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tornare a scuola: riflessioni di Primo Levi [10 giugno 2010]

In a spasso tra i libri, educazione, generazioni, la memoria e l'oblio on novembre 16, 2011 at 3:29 am

A proposito di età e di generazioni, ho da poco letto alcuni pensieri illuminanti di Primo Levi racchiusi ne L’altrui mestiere, la raccolta di scritti e saggi da lui dedicata alla professione di letterato – che, come è noto, egli abbracciò tardi, dopo una carriera di chimico, e che continuò a lungo a percepire come “cosa d’altri”.

In Tornare a scuola, (pp. 27-30 della mia edizione: Torino, Einaudi 1985), Levi prende spunto da una propria esperienza di apprendimento tardivo: un corso di perfezionamento di una lingua (presumibilmente il tedesco, anche se lui non lo dice), che lo riporta sui banchi di scuola in età più che matura. Testimone, scrittore, grande esperto nella trasmissione della propria esperienza storica alle generazioni successive (cosa che non mancava di dargli ansia, come si evince dalle riflessioni sulla banalizzazione cinematografica della Shoah ne I sommersi e i salvati), Levi non parte dall’assunto che i giovani siano naturalmente superficiali e vuoti. Al contrario, ne apprezza le doti intellettuali, prima fra tutte la freschezza e l’agilità:

Gli steccati mentali tra le generazioni cadono; si è costretti a mettere da parte la noiosa autorità degli anziani, e si è portati a rendere omaggio alle superiori risorse mentali dei giovani, che ti siedono accanto senza irrisione, commiserazione né disprezzo, e ti si fanno amici. (30)

Una conclusione che pare quasi un idillio, e invece è frutto di fatica e di sforzo. Mentale, prima di tutto. Nel ri-analizzare la propria esperienza, Levi infatti parte dalla sensazione di estraneità («sono un allogeno, un marziano: questo non è il mio luogo», 27), forse – aggiungo io – acuita dal trovarsi a ricevere anziché a dare, e dal trovarsi a riapprendere in un contesto tanto nuovo un lingua udita, secondo una perifrasi eufemistica, «in condizioni disagiate» (27).

Ci sono mille modi di apprendere, e non solo di apprendere una lingua. Partendo dai secondi, Levi ci illumina sui primi. Più capace di richiamare e collegare le nozioni apprese, la mente dell’anziano è meno ricettiva, quasi refrattaria al nuovo. Perciò bisogna «imparare ad imparare» (29), ci dice Levi, scegliendo prima una formula che suona batesoniana ma senza inutili enfasi, e poi una metafora da topiche rinascimentali:

[…] non basta più lasciare che la nozione arrivi per conto suo al magazzino e ci si depositi. Non ci rimane, o non a lungo: entra ed esce immediatamente; si volatilizza, lasciando dietro di sé solo una traccia irritante e indistinta. Si deve imparare a intervenire con la forza, ad incastrarla nella sua nicchia come un martello: si fa, ma ci vuole tempo, fatica. (29).

Per contro, anche i giovani possono apprendere qualcosa dal faticoso “imparare ad imparare” dei vecchi; l’arte della gratuità, l’apprendere disinteressato che sembra così lontano dalla vera motivazione e che, invece, ne costituisce il presupposto. Libero dalla motivazione contingente – anche quella, più lungimirante, di costruirsi un futuro o una carriera – l’anziano riesce a guardare alla trasmissione del sapere come a un dono: «il far dono a se stessi di un’attività gradevole e priva di uno scopo immediato è un lusso che costa poco e rende molto: è come ricevere, gratis, un oggetto raro e bello» (30).

Regalo che, invitando a rileggere queste pagine così vere e così piene di grazia, spero di aver fatto a mia volta, a coloro che passeggeranno ancora tra le righe di questo blog.

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