parlacoimuri

senza titolo [5 settembre 2011]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 5:16 am

Sono stati due mesi di “ferie forzate”, questi, per Parla Coi Muri. Non per la sua autrice, che quest’anno le ferie non le ha viste nemmeno col binocolo – anche se mi sono guardata bene dallo scrivere post lagnosi o esternazioni “social”; anzi, se c’è una cosa che mi sta qua, ma proprio sul gozzo, a pari merito con le finte polaroid vintage scattate con l’i-phone da 300$, sono le lamentazioni via web, in generale.

Sono sempre stata una convinta assertrice del motto «meno è meglio», e continuerò ad esserlo, perché di post microscopici di 10 o 15 righe che riportano una notizia o un fait divers non si sente la mancanza, mentre credo che abbia senso sfruttare le potenzialità di questo mezzo estendendolo verso le forme della riflessione. Non amo, quindi, pubblicare cose a getto continuo, affollando la settimana di uscite magari buttate giù nel tempo di una sigaretta. Lo so che “i blog funzionano così”, ce ne sono molti di questo tipo che seguo e che apprezzo: il mio no, funziona diversamente. Una volta ogni 7 o 10 giorni basta e avanza, se il contenuto è di qualità – e per emettere scritture qualitativamente sorvegliate, nei contenuti e nelle forme, ci vuole tempo, il tempo di documentarsi e il tempo di rileggere.

Ma un silenzio che si protrae per due mesi ha evidentemente delle altre ragioni. Ragioni contingenti, certo: una scadenza importante calendarizzata per fine agosto, il fatto che sto finalmente entrando in tesi, il fatto che nel tempo cosiddetto “libero” ho più lavoretti (pagati! yay!) di tipo editoriale o traduttivo, il fatto che mi sono cimentata con un progetto corposo che ha assorbito molto del mio tempo e in cui sono confluite scritture che altrimenti avrei pubblicato qui, e da ultimo il fatto che, vivaddio, a volte spengo il computer per dedicarmi alle persone cui voglio bene.

Accanto a queste ragioni ne sono però subentrate altre, più profonde e complesse. Se non si cambia si muore, e il blog – dopo tre anni di vita – è soggetto alle stesse logiche. Strumento nato – in modo certamente ingenuo – per condividere le mie esperienze con gli amici “a casa”, è diventato qualcosa in più, e qualcosa di diverso, evolvendosi assieme alla mia stessa persona.

Scrivere un blog, poi, porta a confrontarsi quotidianamente con il principio della “gratuità” e della “condivisione”, così caro a chi riflette sulle forme di saperi scambiati nella rete. Tenere aperta una piattaforma come questa, sia pure per una manciata di lettori (che a volte si allarga inaspettamente ma per fortuna non è un pubblico), comporta tempo, energie, lavoro. Che tu scriva per il più prestigioso dei quotidiani o per il più oscuro dei blog, sei comunque un autore, e di conseguenza sei responsabile di quanto diffondi. Una presa di posizione scorretta o mal documentata, una frase sgrammaticata, un’informazione falsa o non verificata hanno chiaramente un effetto diverso, ma, almeno in linea di principio, la stessa gravità, che si scriva per un largo pubblico o per cinque amici intimi. Non esiste scrittura “privata” nella rete. Nemmeno in quell’orinatoio a cielo aperto che risponde al nome di “Facebook”.

In anni come questi, in cui tutto deve essere convogliato verso obiettivi precisi, “monetizzabili” o comunque utili, uno si chiede se abbia senso “investire” in qualcosa che si fa per il proprio personale piacere, come appunto un blog su cui ti ostini a scrivere per il semplice piacere di scrivere. Perché la situazione in cui viviamo noi (e per noi intendo i “cognitari” di qualsiasi genere e specie) è complessa: se da un lato siamo chiamati alla situazione privilegiata di “fare cose piacevoli per lavoro”, dall’altro tendiamo fatalmente portato a trasformare tutto il tempo , compreso quello “libero”, in tempo di lavoro. A volte perdi il controllo e vai in piena sindrome di allagamento. Tutto è lavoro – poi, chissà come, va a finire che non combini niente….

