parlacoimuri

pietà l’è morta [24 settembre 2011]

In generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora, taking action on novembre 16, 2011 at 5:23 am

Mi piacerebbe che il video in cui le forze dell’ordine sgomberano un gruppo di tunisini a Lampedusa costringendoli a saltare da tre metri d’altezza fosse stato condiviso, ricliccato e spammato quanto il filmato dell’oscena intervista a Terry de Niccolò – un’intervista peraltro importante, perché nel masticamento verbale della escort si declinano i termini di un nuovo fascismo light, tra il paillettismo del sogno berlusconiano e il fascismo da uni-posca di frasi come ‘meglio un giorno da leone che cento giorni da pecora’, eternata sulle porte di migliaia di cessi.

Invece, per la maggior parte dei miei connazionali, pare che il corpo possa costituire corpo di scandalo solo quando, perfettamente depilato e lucidato, esso si offre in pasto al drago, e non quando esso è vittima di violenza, di fame, di malnutrizione, quando sopporta le tempeste e rischia la morte, quando è oggetto di manganellate e sassate (chi è senza peccato, diceva qualcuno…).

Guardavo quei corpi saltare dalla balaustra, indistinti, ridotti a numero, a quantità, a esubero. Maschi e femmine indistinguibili, il semplice ritmo delle persone costrette a lanciarsi nel vuoto e saltare, senza il tempo di prendere la mira, salvare gambe e braccia un lusso che non viene concesso. Persone che cadono come pezzi di legno.

Non era diversa da altre scene che ci commuovono in film, fumetti o libri, questa immagine: solamente, era vera e ci riguardava da vicino. Ma l’Italia sembra aver voltato la testa da altre parti, attenta ad altri corpi, ad altre vittime.

In tutto questo mi viene in mente un episodio accaduto nel lontano 1999. Pochi anni dopo il grande esodo dall’Albania (e dalla strage di Otranto, che portò Moretti a criticare una generazione di politici cresciuti con Happy Days), e pochi mesi dopo l’invereconda espulsione di Ocalan dall’Italia, ci fu, in Calabria, a Soverato, uno sbarco di curdi. Ricordo nitidamente, al telegiornale, le inquadrature della nave che si accostava a riva mentre decine di abitanti sulla spiaggia applaudivano il salvataggio di tante vite umane. Ricordo la mobilitazione popolare che portò a raccogliere coperte, generi di soccorso e alimentari per “i curdi del palasport” (uno di quei paesi era cui quello dei miei nonni: ho una nitida memoria delle casse di succhi di frutta raccolte nei locali della Pro Loco). E ricordo la nostra sorpresa (e, devo dire, il nostro orgoglio) quando il sindaco di un comune povero e spopolato come Badolato Superiore aprì le porte ai nuovi arrivati, invitandoli a rianimare le strade di un paese fantasma. Molti sono poi ripartiti, vuoi perché fin dall’inizio avevano come meta la Germania, vuoi perché in una regione povera c’è poco altro da fare se non le valigie, indipendentemente che si sia curdi o italiani.

Mi piace ricordare quell’Italia come si ricorda un parente caro scomparso da anni. Perché è evidente che quella parte di Italia è morta – quella parte, dico, capace di accogliere nonostante l’ignoranza o la diffidenza che pure ci dovevano essere, capace di ricordare i tempi in cui ad accalcarci sui bastimenti per Buenos Aires o Nuova York eravamo noi, capace di distinguere il momento delle legge, col suo inevitabile rigore, da quello dell’umanità che va custodita e salvaguardata prima di ogni cosa.

Pietà, l’è morta, e con la pietà l’Italia.

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