parlacoimuri

se la A è facile, la B e la C lo sono altrettanto? [8 gennaio 2011]

In a spasso tra i libri, attitudine popular, cinema on novembre 16, 2011 at 4:19 am

“Easy A”, in inglese, indica un esame, o un corso, facile: un trenta garantito, diremmo in Italiano. Ma è anche un’espressione che indica una ragazza facile, estendendo all’intera persona il messaggio di “entrata libera”, veicolato da un abbigliamento provocante. È da questa seconda accezione che prende il titolo Easy A, un teen-movie del 2010, diretto da Will Gluck: la storia di un’adolescente californiana che, prima involontariamente e poi di proposito, diffonde false notizie sulla propria promiscuità, rischiando di venir travolta dalla propria reputazione di sciacquetta. La “A” del titolo è, infatti, anche la lettera scarlatta che Olivie – così si chiama la protagonista – cuce addosso ai propri abiti sempre più osé, imitando l’Hester Prynne del romanzo di Hawthorne, letto tra i compiti di inglese.

Potrebbe sembrare un film sulle nuove tecnologie e sul cyberbullismo – che qui, come spesso avviene anche nella realtà, si intreccia al bullismo vecchio stile, fatto di ostracismo e di cattiverie gratuite – ma è anche un film sulla lettura, sui suoi limiti e sui suoi effetti. Così come in The reader (2008, Stephen Daldry, tratto dall’omonimo libro di Bernard Schlink) e in Precious (2009, tratto da Push di Sapphire e recentemente distribuito anche in Italia da Fandango), anche in Easy A la lettura è vista come un atto trasformativo, una relazione conoscitiva che modifica non solo la cultura, ma anche l’esperienza di vita del lettore. Ma quale lettura? E quali lettori? In Bring in the books for everybody, un libro pubblicato nel 2010 per la Duke University Press, lo studioso di letteratura, cinema e sociologia della cultura Jim Collins ha analizzato queste forme di “culto” come parte di una più ampia estetica della lettura, che comprende il discorso architettonico di grandi catene come Borders e Indigo, gli adattamenti cinematografici (in particolare quelli Miramax, per cui Collins conia il verbo to miramax) o quei film che, come il citato The Reader o The Hours, celebrano la lettura, e la promozione libraria mediante club televisivi e virtuali (Oprah Winfrey in testa).

Viene dunque molto facile collocare Easy A in questo ambito, sia per quanto riguarda la sua parziale natura di adattamento di un classico (The Scarlet Letter), sia per quanto riguarda la sua esplicita tematizzazione della lettura. Da un lato, infatti, la relazione di Olivie con la propria comunità ricalca quella di Hester, compresi i problemi del fanatismo religioso (qui incarnato da un gruppetto di studentesse tutte scuola e chiesa), e la natura ‘relazionale’, quasi monetaria, della reputazione: facile da mantenere e impossibile da restaurare. Dall’altro lato, il film contiene un esplicito invito alla lettura, controbilanciato però dall’invito a leggere con moderazione, qui formulato dall’insegnante di inglese. Parafrasando Umberto Eco, Easy A mette in scena i limiti dell’interpretazione, perché sembra ignorare la differenza tra interpretazione ed uso. Olivie non interpreta Hawthorne, lo usa: ed è l’uso, non l’interpretazione, che le prende la mano.

La lettura, del resto, non è necessariamente una spinta positiva, come ben sapevano Dante e Flaubert. In film come Precious o The Reader, invece, si tematizza in maniera esclusiva la funzione liberatoria dell’alfabetizzazione, una vera e propria uscita dallo stato di minorità. L’alfabeto, pur se tardivamente acquisito, può redimere l’individuo, almeno in parte – in The reader è addirittura un’ex comandante SS a recuperare dignità, con un effetto storico agghiacciante. Non bisogna, tuttavia, farsi ingannare dalle apparenze: anche in easy A, la lettura, pur portando a una pericolosa identificazione, rivela la sua natura positiva, perché fornisce al personaggio gli strumenti per interpretare e de-costruire la pericolosa situazione in cui si trova. Olivie è un’Hester Prynne avvantaggiata, perché all’esperienza letteraria aggiunge la capacità di manipolare il proprio corpo e gli strumenti di comunicazione virale. Il che le permette di manipolare e rovesciare a proprio vantaggio la situazione di estrema “visibilità” che si è venuta costruendo.

