parlacoimuri

Toronto, ON – Buffalo, NY -Chicago, IL – Denver, CO [19 aprile 2011]

In attitudine popular on novembre 16, 2011 at 4:56 am

1.

In questi giorni, percepisco spesso lo scollamento tra la mia percezione corporea e il mio spazio reale. Mi sorprendo a cercare nella tasca destra le chiavi che tengo nella mano sinistra, non sento il peso della tracolla sulla spalla, mi sbilancio nel vuoto credendo di appoggiarmi al muro che è mezzo metro lontano. Sulle prime pensavo fosse stanchezza, ma forse è uno scollamento più generale. Mi viene spontaneo ripensarci proprio ora, sul pullman Toronto-Buffalo, un classico da viaggiatori low-cost.
Ogni volta che attraverso questo tratto di pianura, tra Ontario e Upper NY State, ho la sensazione di entrare in una casa piena di ammennicoli e cianfrusaglie, uno di quei salotti riempiti di cose, di parallelepipedi e cubi ammassati, di scaffali, mobili, moduli, porcellane fatte in serie spolverate e lucidate,uno schermo superpiatto, una pianta, un armadio, una scarpiera. Così è questo paesaggio violentato, non un metro di terra lasciato libero di respirare senza il peso del nostro cemento, tra un magazzino e una multisala, una fila di camion della U-Haul e un’università (passiamo di fronte alla Mc Master), un vivaio e un concessionario e innumerevoli self-storage, spazi di accumulo che costituiscono l’apoteosi di questo sistema di vita. C’è persino un Future Shop, l’unico posto che queste generazioni smemorate sembrano voler riservare al futuro. Si chiama sprawl, ma non ha niente del fascino distopico con cui lo dipingeva William Gibson. Questo paesaggio è un malessere, è un disagio. Respiri la stessa ansia di riempimento che scandisce il privato delle persone, che per essere “felici” hanno bisogno di scarpe, di un master, di una videocamera, di un altro master, di una moto, di un volo, di un nuovo smartphone che vada su FB…. e poco importa se la realtà è cambiata e non coincide più con le possibilità di spesa reali. Continuiamo ad appoggiarci a un muro che è sempre qualche metro più lontano di quanto il nostro corpo non sembri percepire.

2.

La linea del colore, come la chiamava Dubois, esiste. Per me che vengo da Toronto, è una linea geografica, legata agli spazi e ai tipi di movimento. La linea del colore comincia all’autostazione, dove vedo una prevalenza di viaggiatori neri per me insolita, in una città in cui non esiste una predominanza etnica, ma persone di ogni origine e provenienza si definiscono, a pieno titolo, canadesi. Poi, ancora, dall’autostazione di Buffalo, i pochi “caucasians” si affrettano verso i taxi, mentre io mi accodo allo sciame di afro-americani che punta alla pensilina più vicina. L’autobus pubblico attraversa la periferia cittadina per offrire lo stesso servizio di un taxi, forse un po’ più lento, alla modica cifra di 1 dollaro e 25 centesimi. In aeroporto, si torna alle consuetudini: i passeggeri adulti con trolley, e quelli più giovani con zaini da campeggio e fili bianchi dell’i-pod che spuntano da un taschino, sono quasi tutti bianchi, mentre la gente di colore frigge le patate dietro agli innumerevoli bistrot da aeroporto, taco shops e quant’altro possa dare la sensazione della scoperta e dell’avventura a gente che ha il terrore di uscire dai propri confini. La mia non è certo una scoperta originale, eppure ogni volta non posso fare a meno di stupirmi. Anzi, spero di non adattarmi mai fino al punto da trovare naturale questa segregazione.

3.

Passiamo la frontiera a Buffalo, verso le 9 di sera e c’è una novità: il checkpoint per i viaggiatori via terra. Inforniamo le nostre valigie nella macchina dello scanner, e per me è la prima di una innumerevole serie di volte. Dovrei fare 7 controlli di sicurezza in 7 giorni, se tutto va secondo i miei calcoli.
“Stasera andiamo lenti”, commenta l’autista. Sul pullman ci sono svariati passaporti verdi e neri di paesi caraibici e africani. Tre matrone con chador color senape incedono verso il controllo passaporti senza farsi minimamente intimidire dal tono scortese del giovane operatore. Questo è un ragazzo sui 20 anni, nervoso, estremamente preso dal suo ruolo inquisitorio. A un signore africano che viaggia senza biglietto di ritorno fa mille domande. (“Dove vai?”. “A Cleveland, da un amico.”. “ E questo amico come l’hai conosciuto?” “Tanto tempo fa, in Africa”).
Fortunatamente, l’ufficiale che rilascia i visti è più comprensivo, o forse è solamente menefreghista: sta di fatto che dopo forse 3 minuti lo sentiamo augurare buon viaggio al signore in questione. È un ufficiale anziano, un po’ gigione, che non vede alcuna minaccia nella folla di disperati che viaggiano di notte in pullman per risparmiare magari dieci dollari in due. In un quarto d’ora ha rilasciato più permessi lui che tutti gli altri agenti messi insieme. Come spesso mi accade, nel mio caso la procedura è ulteriormente semplificata dalla mia nazionalità italiana. “Ciao”, esordisce sicuro vedendo il mio passaporto, poi passa a una miscela di francese e spagnolo prima di arrendersi definitivamente. Non è la prima volta. Da queste parti molti hanno origini italiane oppure sono statu in vacanza a Roma, Venezia o Firenze e sono ansiosi di mostrarmi che ricordano qualche espressione della mia lingua. Noi italiani abbiamo fama di essere amichevoli e simpatici, per cui sorrido mentre scandisco “Arrivederci”.

