parlacoimuri

saturday night blues [5 settembre 2010]

In canadian bacon, malatempora on novembre 16, 2011 at 4:07 am

C’è chi ha i Sunday blues; io le domeniche le reggo bene, sarà che a me della famiglia riunita attorno al tavolo a mangiare il pollo arrosto non me ne può fregar di meno, o sarà che tutte le domeniche li sento via skype, i miei; sta di fatto che le domeniche vanno, quel che proprio non reggo sono i sabati. Che poi, non è che, prima, il sabato fosse ‘sta botta di vita, ma insomma, è sempre il momento dei contatti umani, in cui letteralmente stacchi la spina e ti ricordi di essere vivo, vedi gente, scambi qualche battuta, qualche risata, qualche chiacchiera, cose così. Qui zero: tizio è partito, caio pure, sempronio non ne parliamo, e rieccomi di nuovo sola, in attesa di ricostituire fragili e precari legami, in una città più grande (e più fredda) della media. Mi consolo al pensiero che i miei coetanei in Italia probabilmente hanno qualcuno con cui uscire, ma la birra la pagano coi soldi della mamma, coi tempi che corrono. Io ho il problema opposto, che è comunque meno grave. Mi vengono in mente svariati proverbi, persino. Non fosse che per fortuna mi trovo sempre del lavoro da fare, sarei una di quelle figure tristi che passano il sabato sera a spammarsi da sole il profilo di facebook.

Oggi pomeriggio ho deciso di prendere in contropiede la mia vita – no more laundry saturdays! – e di partire per un’esplorazione a Est, la parte della città dove non vado mai, dove ho cominciato timidamente ad avventurarmi in primavera avanzata. La mia non è proprio una flânerie alla Baudelaire, sto cercando la French Bookstore di Toronto che dovrebbe stare da quelle parti, e la sto cercando per un motivo preciso, cioè che per la prima volta in un anno non ho trovato un libro alla Robarts, un libro che tra l’altro è pure di un autore importante, quasi incredibile, anche se bisogna ammettere che è uscito fuori catalogo più o meno una settimana dopo la pubblicazione, tra l’altro a casa a Bologna avevo la traduzione italiana, quindi non intendo ricomprarlo, giusto fare così un tentativo a caso, poco speranzoso, di quelli che non si sa mai, magari mi scrocco la citazione al volo su uno scaffale e sennò, ho comunque fatto un giro. Salgo sullo streetcar 501 (come i jeans, sì) più o meno a Queen W/Beverley. Appena una controllatina e sì, i locali dell’ex-miglior-libreria-di-Toronto sono ancora vuoti. Penso con un ghigno ai proprietari dell’immobile, che hanno di fatto cacciato la libreria aumentandole l’affitto in maniera improponibile, e che da più di un anno hanno i locali sfitti, che se li tengano penso, ci possono sempre fare una bella esposizione dei loro bilanci.

Il 501 va verso est, passa il teatro d’opera, le piazze con le fontane, il fashion district: le strade della moda, e alla moda. Appena fuori Yonge street, a pochi isolati dalla cattedrale commerciale dell’Eaton Centre, la città comincia a mutare. Spiazzi di parcheggi in rovina, facciate scalcinate, picccole insegne che nessuno ridipinge da anni: questa è una zona dove la gente vive e lavora, nessuno spettacolo da esibire. Anch’io vivo in un quartiere così, ma questo ha un’aria strana, per strada non c’è nessuno, solo gente in tuta e ciabatte, mentre altrove la città letteralmente scoppia di persone nell’immediato pre-festivo. A Queen/Parliament sale una coppia, uno è un nero obeso con un cartoccio di patatine di McDonalds e se fosse uno spot sui pericoli della pessima alimentazione, non potrebbe essere più credibile. L’altro, sempre nero, allampanatissimo, letteralmente vestito di stracci, i capelli stretti in quelli che un tempo devono essere stati rasta e negli occhi una disperazione nervosa. Si fruga nelle tasche a lungo davanti all’autista, estrae una manciata di monete sperando che basti, l’autista fa segno che i soldi non bastano, i 3 dollari li vuole tutti fino all’ultimo centesimo, l’altro tipo intanto continua a mangiare e visti assieme sembrano Sancho Panza e Don Chisciotte. Li vedo scendere e avviarsi insieme confabulando, poi, al 500 di Queen East scendo anch’io. È tutto chiuso, non c’`e niente di niente. O ho sbagliato qualcosa io, o ha sbagliato qualcosa google. Provo a rifare un pezzo di strada a ritroso, tra una palazzina prefabbricata, un’officina e un grande centro presidiato da una guardia giurata. Incontro gli occhi inespressivi di un gruppo di alcolisti, o forse ex, appoggiati al muro di un Salvation Army Shelter, il quale peraltro non ha l’aria molto accogliente, giusto qualche vetrina vuota e un cartello che invita a non bivaccare sotto gli occhi delle telecamere. Se qualcosa vendono da queste parti, di sicuro non sono dei libri.