Accantonando preoccupazioni critiche ed estetiche, film come Precious, Easy A e The Reader ci dicono molto del nostro habitus di lettori e di non-lettori (parafrasando Pierre Bayard). Ci dicono molto dell’imperativo a leggere che caratterizza la nostra civiltà, espandendosi assieme alla nostra cattiva coscienza di non-lettori, e rivelano la nostra tendenza a sostituire i testi con i loro adattamenti. In primo luogo, è interessante vedere come in questi titoli la lettura si intrecci alla narrazione cinematografica, vista come il nuovo equivalente della produzione dei romanzi realisti ottocenteschi. In secondo luogo, in essi la lettura è colta nel suo aspetto di “tecnologia”, intrecciata ad altre tecnologie della civiltà orale, come la registrazione (oralità secondaria) di Daldry, o le tecnologie della rete (il video virale del web 2.0). La materialità della lettura e della scrittura sono, del resto, impugnate dai tre “testi” filmici, che alla ‘grafia‘ ricorrono con funzione di decorativa, come fanno Lee Daniels (che della grafia sgrammaticata di Precious si serve come di icone nei titoli di testa), Daldry (che indulge a lunghi primi piani sui tentativi di scrittura della nazista, peraltro grottescamente in inglese), e Gluck (che usa la grafia sicura, ma adolescenziale, della protagonista per dei siparietti con cartelli, a separare le varie parti del racconto). E i due aspetti, quello del cinema come nuovo produttore di “romanzi” e quello della mediazione tecnologica insita nella scrittura e nelle sue evoluzioni, sono peraltro collegati: è soprattutto nel rapporto con il cinema che la lettura diventa performance, esecuzione e fruizione mediate, come avviene nella pratica dei curriculum scolastici americani. An Easy A inscena e cita tale pratica, quella, assai discussa e discutibile, di importare in classe i film tratti da grandi romanzi: benché Olivie abbia letto per davvero il libro, ironizza sulle sue trasposizioni, invitando a vedersi perlomeno quella storica di Victor Seastrom (1926) e non il remix con Demi Moore (1996).

Il che acquista una connotazione ancor più paradossale: perché il film, mentre condanna tale pratica, ne è una concreta applicazione, che sostituisce e riscrive (o forse glossa) il testo originario. La lamentazione della mancanza di lettura appartiene, del resto, alla più generale critica del web 2.0 e del suo pericoloso dilagare tra i giovani. Per avere un esempio di questa polemica, si può prendere un articolo dal titolo significativo (“It is just us, or are kids getting really stupid?”), apparso il 26 novembre scorso sulle colonne della rivista Phillimag, stampata a Philadelphia. La giornalista Sandy Hingston, tra l’altro, lamentava che nei corsi di letteratura inglese e americana, nelle scuole superiori e nei Community College, alla lettura dei romanzi si sostituisca la visione di trasposizioni cinematografiche, raccontando come, il figlio adolescente, da lei interrogato su Il grande Gatsby, se ne fosse uscito così: “Non mi piace l’attore che fa Gatsby. È pieno di bozzi in faccia, mi distraggono.”. Ma l’articolo della Hingston, di taglio assai divulgativo, aggiunge poco alla ricca teoria di articoli e studi che dimostrano la negatività delle tecnologie di rete, da quello, ormai famoso di Nicholas Carr (2008), Is Google making us stupid? , a quello, più recente, in cui Maryanne Wolf e Mirit Barzillai (2009) distinguono la lettura distratta della rete dalla “lettura profonda”, definita come “l’assetto sistematico di processi sofisticati che promuovono la comprensione e includono ragionamento inferenziale e deduttivo, capacità di compiere analogie, analisi critica, riflessione e intuizione”, e propongono di salvare quest’ultima mediante la creazione di “santuari” dell’alfabetizzazione, per creare una cultura del leggere molteplice (Wolf, Maryanne, and Mirit Barzillai. “The importance of Deep Reading”. Educational Leadership, (6) 2009, 32-36).

