parlacoimuri

toronto, 23 agosto, ore 19:00

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 2:08 am

Oggi giornata semi-turistica, di cui solo due ore dedicate alla ricerca dell’arredamento. È evidente che senza una macchina i garage sale non servono a niente. Ti sposti a piedi o coi mezzi in zone anche molto distanti (e per principio evito quelle dalla parte opposta della città), arrivi fino a Yorkdale e non trovi niente; a quel punto è tardi per raggiungere un’altra vendita, per le 11 le cose migliori sono sicuramente andate.
Quella di stamattina era un’autentica tristezza, una coppia di post-adolescenti che sgomberavano le loro camerette. C’erano solo vestiti, mugs di varie gite e orientamenti universitari, computer e varie altre chincaglierie tecnologiche che un tempo dovevano essere state all’ultimo grido. Ci mancava solo la collezione dei minerali.
Pianifico un unico ritorno, sulla linea gialla: da Downsview – sobborgo nord, praticamente attaccato al comune limitrofo di York – scendo fino alla parte sud, quella del porto. Giro turistico. Ho bighellonato a lungo, senza troppa attenzione, per la zona da Convention fino a Exhibition. Non avevo voglia di entrare nello spirito maniacale di chi vuole prender nota e assimilare, ho semplicemente vagato qua e là, come sospinta dalla brezza. Questa è Downtown, parola che sarebbe scorretto tradurre con “centro”, perché è quanto di più lontano dalla pesante eredità storica dei nostri palazzi, ma che pure aspira ad essere un “centro”: il centro di un potere economico, finanziario e geo-politico, che si scrive nella fisicità imponente dei marmi e dei vetri, nella raggera presuntuosa dei vari edifici disposti l’uno sopra l’altro, nella bombatura arrogante del Rogers Centre. Non c’è solo l’evidente fallismo della CN tower (553 metri di puro orgoglio canadese): la costruzione del paesaggio, che mira a inglobare ogni elemento in un’unica prospettiva disorientante e a più livelli, è in sé una rappresentazione del potere.
Ne risulta uno strano e disomogeneo miscuglio: infatti la città del nuovo potere (finanza e telecomunicazioni) non riesce a spegnere o nascondere completamente la città moderna del porto e dell’industria pesante, coi suoi homines fabres. Accanto alle costruzioni post-moderne, alla sofisticata elaborazione del Music Garden (un giardino in cui ogni luogo e composizione sono dedicati a un tema musicale), stanno una fabbrica dismessa ancora nera di lavoro e una scuola superiore dal nome più evocativo per noi stranieri che per i canadesi: Waterfront High. (in realtà quel “front” penso si riferisca più che altro alla posizione del lungomare, che ai conflitti bellici insiti nella traduzione italiana “Fronte del porto”).
In questo, le velleità di Toronto mi ricordano quelle di Glasgow, capitale economica della Scozia frustrata dal confronto con Edimburgo, ma dotata di una sua bellezza rude, i cui edifici di potere (banche) si proiettavano direttamente sul lungo fiume accanto alle barche dei pescatori. Qui ritrovo la stessa mescolanza non del tutto preordinata di stili e di funzioni. Di moderno e post-moderno: l’“archeologia industriale” sta accanto al futurismo architettonico, il “restaurato” e “gentrificato” convive quel che semplicemente è rimasto in piedi, inguaribilmente brutto e sgraziato. Mi si dirà che questa non è mescolanza di post-moderno e moderno, ma è una sintesi in sé post-moderna; ma io ne dubito. Perché ogni volta che una cornice crea un angolo asimmetrico ma chiuso di paesaggio, reinterpretando nella propria cornice estetica i segni del passato, c’è sempre qualcosa che non si riesce ad inglobare: il senso dinamico e cangiante di una città che vive e respira, come un corpo in movimento.

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