Mi rimetto ad aspettare il tram nel senso opposto a quello da cui sono venuta, con la vaga sensazione di star perdendo il mio tempo, alla pensilina con me c’è un vecchio tossico di quelli DOC, le braccia scheletriche la bocca sdentata e tutto il resto, poi arriva un nonnetto che chiama la moglie per dirle che sta per prendere il tram (“I am about to get on the streetcar”) ed esulto pensando che finalmente ho sentito un vero canadese pronunciare il famigerato “Abùt”, con la ‘u’, che poi in realtà sarebbe un arretramento del dittongo, ma adesso non sottilizziamo.

A Parliament e Queen risale pure il Don Chisciotte rasta, senza Sancho però, e mentre perde un altro quarto d’ora a cercare i tre dollari della corsa, noto che ai piedi porta un paio di gazzelle nere completamente sfondate. All’incrocio successivo, vedo una donna sul marciapiede, accovacciata sui cartoni, il busto leggermente piegato in avanti come quello di una bambola, il volto chino, immobile, i capelli color paglia, e dritti davanti a lei due uomini che le parlano, le espressioni dure, poi se ne vanno, mentre il semaforo continua a non scattare. La ragazza rimane immobile, talmente immobile che mi chiedo se le stia succedendo qualcosa, poi, mentre ormai il tram riparte, la vedo che solleva il volto e manda fuori la boccata di fumo di una sigaretta. Ha due occhi, come se tutto quello che le passa attorno fosse normale.

Non riesco a orientarmi, finché non riconosco un pezzo di strada, uno spiazzo di parcheggio, e mi rendo conto che siamo due isolati a nord di Ryerson University, la nuova sede che in teoria dovrebbe aver ‘ripulito’ la zona di Yonge dal degrado, e infatti è pur riuscita a spostarlo tre metri più in là, fuori dall’area glamour dei negozi delle vetrine delle trasgressioni ‘legali’.

Scendo, cambio, prendo la metro e tutta la meglio gioventù di Toronto sembra si sia data appuntamento su questo vagone, una specie di incrocio tra il vernissage di una mostra underground e una serata disco particolarmente trash. A quanto pare la gente ha approfittato dei primi freschi (parlare di freddi ancora sembra esagerato) per sfoderare stivali e giubbotti di pelle, quelli che tra due mesi, col freddo vero, possono avere una funzione al massimo decorativa. Del resto, è anche il sabato prima di Labour Day, che bene o male, per molti è l’ultima vacanza estiva: normale che per il W/E ci si prepari a far sfracelli. Di fronte a me, un ragazzo asian dagli zigomi larghi continua a lisciarsi il ciuffo con il viso incollato al blackberry, ma talmente incollato che per un attimo ho il dubbio si tratti di uno specchietto per il trucco. Del resto almeno tre donne qua intorno si stanno truccando, e noto che gli specchietti si aprono proprio come i cellulari di ultima generazione. Una donna in particolare mi colpisce. Pare sbiancata con la candeggina. Letteralmente. Ha i lineamenti inequivocabilmente africani, un naso e delle labbra bellissime, gli occhi scuri, i capelli ossigenati e la pelle di un colore quasi rosa che però non ha niente di sano, sembra davvero artificiale. Mi vengono in mente tutte le storie che ho letto sulle lozioni sbiancanti e sui loro effetti pericolosi, spesso permanenti, non ricordo di preciso quali però. La donna si trucca bene, a lungo e con cura, forse un po’ troppo secondo. Quando scendo dalla metro, sta ancora rincarando la dose del fard sugli zigomi.

Sono le sei, cammino su St. Patrick St., sembra che stia per piovere e in fondo non è successo niente. Avrei voglia di una birra, con tutto che sono da sola. Davanti al pub, invece, decido di tornare a casa. Che tanto qualcosa da fare la trovo.

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