescono a scrivere dieci righe in inglese senza errori. Bisogna tenerne conto, perché questo è un dato generale. Il nostro rapporto con le lingue straniere è infatti passato da quell’impostazione prettamente grammaticale e letteraria dileggiata (giustamente) dai ragazzi della scuola di Barbiana, a un’impostazione puramente turistica.

Poi sì, è vero, esiste la “Generazione Erasmus”. Il processo di mobilità europea è cominciato in modo massiccio solo negli ultimi due decenni, almeno per quanto riguarda l’inglese, per il francese la questione è diversa, come ognun sa. Tuttavia, non credo sia solo una questione di tempo: non credo, cioè, che tra dieci anni ci saranno intellettuali italiani con una mentalità cosmopolita e internazionale e strumenti linguistico-espressivi a supportarla, se non cambia anche il nostro atteggiamento di fondo nei confronti dell’“estero”.

È un fatto che la nostra emigrazione (tanto quella storica e tradizionale, quanto quella “qualificata” dei nostri giorni) di rado produce proficue interazioni con la classe politica locale. In Italia, infatti, il movimento di internazionalizzazione ha sempre coinciso con l’espatrio o con l’esodo (in tempi di guerra o di pace) e sono state poche le esperienze proficue di contatto politico tra chi partiva e chi restava – tra queste poche eccezioni mi vengono in mente solo i legami tra il PCI clandestino e i fuoriusciti e l’avvio della Resistenza, o l’esperienza europea della Brigata Internazionale, ma ecco, la forma più cospicua di contatto è stata forse costituita, nei decenni passati, dalle rimesse degli emigranti, indicative di un’antropologia o di un mondo culturale: alla “prendi i soldi e scappa”, insomma. Pare del resto di poter dire che alla mitologia politica dell’emigrante battuto e avvilito (alla “Italy” di Pascoli, per capirci), si sia sostituito un mito altrettanto vittimista: quello dell’italiano moderno esule politico.

È anche vero il contrario, però. La diaspora palestinese ha prodotto intellettuali che erano sì radicati, ma anche universali. Che erano informati delle vicende di tanti paesi, non solo del loro. Che sapevano cogliere le connessioni fra quanto accadeva in Palestina e in Sudafrica, per esempio. Quelle idee hanno contagiato altre lotte e altre consapevolezze. Noi italiani, invece, ci portiamo l’Italia sempre appresso, come una sfilza di salsicce legate al collo. Non riusciamo a staccarci dall’Italia, e se una volta ci trovavamo (a Chicago, New York, Toronto o Sydney) per ballare una tarantella da dopolavoro fascista, ora ci troviamo magari per parlar male di Berlusconi tra una birra e un film e una pizza con il mozzarella cheese; continuiamo a vivere, ancora dopo anni, con la testa voltata all’indietro, attenti alla stretta attualità italiana o magari alle polemiche culturali del giardino di casa più che alla “big picture” di quanto accade a livello globale. Chissà, forse anche per questo non riusciamo ad avere quella “distanza” che porta ad agire.

[2] Temps (no explanation needed).

Tradurre richiede tempo, twittare no. La traduzione è responsabile, implica automaticamente il controllo, il rapporto vivo con le fonti (e fidatevi, che quando uno trova qualcosa che “non torna”, traducendo se ne accorge molto prima), mentre il tweet è (può essere anche) compulsivo.

Questo significa che è impossibile fare un lavoro decente nella tempistica che si richiede alla comunicazione politica via social media. Mettiamoci nei panni della persona che a casa, dal proprio computer, volontariamente, decida di mettere a disposizione dell’intelligenza collettiva quello che può offrire, cioè il proprio tempo libero e la capacità di tradurre verso la lingua del paese ospitante. Arrivi a casa e invece di farti un pediluvio apri lo schermo del tuo pc (o mac, se sei veramente à la page). Magari in quelle ore potresti fare un lavoretto che ti pagano, invece no, stai lì e traduci per la “causa”. Traduci in fretta, cercando di fare un buon lavoro. Aporia. Ovviamente ci sono le parole che non ti tornano, e a quest’ora mica puoi andare in biblioteca e consultare un superdizionario da dodici volumi di quelli con cui di solito ti sbrogli nei momenti peggiori. Finisce che benedici Wordreference e i forum di colleghi. Bravo, sei stato veloce, la traduzione è fatta. Ma non sarà il caso di farla leggere a quel tuo amico madrelingua che ti deve una birra, per essere sicuri al 100%? Oppure la mandi fuori così com’è, anche se poi farà l’effetto delle traduzioni automatiche di google dal cinese? Mentre sei lì che ti interroghi, esce un aggiornamento che ti obbligherebbe a rifare il lavoro, o che lo rende semplicemente obsoleto. Nel frattempo sono quasi le 3 di notte, mandi a fanculo tutto e vai a dormire. Tanto dall’altra parte dell’oceano sono già le…?, e chissà quante altri altri aggiornamenti ci sono, ad arrivare alle 8 di domani, ora locale.

