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ragazze e valigie [1 giugno 2010]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 3:20 am

Le poste qui in Canada sono uno dei luoghi dove passo più tempo. I titolari dell’ufficio postale di Bloor/Dovercourt – una coppia di indiani, marito e moglie, sulla quarantina – si sono ormai abituati a vedermi e hanno sostituito all’aria burbera dei primi tempi un bel sorriso. Anch’io, martedì scorso, sorridevo, e a trentadue denti. Tra le mani avevo il modulo per accettare l’OGS, una borsa di studio che la provincia dell’Ontario stanzia per i Graduate Student (MA o PhD, come sono io) più meritevoli. Aggiungo che, per un criterio che ora non intendo commentare, su circa 2000 posti annuali solo una sessantina sono riservati agli studenti stranieri o comunque non permanentemente residenti qui in Canada. Bene, la mia è una di quelle 60 borse. Lo annuncio qui, ai miei venticinque lettori, rompendo la discrezione che di solito mi fa aborrire lo show off. Non l’avevo mai fatto in vita mia, e come Paganini, non intendo ripetere. Stavolta, però, un grido mi ha attraversato la testa. In your face, Italy!

Non è bello nutrire sentimenti di rivalsa verso il proprio Paese. Nel mio caso, poi, avverto una bruciante contraddizione: uno degli elementi decisivi per vincere questa borsa, ossia il curriculum, viene dall’Italia. Mettendo da parte le sciocche rivalse e gli ancor più sciocchi esibizionismi, prendo il mio caso a esempio di un paradosso più vasto. Perché l’Italia non è interessata a impiegare e riconoscere quel merito che pure crea, in ottime scuole pubbliche prima, e in buone università pubbliche poi? Perché, una volta che si tratta di “impiegare” quel merito, la società Italiana – e la sua Università, che ne è lo specchio fedele – poi tira lo sciacquone di fronte ai dei “bravi” e ai “superbravi” che non hanno santi in paradiso e non son bravi a far “la genuflessioncella d’uso”?

La borsa di studio è solo la punta dell’iceberg. Alcuni giorni fa, ad esempio, ho potuto constatare che è uscito il mio primo articolo scientifico vero e proprio, risultato di una ricerca condotta all’interno di uno dei miei corsi. I miei tentativi di pubblicare in Italia, malgrado avessi materiali di qualità non inferiore, si sono sempre infranti contro un mare di “Mah, boh, vedremo”, fra ritardi e mancate risposte, nella ricerca frenetica del “contatto” (persino nelle riviste scientifiche, quelle con board e revisione anonima dei pezzi, si ha talora la sensazione che la presenza di qualcuno a “oliare” i meccanismi possa far la differenza, se non per l’accesso, almeno per i tempi delle risposte).

E ancora: prima di partire, alcuni colleghi già dottorandi mi domandavano con candore se qualcuno mi avrebbe “mandato” a qualche convegno. Era normale, per loro: “Sei così brava…”. Io, puntualmente, rispondevo di no. Erano sempre altri a essere “mandati”, talora ancor prima di essersi laureati. Qui in Nord America, il meccanismo è un po’ differente. Le call for papers sono pubbliche, e sono diffuse su appositi strumenti di comunicazione (riviste specialistiche, liste elettroniche, siti, etc). Ragion per cui, nel mio primo anno di PhD, ho fatto tre presentazioni a conferenze, di cui due all’estero (USA). Senza bisogno di intercessioni (né umane né divine). E questo non perché io sia un genio. Molti altri colleghi, infatti, hanno una media di due presentazioni all’anno; un graduate student che non prova a mandare paper da nessuna parte è visto come un’eccezione, non certo come una regola.

Dulcis in fundo, sono letteralmente svenuta nel constatare l’elevato numero di donne – non solo dottorande, ma anche lecturers e tenure track – che partecipavano alla conferenza annuale della American Association of Italian Studies. A chi mi passava la boccetta dei sali, ho chiesto di compatirmi: avevo ancora in mente il dominio incontrovertibile degli uomini in nell’accademia italiana, dove, si badi, le facoltà umanistiche sono prevalentemente frequentate da donne, che si laureano meglio e più in fretta – ma evidentemente, sono tutte indisposte il giorno della prova d’esame. Nel nostro ambiente, insomma, ragazze e valigie diventa un binomio inseparabile: un po’ come in un film di Almodovar, ma, ve l’assicuro, molto meno divertente.

