parlacoimuri

tifiamo rivolta [11 dicembre 2009]

In lavori pieghevoli, Uncategorized on novembre 16, 2011 at 2:41 am

Ricordo come fosse ieri quando uscì “L’ultimo bacio” di Gabriele Muccino. Avevo diciassette anni, si andò a vederlo in tre, con le mie amiche. Uscimmo invocando il lancio dell’assorbente, antica pratica femminista che – lo ammetto – conoscevamo un po’ per sentito dire. La nostra incazzatura era seria, però. I personaggi femminili (madri, mogli, fidanzate, regazzine) avevano due personalità base: “sniff come soffro” e “lurido bastardo ti ammazzo”. Fine della storia. I maschi, invece, avevano un discreto conto in banca, e forse per questo divennero il simbolo di un periodo, anzi, di una categoria sociologica. Nacque, nella prosa giornalistica italiana, un sintagma ad hoc: il trentenne mucciniano.

Io non lo posso soffrire, trovo puerili le sue sceneggiature, scontate le sue ambientazioni, insipide le trame, però devo dargliene atto: nei suoi tre film “italiani” Muccino ha raccontato tre semi-generazioni. I quindicenni bene di Roma, i trentenni bene di Roma, i ventenni vorrei-male-ma-non-posso della Roma bene. Che poi, a un’analisi più attenta le sue non siano generazioni, ma spaccati topografici di una precisa area urbana della capitale, non toglie nulla alla mia tesi. Anzi, la conferma. Perché mezzo Paese si è riconosciuto nella psiche, nelle abitudini e negli stili di vita di personaggi con cui, probabilmente, ha ben poco in comune nella vita di ogni giorno? Forse proprio perché, ricchi e infelici, questi personaggi offrono allo spettatore medio un’immagine socialmente migliorata di sé e della propria mediocrità.

Sono passati quasi dieci anni da quando ho guardato per la prima volta quel film (non credo ce ne sarà una seconda), ancora un po’ e trent’anni li faccio io. Ho passato le fasi dell’epopea mucciniana, insomma: da adolescente, le mie esperienze politiche le ho fatte tra i lacrimogeni di Genova; a vent’anni, lavoravo sodo e non sognavo né di stonarmi né tanto meno di fare la velina; nella grande svolta verso la maturità, altro che farmi la casa. Le valigie, ho fatto. Se mi guardo intorno, nella mia generazione, sono tutt’altro che un caso raro. Ben due redazioni “giovanili” di cui ho fatto parte sono agonizzanti per l’espatrio dei loro membri più produttivi (in un caso, di tutti i membri e basta); una terza arranca a fatica, retta dallo sforzo eroico di chi è rimasto. Quasi tutte le persone che ho incontrato da studenti, oggi parlano dei loro lavori usando le fatidiche virgolette, nel senso che a) non è pagato / b) non c’è il contratto / c) non si sa finché dura / d) è una delle sette cose che faccio per vivere, sperando che il mio capo non venga a sapere delle altre sei. Sul serio, quando noialtri si parla di lavoro sembra uno sketch di Massimo Troisi… Poi sì, conosco un gruppetto di persone che la casa gliel’hanno comprata i genitori. Con poche eccezioni, sono le più pigre e abitudinarie. La fame ci fa essere migliori. Ci spinge a dare il meglio.

In tutto questo, però, ripensando al successo dei trentenni mucciniani, mi vien da chiedermi, quanti spettatori si appassionerebbero davvero a un film sulle nostre storie? Non dico un film satirico (Virzì ne ha fatto uno non molto tempo addietro), o un film di denuncia sociale: dico un film e basta. Un drammone alla Joe Popcorn, di quelli che li danno alla tv in prima serata, ti siedi e non pensi a nulla. Ci sto pensando perché, da qualche tempo, c’è un’overdose di narrazioni del precariato, davvero asfissiante. Intendiamoci, alcune sono serie e vanno oltre il semplice lamentismo italiano. Altre sembrano motivate dal principio semiologico del rock: la quantità diventa qualità, il frastuono diventa stile. La Repubblica, ad esempio, lancia periodicamente queste inchieste in cui la gente, compilando un formulario, può raccontarsi. Ci sono stati i cervelli in fuga, i disoccupati, la generazione perduta (18-34 anni). Report fa queste indagini da anni, che funzionano perché creano una narrativa e stabiliscono un’empatia. Poi sì, sono usciti i romanzi, i film, le antologie sul precariato. Tutte cose belle, utili, “compagne”.

Ma nella mia testa c’è un tarlo. Perché io ho paura, che tutte queste storie siano inutili, o ancora peggio, che siano utili, utili alle persone sbagliate. Ho paura che tutte queste storie servano a denunciare, e a commuovere, e a indignare. Ma ci si commuove, o ci si indigna, per le cose che suscita compassione. Poi l’indignazione passa, ma lo squallore – e la relativa impotenza – rimane. Ora, io non voglio che qualcuno mi dica “poverina”. Io sono fiera di essere ciò che sono.

Mi si dirà: tu sei in condizione di oggettivo privilegio, ma un disoccupato, o un precario… Beh, un disoccupato non ha bisogno della vostra compassione. Ha bisogno di un lavoro. E mentre cerca lavoro, di un sussidio. Ha bisogno che gli si paghi la liquidazione con tutti gli arretrati, senza dover andare a cercare di recuperare mesi di stipendi arretrati. Con la compassione e con l’indignazione, di certo non ci paga l’affitto. Per tanto tempo ho pensato che narrativizzare la precarietà fosse “inefficace” perché così si estetizzava la condizione politicamente scomoda, il disagio, la possibile fonte delle turbolenze sociali. Oggi, circondata dall’assuefazione crescente all’indignazione e allo squallore, mi accorgo che non è così. Abbiamo bisogno dell’estetica, perché chi non ama non produce rivolta.

Guardiamoci allo specchio, ragazzi. C’è qualcosa di profondamente bello nelle nostre vite sfruttate, costrette a espatriare, costrette a lavorare in condizioni impossibili, costrette a non lavorare e, on top, costretta pure a sorbirsi i predicozzi della generazione più viziata e irresponsabile della storia, quella dei baby boomers. Quella bellezza siamo noi, con le nostre energie, la nostra capacità di non mollare, di andare avanti. Di tener duro anche nelle batoste. La resistenza, in fondo, comincia da qui.

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