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thomas fisher rare book library

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 2:26 am

Idealmente sono ancora alla Thomas Fisher Rare Books Library, le mani sui dizionari di Francesco Alunno, di Ottavio Ferrari, del Calepino. Li ho toccati coi miei palmi sporchi e sudati, non avendo mani migliori: ma avrei voluto cambiare pelle, in segno di rispetto. Ho immaginato queste righe là dentro, in attesa di quattro volumi, e penso che non ci sia posto più adatto per capire la città.
Uno spicchio di wireless al centro di un enorme esagono di libri, di cui non riesco a scorgere il soffitto. Piani e piani si inanellano l’uno sull’altro. Se c’è una biblioteca borgesiana, io l’ho trovata. Per i pragmatici, il sistema bibliotecario di Toronto è il quarto del Nordamerica, dopo Boston (Harvard), Yale e Princeton. Per me è l’incarnazione di un sogno. La città universitaria di Toronto è l’unico luogo al mondo in cui il cemento armato riesce ancora ad essere umanistico. Il complesso del Robarts Building (che ospita la biblioteca universitaria centrale e questa sezione dedicata ai libri rari e ai manoscritti) ha l’aspetto esteriore di un alveare. Qualcosa di diverso dal palazzone quadrato e tozzo in cui venivano stipati i dipartimenti di sociologia negli anni sessanta,  un’immagine che evoca memorie tra il  neo-coloniale e il terzomondista; no, queste volute di cemento color fumo hanno ancora il sapore di un’utopia imprecisa e spuria.
Aspetto in un silenzio rarefatto che i miei volumi appaiano da uno dei dieci piani nascosti al mio sguardo. Senza bisogno di lettere, di malleverie o di autorizzazioni. La biblioteca è aperta a tutti. Certo, la mia condizione di PhD student mi eleva dalla massa studentesca (= “undergrads”): tanto basta in questo sistema di gerarchie che non si fonda sul vassallaggio personale (il professore che firma la lettera allo studente) ma su una più complessa architettura di sfere d’azione concentriche, su una progressione costante di privilegi e permessi. Sopra di me, un silenzio che si stende per un numero imprecisato di piani. Turris eburnea.
Questo paradiso sterminato di silenzio e cuoio antico mi riempie l’anima di stupore. Avverto il peso di una responsabilità sociale. Una biblioteca come questa non può essere solo una riserva per animali in via d’estinzione (gli studiosi in una società sempre più matta), deve essere qualcosa di vivo e vegeto. Tutto questo non può essere gratis, semplicemente per noi. Non sarebbe decente.
Come dai palchi di un teatro, migliaia di volumi guardano, tra arcate metalliche, al muto palcoscenico delle nostre scrivanie, investite di chissà quale mandato. Non posso evitare di sentirmi al centro di un’enorme, sovradimensionata macchina retorica, organismo vivo di persone, cemento e libri: e per un attimo, potrei persino additare uno ad uno, i LOCI di questo edificio, disposti in un ordine che conduce al sapere, e contiene, intero, l’uomo.

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