Ma la cosa che ultimamente mi ha frenato ogni volta che mettevo mano alla tastiera è stata un’altra. È stata la tendenza – quasi l’obbligo, verrebbe da dire – di seguire tutto. La possiamo chiamare “Sindrome del Ritwittatore compulsivo”, “Sindrome da Copia Incolla”, “Sindrome dell’Evento Epocale Reiterato” o semplicemente, un deficit di attenzione a lungo termine. Certi miei amici hanno siti, o account (Tumblr, Twitter, Facebook, you name it), che sembrano la Madonna Pellegrina, perché stanno sempre dietro a questa o quella cosa (senza quasi mai avere il tempo di seguirne una dal vero, opzione che comunque a me non è data), ma una settimana dopo, la battaglia fondamentale della settimana prima viene puntualmente dimenticata. Le discussioni si addensano come sciami di vespe, ma si spostano, con la stessa labilità, di fiore in fiore. Oddio, l’hai letto questo? L’hai sentita quest’altra? Hai commentato la tal notizia? E allora mi viene, per reazione, la fobia di internet. La voglia di stare in silenzio, resistere in questa apnea verbale un minuto di più degli altri. Il senso di incomprensione totale, perché non fai a tempo a documentarti su una cosa, a cercare di capirla, di informarti come si deve, che già “si parla di altro”. Il senso dell’inutilità, anche, di quel che uno può dire o commentare – perché il primo dovere di chi usa strumenti intellettuali è quello di rendersi immistificabile, e invece le nostre parole si impastano alla saliva del Leviatano, sono in partenza comprese in una macchina incontrollabile.

Ora, scrivo questo e sembra che il problema sia nostro, delle persone che scrivono e commentano e perdono tempo con la rete. E magari a volte, è davvero è un problema soggettivo, di persone che stanno dietro ai monitor come in una bacheca privata, o che usano la rete come uno sfogatoio di frustrazioni personali. Ma io credo che questi casi siano minoritari, e non spieghino il continuo rincorrersi delle “mode”. Penso che il problema sia nella realtà, per una volta, e non nella trascrizione. Perché quella che abbiamo di fronte (in Italia e fuori d’Italia, nei diversi pezzi di questo capitalismo ormai rottamato ma non per questo meno pericoloso, anzi) è una strategia di attacco su più fronti. Ed è questa continua moltiplicazione e proliferazione dei fronti che rende impossibile “fare sistema”. L’attacco è a tutti i livelli. Sul fronte economico e su quello culturale. Su quello storico e su quello del diritto. Su quello simbolico e su quello reale (del resto in Italia si fa ormai fatica a distinguere, tra un simbolico che mai è stato più incarnato e “realtà economiche” che hanno ormai l’evanescenza di spettri). E la proliferazione dei fronti non è l’effetto malefico di una strategia indotta dall’alto, o di un complotto della spectre. È la forma correntemente assunta dal Leviatano Italia. Stiamo vivendo il collasso. Quello che abbiamo di fronte è la metastasi. La malattia è ormai inarrestabile e segue uno schema proprio, imprevedibile e letale, proliferando continuamente in tutti i sistemi, in tutti i pezzi diversi di Sistema. E non c’è niente da festeggiare. Perché, come ormai è sotto gli occhi di tutti, il collasso non implica affatto che le cose siano più semplici, che basti una spallata finale e poi si cambia. Al contrario, questo caos implica l’assenza di visione, e di chiarezza. Perché tutto è impastato a tutto. Bisogna combattere dentro a questo fango, ricostruire l’edificio mentre l’incendio che lo devasta è ancora in corso.

Ecco, se mi rimetto a scrivere non è perché credo di avere la chiave che può forzare questa impasse, o spiegare questo collasso. Né perché ho trovato la formula che magicamente aggregherà tutti questi contenuti, integrandoli in un unico discorso coerente. Ma semplicemente perché ho capito che, tra i molti obiettivi cui una persona dotata di strumenti critici e retorici può tendere, questo è uno degno, che vale la pena perseguire: fare sistema e non dimenticare le “lotte” (o gli hahstag) della settimana precedente. Anche questo è un corpo a corpo con il Regno di Leviatano.

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