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ospedale geriatrico italia [9 giugno 2010]

In generazioni on novembre 16, 2011 at 3:25 am

Ho quasi 27 anni. Li compio tra un mese, per l’esattezza. Spesso rifletto sui confini delle età. Mi sento giovane, ma nella fase terminale della giovinezza. A trent’anni sarò felice, perché saprò di esser stata giovane a lungo. Alla mia età, i miei genitori avevano già una figlia parlante e senziente (che poi sarei io), e si percepivano come adulti. Giovani adulti, al massimo.

Io sono uscita di casa tardi, dopo la laurea, ma da anni lavoravo e non ho percepito alcuno shock (salvo, forse, dover andare alla lavagettone invece di farmi la lavatrice nel bagno di casa. In compenso però qui ci sono dei frullatori che sembrano astronavi). Ero abituata alla mia indipendenza, alle mie spese e al mio conto in banca (mai in rosso!), solo non guadagnavo abbastanza da coprire un affitto nella cara, vecchia Bologna, dai portici rossi e dagli affitti neri, neri, neri, come il carbòn.

Le polemiche sui “bamboccioni” non mi hanno mai irritato perché non avevano il potere di sfiorarmi. Sapevo chi ero, e che cosa stavo facendo. Mai sentito il bisogno di dimostrare la mia maturità al cospetto di una manciata di miei coetanei resi “autonomi” dalle conoscenze di mammà, dalle raccomandazioni di papà o dalla casa ereditata di nonna.

Girando su un sito di informazione locale – ci lavora una mia amica, ed è un ottimo sito per il quale prima di partire avevo “rischiato” di andare a lavorare anch’io – mi sono imbattuta in un bando di concorso per “giovani lavoratori autonomi e professionisti dell’Emilia-Romagna i cui progetti imprenditoriali prevedono l’uso delle tecnologie digitali, e contenuti di innovatività e creatività nei settori dell’audiovideo e del multimediale”. Scadenza 15 giugno. (Il bando, per chi lo volesse, è qui).

Mi pare un’iniziativa lodevole. Anzi, bisogna essere orgogliosi di vivere in una delle poche regioni che investono risorse in innovazione tecnologica, specialmente in tempi di tagli draconiani e di crisi nera. L’Emilia Romagna non è il paradiso, scandali ed episodi di corruzione hanno mostrato che ci sono crepe nel suo famoso e mitizzato “buongoverno” ma, in fondo, non è tutto da buttare. Chi come me ha radici anche nella povera Calabria, ne è ben consapevole….

C’è, però, una frase del bando che mi provoca uno shock culturale. Eccola: “I progetti dovranno essere realizzati da aggregazioni di almeno tre persone tra i 18 e i 40 anni […]”. Cioè, fatemi capire, giovani tra i 18 e i 40 anni? Tra i potenziali concorrenti più giovani e i più anziani (nati tra il 1970 e il 1992) ci sono esattamente 22 anni. Praticamente lo spazio di una generazione. Facendo un po’ di conti, alcuni dei concorrenti potrebbero avere l’età per essere figli di altri concorrenti. Un po’ come in una puntata di Beautiful, di quelle in cui la nonna va a letto col pronipote della sua migliore amica. Evviva la famiglia…

Nel corso degli ultimi anni, l’età limite dei concorsi per giovani, o per giovani-trattino, si è costantemente alzata. Uno dei concorsi letterari più famosi d’Italia si chiamava, ai tempi, Under 25. Una decina di anni dopo, lo stesso concorso divenne per “Under 35”, che è poi uno dei limiti più gettonati non solo in area artistica, ma anche sociale o semplicemente “burocratica” (i visti vacanze-lavoro di Canada, Australia e Nuova Zelanda di solito si attestano su età simili, vicine al dantesco “mezzo del cammin di nostra vita”). Quarant’anni però mi sembrano molti, anche tenendo conto del fatto che si sta parlando di “giovani imprenditori” e non di “giovani” tout court. D’altra parte, non voglio essere troppo aspra nel mio giudizio. Mi è capitato anche di vedere colleghi (di 37-38 anni) esclusi da bandi simili per uno o due anni, nei quali evidentemente la loro carriera non aveva avuto impennate maestose, se ancora erano costretti a lavorare gomito a gomito con gente della mia età. Parafrasando i Jethro Tull, troppo vecchi per i concorsi e troppo “giovani” per morire.

A trentacinque anni, in fondo, che si è fatto? L’università (magari finita con qualche anno di ritardo), o a volte uno o due master, o una manciata di corsi regionali e professionali per ri-qualificarsi; in mezzo una pletora di lavoretti, al massimo qualche produzione indipendente se si è artistoidi…. Tante esperienze che non fanno l’esperienza. Quella vera. Quella che ti fa lavorare. Quella che fa di te una persona competente. Quella che a 40 anni ti mette in grado di coordinare altri, e di insegnare il lavoro alle nuove leve (quelle che, appunto, di anni ne hanno 18 o 20). Il motivo che mi ha spinto a lasciare il Belpaese era proprio questo, del resto: non tanto o non solo la paura di non trovar lavoro, ma la paura di mettere insieme percorsi così sconclusionati e frammentari, proprio nei dieci anni fondativi (25-35), quelli che dovrebbero essere il periodo in cui le persone mettono radici in un lavoro o in una carriera (quella di ricercatrice, nel mio caso).

Poi ci mancherebbe, io personalmente sono a favore del cross-generation. Ho sempre avuto amici nati tra il 1968 e il 1978. Figuratevi che una volta, a una mia amica mentre eravamo insieme al bar, l’han scambiata per la mia mamma (ovviamente non dico dove se ne è andata a finire la sua autostima: sotto al tavolino, accanto a me che mi rotolavo per terra dal ridere). Il punto però è che qui non stiamo parlando di amicizie, di frequentazioni o di inciuci stile Beautiful. Si sta parlando di concorsi, e una concorrenza simile diventa schiacciante per i giovani, quelli veri. Che chance hanno gli under 25, se competono contro l’esperienza, il know-how, le “conoscenze” maturate da un 39enne giovanile? Nessuna. A meno che non li si immagini sempre a fianco del quarantenne di turno, a prestare la loro opera (spesso pagata un piatto di peperoni) e la loro freschezza al servizio di qualche quarantenne che campa di “progetti” e progettini. Esperienza che a me non è nuova, peraltro.

Ma forse, per quanto remota, c’è anche un’altra ipotesi. In fondo chi l’ha detto, mi scuoto, che la concorrenza sia sempre a svantaggio nostro? Io a 21, a 23 anni facevo esperienze che molti giovani stagionati, nati tra il 1970 e il 1979, stavano facendo ancora a 30 anni. E non ero l’unica. Qualcosa vorrà dire?
A volte ho il sospetto che alcuni di noi, under 30, i cosiddetti “tweens” o seconda generazione di precari, siano un po’ più svegli dei loro fratelli maggiori, malgrado l’ingiusta penalizzazone di una crisi nerissima e i pregiudizi di qualche vecchio. Forse un ingegnere di 25 anni, che sa l’inglese, è nativo digitale, e magari ha fatto il lavapiatti a Lione per imparare una seconda lingua non compresa nel piano di studi, potrebbe cavarsela meglio di un videomaker 40enne ancora in cerca del successo, o di un “ragazzo” di 38 anni. Questo è l’unico pensiero che mi dà speranza.

E chissà, forse anche noi cervelli fuggiti riporteremo in patria quel che siamo dovuti andare a imparare altrove, stufi di aspettare il nostro turno facendo lo slalom tra padelle e cateteri dell‘ospedale geriatrico “Italia”. In fondo, noi ci stiamo muovendo, anche se con disperazione e fatica.

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