Le soluzioni? O si scrive nel proprio inglese/spagnolo rudimentale da Erasmus (se almeno quello lo si è fatto): meglio l’informazione grezza che arriva in tempo, che quella elaborata che arriva quando ormai viene la puzza. Oppure si propongono coordinamenti, per mettere insieme risorse e competenze in tempo utile, stabilire priorità, modularizzare il lavoro in modo da procedere in tanti e bene. Qualcosa del genere esiste già, e funziona molto bene secondo me, per quanto riguarda l’informazione estera sull’Italia (il sito “Italia dall’estero”, che seguo raramente, e solo come lettrice).

È chiaro, però, che per tradurre ci deve anche essere qualcosa da tradurre. Le grandi rivolte in genere parlano da sole, anche quando sono sottoposte a isolamento e pesanti censure sul piano tecnico. A volte ho invece la sensazione (una sensazione che dura perlomeno da 11 anni) che ci sia la tentazione di “manipolare” l’informazione, di far esistere l’evento attraverso la sua rappresentazione (la quale, come ognun sa, è comunque una forma di esistenza). Ma su questo preferisco sorvolare, finirei per essere saccente e sprezzante verso le persone che comunque sono lì in Italia e cercano di fare qualcosa, e davvero, questa è l’ultima delle mie intenzioni.

[3] “Race”. As in, Italiani,“vil razza dannata”.

L’Italianità è una nozione basata sull’occultamento delle differenze, basti pensare alle minoranze linguistiche di cui nessuno parla oppure al rifiuto di considerare italiani i bambini nati sul suolo italiano, o, ancora, a quel vero e proprio “canone nascosto” che sono le letterature dialettali (opportunamente rispolverate come simulacri nostalgici, ma represse politicamente e artisticamente durante la loro intera secolare esistenza).

Da un punto di vista culturale, però, l’italianità si fonda sul rifiuto della propria cittadinanza, sul sentirsi «stranieri in patria» (un’inchiesta interessante è stata condotta da “Nuovi Argomenti” per il numero di gennaio-marzo 2011: qui, sul sito di DoppioZero, si possono leggere le risposte degli intellettuali interpellati), secondo una condizione che in parte è quella di qualsiasi vero artista (lo scrittore non scrive in francese o spagnolo, scrive nel proprio idioletto), in parte è esasperata da una situazione politica che, nell’arte, non vede ormai più nemmeno una forma di intrattenimento, di legittimazione e financo un orpello decorativo.

Eppure, proprio alla prova della traduzione, il concetto “io non mi sento italiano” non regge. Provate a dirlo in inglese o in francese, e vediamo se la suona. Di sicuro non qui, dove si legge di continuo una frase come “Proudly Canadian” (non parliamo della cittadinanza USA, per cui potrebbe davvero valere il dialogo che San Paolo ebbe con un anonimo tribuno, si veda At, 22, 27-28). Come si fa a “sentirsi” (o non “sentirsi”) cittadini del proprio paese? Mi sento di riproporre in questa sede alcune considerazioni dell’amico e compagno di lotte Fiorino Pietro Iantorno, oggi Consigliere Comunale della Federazione delle Sinistre con la maggioranza di Centro-Sinistra a Siena. Il post è lungo e incazzato, se volete ve lo leggete qui, io ve lo consiglio. Quel che dice FPI, in sintesi, è semplice: dice, basta col mantra “Io mi vergogno di essere italiano”, fa parte dello stesso lamentismo cazzaro che poi porta l’80% degli italiani a sostenere i privilegi dell’altro 20%. Gli Italiani di cui parlava Gaber siamo noi, ciascuno di noi, e siamo noi stessi, i primi responsabili del Berlusconismo. Non potrei essere più d’accordo.

L’Italia è un paese auto-immune. Ha secolarmente espulso da sé il germe della diversità. Lo fa anche oggi, con quell’esodo di massa che si chiama, giornalisticamente, «fuga dei cervelli». Ha prodotto intellettuali in serra, in filiera, al proprio interno. Che hanno rifiutato il contrassegno dell’Intellettualità a chi aveva un odore diverso. Ma è anche vero che la reazione stizzita di chi vorrebbe dirsi “non-italiano” fa parte dello stesso processo. (Attenzione, questo è un paradosso. Ma non sono io che ragiono male, è la realtà che è piena di paradossi ed esplode da tutti i lati come un campo minato). Troppo facile negare la propria cittadinanza, con un tratto di penna o un colpo (di spugna). Fa parte della stessa amnesia collettiva.

Il paese è come la mamma, non te la scegli (sono volutamente ironica, dato che mamma e mammismo sono ormai gli unici prodotti della nostra esportazione). E questo odio, o disprezzo, si muta facilmente nell’elogio di quelle stesse contro-virtù che in teoria condanniamo a gran voce, di quei “difetti” dei quali, sotto sotto, andiamo fieri.

Ed ecco perché siamo pieni di “intellettuali” autoproclamati e non (ma anche di militanti, cantanti, giornalisti, blogghettari….) che dicono di non sentirsi Italiani, ma poi a conti fatti non parlano nessun’altra lingua (o dialetto) che non sia l’italiano.

  1. Grazie valentina pe rla citazione. bel post, bel blog. Ci linkiamo? 😀

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