Naturalmente io, ragazza con la valigia (ma almeno senza più la pistola di monicelliana memoria) sono consapevole di questo mio sguardo straniato, da Paese dei Balocchi. Sparare sull’Italia e sulla cultura italiana, in questo momento, pare diventato lo sport nazionale, e qualsiasi commento si faccia sul vecchiume, sul nepotismo, sul clientelismo della sua classe accademico-intellettuale rischia di alimentare una politica di tagli alla cultura che nasconde, oltre a una feroce resa dei conti, la volontà di distruggere qualsiasi germe di critica e di pensiero.

Soprattutto, mi rendo conto che il mio racconto non si discosta in nulla dalla marea di testimonianze che si possono leggere in rete – in Italia non ero nessuno, e all’estero posso fare il mio lavoro; in Italia ero sfruttato, e all’estero ho la mia dignità; in Italia ero costretto a dar via volantini alla fermata della metro, e all’estero vivo con la mia professione di giornalista/insegnante/account…. Lette tutte d’un fiato, queste storie fanno probabilmente l’effetto di una lagna interminabile. Quel che è peggio, la mia testimonianza, esattamente come tutte le altre, rischia di far male, ad esempio capitando sotto gli occhi sbagliati. Così com’è, infatti, rischia di alimentare le illusioni dei tanti ingenui, pronti a credere che con una laurea italiana ci stendano davanti i tappetini rossi (ma dove?), che le università straniere non aspettino altro che italiani col dottorato e magari una tesi sul cinema di Ejzenstein (come se non ci fosse la fila, e se i dottori di ricerca delle università più prestigiose non si trovassero a loro volta disoccupati), e insomma, che all’estero piovano le rane.

Tanto nel partito degli “scappisti” (o “emigranti potenziali”, compresi quelli che non faranno mai le valigie), quanto nel partito dei “rimanisti” convinti, pare che la scelta dell’estero sia sempre quella più comoda e facile. Ripeto, non è così. Andar via, ragazzi, non è una passeggiata. Persino un PhD all’estero non garantisce nulla; anche se si studia come dannati, poi non è detto che le capacità vengano riconosciute. Quanto alla fatica: non ritengo la mia vita più facile di quella dei tanti miei coetanei che si sentono falliti mentre cercano invano un lavoro, o che magari si sono adattati alla vergognosa proposta di uno stage non retribuito pur di non passare le giornate in preda al vuoto e alla depressione. Ma la ritengo più dura, e più dignitosa, dei tanti che si fanno strada con gli aiutini, coi concorsi truccati, con le soffiate – nell’accademia da cui vengo, ce ne sono molti, compresi certi che girano col Manifesto nella tasca.

Non voglio fare facili moralismi. Sono in Nordamerica, ma studio in un’Università pubblica, e ne vado fiera più che se fosse un’Ivy League. Sono in Nordamerica e amo lo spirito di meritocrazia che rende finalmente sensato il fatto di darci dentro, di fare l’alba sui libri (ciò che in Italia, se non trovi il giusto “mentore”, produce solo frustrazione); ma spero di non dimenticare mai che questo “lavoro”, improntato allo studio delle “humanities”, dovrebbe rendere il mondo migliore, e non solo essere finalizzato alla carriera o all’arrivismo personale. Soprattutto, spero di non chiudere mai gli occhi sul fatto che questo è uno spicchio di estremo privilegio, sia dentro la società “westerner”, sia su scala globale. Sono Italiana, però ho il cuore in valigia, gli affetti scritti in una lingua e il curriculum in un’altra, e nella mano la tazzina amara del viaggio.

Unica cosa, una domanda mi assilla, in questi giorni. Fino a che punto una classe accademica così arroccata nel proprio mondo chiuso e benestante, capace di promuovere solo quelli che riconosce come “figli” ed “eredi” (quindi immancabilmente uguali a se stessi, per censo, mentalità, gender, identità di classe -cioè borghese- e gusti), può sperare di resistere all’ondata nera e oleosa che la sta sommergendo? A chi appartiene quel mondo? E perché gli “altri”, che ne sono stati esclusi – prima di tutto mediante l’ignoranza generalizzata, e poi, quand’anche abbiano avuto accesso alla cultura, mediante logiche clientelari e nepotistiche – dovrebbero riconoscerne il valore e magari difenderlo?

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