parlacoimuri

riding the rocket [29 agosto 2010]

In canadian bacon on novembre 16, 2011 at 4:06 am

Se il tuo primo impatto con una città avviene dai finestini di una navetta di quelle, generalmente private, che collegano l’aeroporto al centro cittadino o a una qualche stazione periferica, per tutta la vita manterrai quell’immagine da scorrimento di titoli di testa, quell’imprinting di capannoni e hinterland, nella lenta transizione da un paesaggio (de-? post-?)-industriale a qualcosa che sembra una periferia, o dei sobborghi, e finalmente a una città. È lo sprawl, l’interregno urbano: l’interstizio che si mangia il centro, l’intercapedine cavo che resiste alla pressione dei muri. Così è per me Parigi, o Berlino, in piena sindrome Ryan Air. E così è anche Milano: è su navette del genere che rientro e riparto, da e verso l’Italia, cambiando città per risparmiare qualche centinaio di dollari. Roma invece no, la associo allo scorrere lento del treno lungo il vasto alveo di venti e passa binari: un ritmo da cinema, non da Disneyland.

Il bus che collega il Pearson International Airport alla città di Toronto dice già molto di questa metropoli e del paese che la circonda. È un mezzo pubblico, una corsa per $3: un prezzo caro per un biglietto dell’autobus, ma basso per una navetta da Aeroporto. È un mezzo rapido, che infatti si fregia del titolo di rocket: altro che shuttle, noi saettiamo a bordo di un razzo: we ride the rocket.

Ho percorso già tante volte questo tragitto, negli stati d’animo più vari. L’ho fatto ridendo e scherzando, in compagnia di amici, nello stato di esultanza che precede il ritorno a casa o l’inizio delle ferie. L’ho fatto con l’anima ingombra dalla paura, il fiato sospeso per l’avventura che mi si apriva davanti. L’ho fatto con l’ansia dei ritardi, del traffico, della valigia pesante che si incastrava a ogni gradino. L’ho fatto in preda al panico generato dalla solitudine, oppure in preda alla mortale tristezza per la partenza, irrimediabile e definitiva, di qualche amico.

Ogni volta il tragitto cambia, esattamente come il mio stato d’animo. Il tratto di strada si complica, diventa più lungo e profondo, un po’ come questo jet lag che si fa più devastante a ogni ritorno. Cantieri, fabbriche, capannoni, rampe, deviazioni, fermate aggiunte o soppresse: al punto che, a volte, mi afferra il panico, credendo di aver perso una fermata chiave – la mia – o non ricordando quale dei due terminal venga prima, se l’uno o il tre.

Il razzo si lancia con stile, sorpassa i taxi, mangia metri di corsie che si direbbero preferenziali, scivola indifferente lungo la prima panoramica della città che appare, il lago lontano, e in fondo la sagoma del financial district, la cn tower. Non riesco a provare alcuna emozione. Sto passando da una casa all’altra, con la differenza che in inglese ‘home’ vuol dire anche patria, e questo no, in italiano non sarebbe esatto.

In lontananza il bagliore di automobili luccicanti di calore e sole, parcheggiate su spazi immensi di parcheggi, o incollate nelle code ai vari raccordi. La strada corre veloce e dolce tra immensi cubi dai colori accesi, decine di metri quadri stampati di parole e immagini nemmeno fossero vestitini di cretonne, tubi innocenti che sembrano quasi nuovi elementi razionalisti, e invece sono i nervi di un nuovo palazzo messi a nudo, e ovunque si scava e si freme, sembra quasi di vedere le pettorine arancio infuocate dai raggi del sole morente.

La Cina sovrasta il mondo con la forza della propria demografia, ma qui in Canada, forse ancor più che nel resto del Nordamerica, percepisci che è lo spazio la materia prima inesauribile, infinitamente commerciabile, risorsa dall’espansione apparentemente illimitata; e viene quasi voglia di pesare l’aria a metri cubi, di stiparla nei container ed esportarla. Non escludo che lo facciano, prima o poi.

Il TTC rocket, come un fulmine sulla 220, striscia lungo rampe trapezoidali di cemento, in rovina come i templi maya cui si ispirano, supera i palazzi costruiti come bunker dei b-movie e oggi altrettanto fuori moda, costeggia ormai a passo lento le velature e le bombature di cemento armato, erte a riparare dal vento pendolari e viaggiatori. Per la seconda volta, entro alla Kipling station, i gesti resi automatici dal jet-lag (sono in piedi da quasi 24 ore e le sento tutte, e le sentirei anche se non ci fossero i km e il viaggio e le valigie), trascino zaino e borsa via dalla scala mobile che, per la seconda volta, va nella direzione opposta alla mia, ascolto nel dormiveglia la cantilena delle fermate, nel dormiveglia riconosco la mia e come uno zombi cammino fino alla porta, e penso che la stanchezza è il miglior analgesico che esista al mondo, neutralizza la paura e la nostalgia e l’assenza, che è quanto rimane, dopo un anno sospeso tra due mondi, due case, due terreferme.

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