4.

Ci sono più persone che leggono un giovedì mattina in metropolitana a Toronto che in tutto l’aeroporto di Buffalo. Ci ho passato la notte, in questo aeroporto, tre ore di sonno continuamente rotto da annunci che invitano i passeggeri a non accettare “items” dagli sconosciuti, valigie incluse. Mi sveglio col collo indolenzito (ho dormito a pancia in sotto) e la testa rintronata. Sono le 4:13, avrei ancora sonno e un’ora di tempo per dormire, ma l’aeroporto si è svegliato e comincia a brulicare di carrelli, allarmi e divise. 4 ore e 13 minuti, ora so quanto dura la notte in un aeroporto. Un dipendente della Southwestern con la faccia pesta di sonno è venuto a sedersi sulla panchina dove stavo dormendo, non l’ho sentito arrivare. Ho diviso il mio sonno con un estraneo senza saperlo. Mentre districo lacci, braccia e altri pezzi di coscienza dalle valigie (ho dormito abbracciata allo zaino, se qualcuno avesse tentato di aprirlo sarei stata costretta a svegliarmi), mi domanda con voce impastata che ore siano. Gli rispondo e decide che è ancora presto. Lo vedo ricrollare in un sonno esausto, la testa ciondolante tra le gambe. Ovunque gente che dorme, incurante delle luci altissime e dei martellanti inviti alla sicurezza. Sdraiati su panchine, valigie, zaini, per risparmiare qualche dollaro. Una scena simile mi fa pensare alle sale d’aspetto delle nostre stazioni, prima che l’ondata dell’eroina le trasformasse in zone off-limits.
L’insistenza sul rischio terrorismo è continua e martellante, sotto forma di annunci e di cartelli. Mentre ascolto l’ennesimo avviso mi viene in mente una scena di Fatherland, peraltro scritto ben prima del 9-11, in cui il protagonista si sofferma, nella sua Berlino nazista, a riflettere sui continui inviti in caratteri gotici alla delazione e alla stretta custodia del proprio bagaglio. Non è un paragone gradevole, ma mi viene spontaneo.
Questo è un paese affetto da sindrome da stress post-traumatico, te ne accorgi dai cartelli in cui l’aeroporto di Buffalo accoglie le truppe (we welcom our troops) ringrazia le truppe (we thank our troops) e addirittura le saluta militarmente (we salute our troops). Tutti gli slogan ricalcano quel “support our troops” che campeggia, su stickers color oro o coi colori delle stelle e strisce, sulle automobili di conservatori (in Canada) e repubblicani (negli USA). Ma quegli adesivi sono espressione di una precisa parte politica: qui invece lo slogan esprime un presunto sentimento nazionale.
Three-one-one, scandiscono gli altoparlanti, è la regola di sicurezza per quanto riguarda il trasporto di liquidi, ma a sentirlo ripetere così sembra il nine-one-one, il numero di emergenza che ognuno impara fin da piccolo e che persino nei telefilm appare ossessivamente associato a situazioni di panico e di allarme. 3-1-1, 9-1-1, e il passo all’undici settembre (nine-eleven) è quasi impercettibile. Spesso mi chiedo se la data dell’attacco non sia stata scelta anche in virtù di questa coincidenza.
Siamo entrati nell’allarme arancione: alto rischio di attacchi terroristici, ripete una suadente voce registrata. Non so se ridere o piangere. Ma l’isteria è tangibile, me ne accorgo quando chiedo a una tizia bionda che fa il sudoku se mi guarda la borsa per il tempo di una pipì (mi è venuto un torcicollo dell’altro mondo e non riesco a mettermi lo zaino in spalla) e questa mi guarda come se le fosse apparso Bin Laden in persona. Di fronte alle code per i controlli di sicurezza, proiettano un video in stile pixar su come passare il più velocemente possibile attraverso i controlli di sicurezza se si hanno situazioni particolari, per esempio un infante in una culla. La prima istruzione è “remove baby from carriage”: rimuovere il bambino dalla culla, per favore.

5.

Alle 7 di mattina imbarchiamo, ho più sonno che capelli sulla testa, ma il mio vicino è convinto di essere una persona “friendly”, amichevole, e tempesta tutti di domande, me inclusa. È un cinquantenne brizzolato, sta partendo per una settimana di vacanza in un pacchetto tuttocompreso in Messico e per non farsi trovare impreparato, si è portato il sombrero direttamente da casa. Insiste per tenerlo sulle ginocchia, non sia mai che si sgualcisca. La consistenza ruvida della paglia contro il mio gomito mi infastidirà per l’intera durata del volo. Mi sveglia una fitta lancinante nel collo, mi sono addormentata con la faccia sul tavolino senza nemmeno accorgermene. Il tipo del sombrero sta ancora blaterando e mi lancia sguardi offesi perché non gli do corda. Persino la donna che viaggia con lui, casuale compagna nel pacchetto da agenzia, ha chiesto di farsi cambiare di posto. “Sono una persona amichevole, IO. È per questo che faccio tutte questo domande.”, mi dice, prima di mettersi a discutere con un altro passeggero di quanto siano belli i film della Disney, in particolare le musiche della Bella e la bestia, descritte manco fossero un capolavoro del musical moderno. Per fortuna mi riaddormento in un istante.

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