parlacoimuri

on the way back home (Bologna – Milano Linate) [27 agosto 2010]

In generazioni, la memoria e l'oblio, lavori pieghevoli, partire o restare on novembre 16, 2011 at 4:05 am

Partire con l’Intercity notturno è un modo forte di ricordarti la natura brutale dei viaggi, delle partenze, quel che usavamo fare pochi anni fa, prima dell’era i-tech, prima dei low cost, prima dei web-check in e dell’adsl che ha trasformato ogni laptop in una potenziale agenzia di viaggi. Parlo di quando il mezzo più low cost era il treno espresso, senza limiti di peso per i bagagli, se non quello – assai ampio – della tenuta delle rastrelliere in ferro, o quello – per alcuni assai ridotto – della tenuta della propria schiena. È un modo, forte e secco come un whisky, di ricordarti la realtà delle migrazioni, non quelle intellettuali ma quelle interne che per decenni hanno scavarla l’italia, e continuano a farlo; e proprio come il primo whisky nella gola morbida di un ragazzo, fa tossire, sputare e lacrimare.

Il treno notturno è un mondo dove la ‘stampata’ della prenotazione è solo un pezzo di carta. Qui la logica implacabile e serena dei numeri, coesiste, senza per forza prevalere, con l’altra logica, quella del morto di sonno che ha preso il posto prima di te, cinquecento o ottocento chilometri a monte, e non c’è modo di fargli capire che una ‘transazione elettronica’ è un’altra forma di priorità. E spesso prevale infatti l’altra logica, quella del passeggero che, semplicemente, non si sveglia, non risponde agli stimoli, resiste abbarbicato al proprio scampolo di sonno.

C’è la ragazza in giubbotto di renna chiaro, salita quasi quattro ore prima a Vasto-San Salvo, che a Modena si sveglia e si stropiccia gli occhi perché tra un’ora va a lavorare; e vorresti bucare il suo silenzio per sapere dove, se in un supermercato, in un ufficio, o in un ospedale.

C’è la famiglia scesa per le vacanze, che ha prenotato sedili opposti da Bari a Milano e stendendo i piedi, mamma contro figlia, papà contro figlio, riesce a farsi una mezza notte di sonno.

C’è la bambina con il suo primo giubbotto di jeans, che confonde Reggio Emilia e Reggio Calabria.

C’è il ventenne che dorme piegato sul sedile del corridoio, la testa pesante tra le cosce fasciate dal jeans tarocco, e a ogni fermata gli amici lo svegliano, ‘Pasquà, t’ô faciste nu bello sonnariello?”

C’è la donna africana buttata a dormire come un sacco direttamente sul pavimento sporco, solo le scarpe alte e le unghie laccate che sbucano dalla coperta che qualcuno le ha steso addosso, e le treccine, gettate in terra, a pochi millimetri dai tacchi di chi passa lungo il corridoio.

C’è il cinquantenne dal collo taurino, strizzato nella maglietta Emporio Armani, che malgrado l’ora non toglie dal telefonino la suoneria, e lo scompartimento si riempie del suono di una chitarra, a metà tra un jazz rifatto e Pino Daniele.

C’è il padre premuroso, che trova un posto per sé e per la figlia piccola, e ripercorre l’intero vagone a ritroso per recuperarle il cuscino scordato in chissà che valigia, e poi si addormenta sfinito, finché la bambina lo sveglia a Rogoredo credendo che siano arrivati.

Ragazzi di Napoli davanti ai portelloni ridono forte, sollevando borsoni militari sdruciti e sgargianti trolley di chissà quale sottomarca, mentre nell’aria livida delle sei di mattina il treno già sfila, lentissimo, sotto i ferri liberty della Stazione Centrale.

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