Così, per il tramite delle aguzzine analfabete o delle emule virali di Hester Prynne, torniamo alla spinosa questione della morte dell’autore, qui evocata in due modi differenti. Da un lato – ed è il piano più banale – essa appare in relazione alla fine della letteratura, o presunta tale: crisi dell’intellettuale, inefficacia della scrittura, sostituzione della cultura con entertainement ed info- o edu- derivati, e tutte le altre etichette apocalittiche con cui ci confrontiamo da un decennio. Ma concretamente, in pratiche di “cultura lettoria” alla Collins, l’opera finisce per identificarsi con la sfera dei suoi significati potenziali anziché con una precisa poetica d’autore: è un po’ come se il Don Chisciotte, ridotto per tutti a icona dei mulini a vento, non fosse più l’opera “copiata” da Cid Hamete Benengeli, ma includesse tutti i suoi citatori e rifacitori (da Menard ai cartoni animati). Nel frattempo, la nuova cultura middlebrow, il nuovo “canone” della persona di cultura media globale, finisce per autorizzare operazioni di sostituzione di libri con i film, ed altri molteplici spin-off. Ma alla morte dell’autore ci porta, inevitabilmente, anche questa nuova enfasi posta sul potere ‘trasformativo’ e rigenerante della lettura. E questo non riguarda solo il nuovo middlebrow globale. Se già nella teoria critica degli anni 60 e 70, la morte dell’autore coincideva, nelle parole di Barthes, con la nascita del lettore poi glorificato dallo strutturalismo europeo e dalla scuola di Costanza, più tardi Frederic Jameson, nella sua critica all’egemonia strutturalista, accuserà la temperie culturale degli anni ’60 di aver trasformato la lettura dei testi nell’acquisizione di un modello o addirittura di un alfabeto. Lo sappiamo anche noi italiani, che in piena avanguardia continuavamo a produrre sillabari e a scoprire alfabeti, fino a produrre i nostri romanzi delle biblioteche e delle librerie (Eco e Calvino, sì). Tutto si rinnova, e tutto cambia: e se nel 1971 Gualtiero Harrison e Matilde Callari Galli difendevano la specificità e la subalternità della mentalità circolare e aurale degli analfabeti, di sicuro i loro non-lettori erano lontanissimi da quella civiltà dell’analfabetismo funzionale descritta e denunciata, molto più tardi, da Tullio de Mauro e da Raffaele Simone… Ripartire dall’alfabeto, dunque: ma comprendendo, e analizzando senza inutili snobismi, le nuove mitologie legate alla funzione della lettura, nella loro specificità storica.

Ed ecco che, nelle sovversioni garantite del web 2.0, morte dell’autore e nascita del lettore (entrambe etichette da usare con cautela) tornano a coincidere [e, per chi volesse un modello di applicabilità del post-strutturalismo alla rete, un insieme di nozioni utili è fornito dal libro di George Landow sugli ipertesti, interessante anche per il succedersi di versioni 1.0, 2.0 e perfino 3.0, parallelamente all’evolversi dell’esperienza virtuale compiuta dall’umanità]. Morte o evoluzione dell’autore, sua identificazione con una ‘funzione”, e avvento della lettura cooperativa o persino ‘creativa’, si rincorrono sul piano della critica come su quello dell’intrattenimento di massa (popolare o middlebrow che sia), a mostrare che la vera contrapposizione non sta tra “canoni” e nuova letteratura priva di autore, ma tra i ruoli dell’attore e del lettore all’interno di ciascuno dei circuiti produttivi. Alti, medi o bassi che siano.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: