parlacoimuri

parental advisory – explicit content [4 aprile 2011]

In attitudine popular on novembre 16, 2011 at 4:55 am

[Attenzione: Questo post contiene una quantità di parolacce paragonabile a una canzone di Marco Masini. Sono tra virgolette, per cui non vale. Ma se la vostra sensibilità può essere urtata, regolatevi di conseguenza].

Tra i tanti effetti negativi della mia permanenza canadese, posso annoverare una serena assuefazione alla commercial, risultato congiunto dell’iperlavoro e della mia tendenza ad andare a scrivere nei bar, la sera dei week-end o la domenica mattina. Il rock mi distrae, per non parlare della lirica, e in generale della musica di qualità. La pessima dance trasmessa dalla radio, invece, mi permette di rimanere concentrata. Non sempre, di sicuro non quando scrivo saggi o quando faccio ricerca, ma il sottofondo di musica ignorante mi isola quando faccio lavori meccanici di traduzione (solo nella prima bozza), e di editing (che nel mio caso consistono per lo più nella sostituzione di virgolette “alte” con virgolette «a sergente», nella sistematica eliminazione di ‘d’ epentetiche in contesti che di norma non le prevedono, e nell’avventurosa ricerca di indicazioni bibliografiche).

I tormentoni da disco che vanno qui in Canada (in larga parte, ma non del tutto, coincidenti con quelli italiani), io non li associo a serate “tamarre”, ma a tour de force da seconda (e terza, e quarta) serata.
Ce n’è uno che va per la maggiore, credo anche in Italia. Lo passano le radio commerciali ogni 20 minuti, gira nei bar, nei pub, nelle lava-gettone, nelle cuffie dei ragazzini. Il ritornello, probabilmente noto anche alle piastrelle del vostro pavimento, fa “excuse me I don’t mean to be rude, but tonight I’m loving you.” Che cosa ci sia di maleducato nell’amare una persona potrebbe sfuggire all’ascoltatore ingenuo, e non introdotto alle delizie della disco-music (cioè, nell’ordine, un marziano, un marxista, o un intellettuale militante). Se non che, in uno dei troppy party casinari che per un breve periodo hanno sconvolto casa mia e i miei ritmi circadiani, mi è capitato di sentirne la versione originale, non censurata, il cui ritornello suona, “but tonight i’m fucking you“.

Ora, se c’è una parola che in inglese non si dovrebbe mai dire – e tanto meno scrivere – è per l’appunto “fuck“. E’ vero che, come scriveva Meneghello un po’ di anni fa, ormai sembra quasi una parola carina e la dicono anche le signorine, ma nei contesti normali, tra gli/le over 25 che lavorano e producono, è ancora un tabù. Non è de-semantizzata come il nostro “cazzo!” (peraltro attestato con tale valore nella prima lessicografia moderna, ad esempio nelle Origines di Pierre Menages). Non è scusabile come le pur volgari “shit” (merda), o “bitch” (letteralmente “cagna”, per traslato “puttana”, ma usato spesso più blandamente, e traducibile come “stronza”: peraltro si noti che questo è l’unico insulto che, in Italia, è invece ancora da lavare col sangue, perché noi e gli spagnoli, quando vogliamo offendere qualcuno, gli insultiamo la mamma, oppure, se proprio siamo moderni ed emancipati, la sorella).

In generale, nel mondo anglofono i confini di ciò che è considerato accettabile sono più rigidi che in italiano. Chiaro, anche da noi non è consigliabile mettersi a sacramentare come uno scaricatore di porto a una riunione di lavoro, ma qui sono molto, molto più attenti, e un linguaggio non sorvegliato può costare caro. Il terreno della bestemmia, poi, per molti di noi ristretto a ciò che è intenzionalmente offensivo verso la divinità, in inglese è sconfinato. Quello che per noi è un normalissimo “Oddio”, addirittura lessicalizzato in una nuova esclamazione, fa sobbalzare molti (notare, infatti, che almeno nelle versioni di VEVO Usher canta “Oh my gosh”, astenendosi dal pronunciare invano il nome dell’Altissimo, che, ne convengo, sarebbe un po’ fuori contesto nei suoi video). Di qui la presenza di espressioni paragonabili al nostro “cribbio” (Gosh, Jeez, etc), ma molto più numerose e frequenti che in italiano.

Tutto questo excursus lessicale, per dire che capisco perfettamente come mai il ritornello circoli in una forma meno volgare e offensiva per le orecchie del pubblico. Non mi aspetto di sentire la parola “fuck” amplificata nei supermercati, nei centri commerciali o nei bar-pasticceria frequentati da famiglie. Ma a un male minore (la parolaccia, peraltro ripetuta dai media in centomila altre occasioni), la censura ne sostituisce uno molto peggiore, e più sottile. Perché usando “love” al posto di “fuck“, si produce uno scarto concettuale. Si veicola l’idea che “to love” sia qualcosa di sporco, da consumare possibilmente all’impiedi nel cesso di una discoteca: qualcosa di cui non si può parlare senza “scusarsi per la volgarità” (excuse me, I don’t mean to be rude). Si insegna ai più giovani (proprio coloro che si vorrebbero proteggere) che non c’è differenza tra il consumo reciproco e le relazioni, che l’amore è quello scambio solo fisico che avviene esclusivamente tra un uomo e una donna vestiti, rispettivamente, da pappone e da puttana.

Un rapporto occasionale è quel che sembra: una scopata. Non è la fine del mondo se succede (purché ci si protegga, evitando rischi per la salute propria e altrui), non è qualcosa da giudicare con moralismo, ma non ha niente a che vedere con l’amore e con la profondità delle relazioni, siano esse tra uomo e donna, tra uomo e uomo, tra donna e donna. Qualcuno dovrebbe dirglielo, a ‘sti ragazzetti. Senza scusarsi per la volgarità.

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