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tanti auguri di non natale [26 dicembre 2010]

In a spasso tra i libri on novembre 16, 2011 at 4:13 am

Natale è un periodo poco stimolante, di per sé: è poco stimolante che sia Natale, ed è poco stimolante il Natale, specialmente per chi si rinchiude nella famiglia come un caldo nido, a recuperare arretrati di compagnia e di affettività. A questa coltre di noia e di colesterolo, c’è chi reagisce col silenzio, e chi invece preferisce prenderne atto, sintonizzandosi su qualsiasi canale esterno con la ripetizione incessante di un unico segnale, un termine che, appunto, fa rima col Natale. Ora, che sia Natale è un fatto oggettivo, ma che bisogno c’è ripeterlo in continuazione?

Eppure siamo sepolti da auguri di Natale, tradizionali e spiritosi, buonisti e cattivisti, tra chi propone non-auguri consequenziali e logici come il non-compleanno di Carroll e chi si sposta su toni dadaisti (“questi non sono auguri di Natale”), chi propone (o propina) saluti laici e chi alza calici in brindisi alternativi (ma non era a Capodanno, che brindavamo?), chi inneggia ai lavoratori, vestiti di rosso come Santa Klaus – forse anch’egli cassintegrato e tesserato FIOM – e chi, eguagliando Natale e consumismo, augura buoni chili e buoni canditi, in linea coi palinsesti televisivi dove è tutto un tagliare, un macellare e un soffriggere, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Per questo, ho agitato la cesta dei miei “regali” (non ne ho quasi fatti, quest’anno) e ne ho estratto tre letture, una classica e due meno note.

“I figli di Babbo Natale”, il racconto di chiusura di Marcovaldo (1963), dove l’Unione Incremento Vendite Natalizie escogita niente meno che il “Regalo Distruttivo” per bambini ricchi e annoiati; un racconto che merita di esser letto come un atto di accusa contro il consumismo, ma specialmente a quel consumismo che livellava tutti in un’unica classe apparente, spingendo persino il personaggio di Marcovaldo ad affermare che “i bambini poveri non esistono più”, subito smentito dai figli. Un racconto da leggere, quindi, in un’Italia che si riscopre povera malgrado le seducenti rappresentazioni pubbliche, in un’Italia che si risveglia da una coltre ventennale per riscoprire che i ricchi e i poveri non sono solo un discutibile prodotto musicale degli anni ’70.

“Il dono dei Magi”, un racconto di Luciano Bianciardi in cui, come in una barzelletta, ci sono un italiano, un inglese e un tedesco: non certo perché sia lo scritto più riuscito del grande toscano, ma perché ci ricorda che il Natale sta di casa in Palestina, e ci riporta al 1947, agli albori della nostra attuale dipendenza petrolifera, all’origine di tanti polimeri colorati che vengono impacchettati anche in questi giorni, tra le consegne a domicilio di Babbo Natale e quelle della Befana.

Poi, per chi si accontenta anche di esperimenti più recenti, e non si nutre di soli classici, “Tutto quello che posso”, di Giordano Meacci (2005): raccontino à thèse che dà il nome all’omonima raccolta, dove le raffinate tecnologie mediche dei Magi sono al servizio di una coppia sui generis. Un racconto di cui i recensori e i critici non hanno mancato di rilevare le ingenuità, anche rispetto agli altri racconti raccolti nel libro, ma che pure offre un’immagine, tra le molte possibili, di che cosa può diventare il Natale nell’Italia d’oggi, oltre ai panettoni e ai cine-panettoni.

E Non-Natale a tutti quanti.

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