parlacoimuri

toronto, 22 agosto, ore 20:00

In canadian bacon on novembre 16, 2011 at 2:06 am

Al mio primo risveglio canadese, alterno momenti di entusiasmo e di panico. Arrivare in una casa completamente vuota e sprovvista di tutto (letto compreso) non è davvero uno scherzo. Quando non c’è assolutamente niente, le cose più ovvie ti mancano quando meno te l’aspetti. Me ne sono accorta stamattina alle sei (scherzi del fuso orario), quando dentro la doccia ho allungato la mano e mi sono ricordata dell’esistenza del sapone, che non c’era. Mi trovo quindi nell’urgenza di comprare tutto, se non voglio morire di fame in questi primi tre giorni – o vivere di hot dog fino a venerdì, ingrassando di 10 chili. Non è una situazione consigliabile: facendo acquisti così presto, i soldi scivolano via dalle mani incontrollati, e io già non ne ho molti… Ho comprato stoviglie, due pentole, uno strofinaccio, il necessario per lavarmi e una spesa con cui conto di arrivare almeno a lunedì prossimo. So di avere speso troppo, cosa che lo scontrino mi conferma: alla mia perizia certosina è sfuggito il prezzo delle cipolle, ed ecco che tre cipolle mi costano l’astronomica cifra di 3 $ e 98! Possibile? In Italia te le tirano dietro! Ancora: sono inorridita (ma per fortuna in tempo) di fronte al prezzo della carne di pollo e di tacchino. È più economico il controfiletto di manzo!
Intanto, ho fatto subito due cose tipicamente “americane”: andare a una garage sale (anzi, due) e spedirmi una cartolina all’indirizzo di casa, per potermi iscrivere alla Biblioteca del mio quartiere (e usare Internet gratis). E fortuna che per domani non mi hanno invitato a nessun barbecue.
Sono quelle cose che fanno “America”… peccato solo che siamo in Canada! Riconosco l’architettura, le case di mattoni o di legno (appena più scalcinate e proletarie delle eleganti villette bostoniane che ho visto io), il cemento sconnesso delle strade, gli yard ben curati e quelli impazziti di erbacce, i “blocchi”, i tre segni del semaforo pedonale: solo che, improvvisamente, a svettare da un davanzale o su un playground è la foglia d’acero e non la bandiera a stelle-e-strisce. Mi sembra un’illusione ottica, molto simile allo scherzo del destino per cui io, che sempre pensavo di finire negli USA, mi ritrovo a Toronto.
Dovrò fare a lungo i conti con la discrepanza tra il mio immaginario, prepotentemente statunitense, e questa città che ha le sue abitudini e i suoi umori. Ne ho avuto la prova ieri sera, appena scesa dalla navetta che dall’aeroporto arriva a kipling station, capolinea della green line. “Cosa vuoi che sia portare una valigia di 30 kg”, mi aveva detto mio padre, “in una città moderna come Toronto ci saranno scale mobili e ascensori dappertutto”. È così che mi ritrovo a trascinare un bagaglio più pesante di me per una scalinata stretta e scomoda, un vero rompicollo. A Boston non sarebbe mai successa una cosa simile, mi basta ripensare alle stazioni della Red Line e alle scale mobili, tanto lucide che sembravano appena uscite dall’imballaggio. Però all’uscita dalla metropolitana non ho più avuto problemi: un signore si è offerto di aiutarmi, solo vedendomi in difficoltà, e quel bagaglio che per una persona era ingestibile, in due è diventato umano. Non credo che a Boston mi sarebbe successo, nella fila che preme e sbraita se qualcuno rallenta il ritmo della camminata lungo la scala mobile…
Per ora Toronto mi sembra uno spicchio di America, meno tirato a lucido e con alcuni vantaggi. È una nazione bilingue, benché non nella regione dell’Ontario. Se uno non capisce bene una indicazione, ha sempre la traduzione francese sottomano. Soprattutto, le persone sono abituate alla differenza linguistica (anche troppo: sentendo il mio accento “diverso”, il mio padrone di casa mi ha chiesto subito se venivo dal Quebec….).
Altro vantaggio, la verdura. Già uscendo dall’aeroporto non ho visto altro che negozi di verdura, mercati e mancarelle di verdura, striscioni di leghe di agricoltori locali, mercatini biologici dei produttori della zona, supermercati di verdura e groceries grandi quanto mezzo shopping mall. E sono dappertutto i cartelli che esaltano i prodotti delle Ontario Farms, quasi un marchio di qualità. Da questo punto di vista, la distanza con gli USA è notevole e mi rassicura non poco. L’attenzione ambientale, del resto, mi pare un po’ più condivisa: la raccolta differenziata capillare (anche se un po’ sgraziata, devo dire), i cartelli che invitano a eliminare l’impatto ambientale delle plastic bag, i sacchetti di plastica non riciclabili, e a sostituirli con borse di tela non inquinanti, la presenza delle biciclette e dei negozi che le vendono o riparano… sarà una tutta facciata? Uno stereotipo alla Michael Moore?
A me basta dire che, ieri, sono entrata nell’Ufficio Immigrazione alle ore 18.49 e ne sono uscita alle 19.01, con in tasca uno Study Permit (permesso di soggiorno per motivi di studio) valido fino al 2013. Fatto direttamente in aeroporto, senza isterismi o soperchierie di nessun tipo. E non aggiungo altro.

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