parlacoimuri

roma fiumicino, 21 agosto, ore 13:00

In partire o restare on novembre 16, 2011 at 2:02 am

Sto aspettando il mio turno, seduta su una poltrona del Terminal C di Fiumicino, tra i passeggeri del volo TS 915 per Toronto. Un viaggio di sola andata: sto partendo per un PhD di 5 anni, presso la University of Toronto, garantito da una buona borsa di studio.
Al mio fianco due ragazze di origine indiana, una grassa e l’altra magra, accompagnate dalla madre in sari, continuano a trangugiare gelati simil-artigianali spendendo gli ultimi euro in portachiavi a forma di orsetto e souvenir last-minute. Cerco di vincere l’emozione, ricordandomi che fino a tre giorni fa anche io ho viaggiato sempre e solo come loro: da turista.
Non riesco a pensare. Queste donne corpulente, questi ragazzoni con la canotta dei Lakers, questi bambini occhialuti col naso incollato al mini-schermo di un palmare saranno da domani i miei “buddies”: gli amici e i compagni di una strada lunga cinque anni.
La mia non è una vacanza, eppure provo la stessa sensazione di vuoto, di sospensione, di non-attesa eccitata che sento a ogni partenza. Nessuna tensione, solo so che dovrò fare l’abitudine a molte cose nuove.
Mi chiedo se lasciare la casa a diciott’anni per studiare da fuorisede dia la stessa sensazione, o per lo meno mi domando se l’avrebbe data a me, rimasta a casa fino a 25 anni. Tra il mio stato d’animo e i racconti eroicomici dei miei amici fuorisede, ci sono delle differenze, credo. Io sono più grande, e le paure aumentano; andare via è lasciare delle abitudini sedimentate, in bene o in male. Poi, data l’età, parto perché ho raggiunto un’indipendenza anche economica: dovrò e potrò mantenermi. Buona parte delle mie angosce dipendono da questo, con l’incognita di una casa ancora tutta da sistemare, dei panni invernali che mi mancano…. Ultimo punto: ho davanti a me 4 o 5 anni, non un semestre o due. Questo dà al mio viaggio un carattere totale, irrevocabile, che cerco di attenuare ricordandomi che, comunque, non si può mai sapere. A volte si parte per due mesi e si trascorre il resto della vita in un altro Paese; a volte si crede di partire per la vita e si rientra, presto o tardi, pieni di delusioni. “Che sarà, sarà…”, cantavano gli italo-americani.
Se mi guardo attorno, tra gli altri passeggeri in attesa di imbarcare, vedo che la mia situazione è per certi versi tanto condivisa da rappresentarne una media. Gli Italiani sono quasi tutti come me, viaggiatori e non turisti. Ascolto conversazioni (a volte privatissime) con accenti campani, pugliesi, calabresi. Al desk mi precedeva una famiglia di 4 persone (con 5 bagagli a mano, uno in più del consentito) con la stessa lettera di ingresso che ho io, rilasciata dall’Ambasciata Canadese di Roma. Gli unici passeggeri in vacanza sono quelli col passaporto blu scuro, si tratti di studenti universitari con zaino in grand-tour europeo, famiglie benestanti dall’aria WASP o italocanadesi che approfittano delle ferie per vedere i parenti rimasti in Italia – esattamente come me e i miei genitori quando torniamo in Calabria. Tutto ha un’aria familiare, anche troppo.
Incontro alcuni Italo-Canadesi, che parlano un Italiano della memoria – fortemente dialettale nella pronuncia, a volte un po’ semplificato, anche se corretto – e un Inglese perfetto da persone istruite e laureate. Persone sospese tra un ponte, che a ogni ritorno vedono l’immagine di ciò che sarebbero oggi se loro (o i loro genitori) fossero rimaste in Italia e quel che sono diventati. Lucia*** ha fatto il viaggio in senso opposto: tornata in Italia per amore, rientra spesso per vedere i genitori anziani, rimasti in Canada dopo anni di emigrazione. In Italia fatica a lavorare perché il governo Italiano non riconosce la sua laurea (presa in Canada, e valida a tutti gli effetti) per l’insegnamento. Così Lucia va avanti lo stesso e insegna il suo inglese perfetto e forbitissimo in una scuola privata, mentre a noi poveri mortali restano i tanti insegnanti d’inglese MADE IN ITALY, con un accento a volte fantozziano.
Mi volto. Le due ragazze canadesi si puliscono le mani del gelato e cominciano a parlare dell’imminente rientro a scuola. Una di loro estrae un voluminoso manuale di Chimica, tutto sottolineato, e comincia a studiare. Sorrido, mentalmente sospesa tra i due mondi, quello di queste ragazze che, come me, frequentano l’Università e viaggiano con lo zaino, e quello dell’anziana donna alle mie spalle che mastica un panino al salame ancora per metà nella carta stagnola. Chi sono? Un po’ di tutte queste cose, mescolate insieme: vedremo, col tempo, che miscuglio ne salterà fuori.
Stanca di scrivere, mi dedico ad altro. L’ultima mia immagine italiana è questa: a Roma, in partenza per Toronto, apro un libro francese (di Pierre Guyotat, un autore che pochi hanno letto anche in Francia) che ho comprato a Bruxelles. Vive l’Italie!

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