parlacoimuri

una, nessuna, centomila. feuilleton critico #2 [12 febbraio 2011]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 4:41 am

Alda_MeriniSempre a proposito di avanguardie, mi colpì molto, nella circostanza quasi simultanea della morte di Alda Merini e Edoardo Sanguineti, una manciata di commenti malevoli riferiti a quest’ultima, e al fatto che le fossero tributati i funerali di stato. C’era chi, dalle pagine dei propri blog invocava l’insufficienza della Merini come paradigma della poesia femminile, e chi coglieva nei funerali di stato alla poetessa (addirittura equiparata a Mike Bongiorno!) la funesta e deprecabile condizione delle patrie lettere – secondo quell’inveterata pratica di chiamare “decadenti” tutte le voci letterarie che esulano dalla propria scuola o dal proprio canone.

È proprio vero, per una donna niente è scontato. Nemmeno il fatto di esistere. Ora capisco perché fosse una corazza vuota – secondo la geniale immaginazione di Calvino – l’unico amore possibile di Bradamante: perché quando si critica la scrittura degli uomini, nessuno si perita di chiamare in causa l’esistenza della loro ‘scrittura”; alle donne che scrivono, invece, occorre prima di tutto rivendicare un decreto di esistenza. Col risultato negativo che tante energie preziose vengono sprecate nell’accertarsi della propria esistenza, e nel difendere il proprio diritto di parola,bradamante prima di potersi dedicare alla scrittura e alla parola in quanto tali. Ma in questa posizione sta anche una grande forza: che nulla è scontato per una donna che parla e scrive nell’ambiente culturale, e la parola prodotta in queste condizioni è una parola, se non liberata, quantomeno consapevole della propria “posizione”.

Curiosamente, nessuno si pone tante domande rispetto ad altri settori letterari. Per esempio, di fronte a quella variegata produzione che va sotto il nome di giovane poesia, spesso a diffusione locale e spesso animata dai dottori in materie umanistiche del più vicino Ateneo, nessuno si domanda se siamo di fronte a vera “letteratura” o, poniamo caso, solo a sfoghi esistenziali, esercizi di stile, scritture dal valore più che altro terapeutico. Una simile preoccupazione è consolidata solo per alcuni ambiti: la para-letteratura (che, come indica il nome stesso, è una scomoda fiancheggiatrice alle belle lettere) la letteratura della migrazione (“scrittori della domenica”, come ne definì alcuni Gnisci, peraltro uno dei pochi ad aver studiato seriamente tale fenomeno) e la letteratura femminile. Il nero e il rosa, appunto.

La scrittura femminile esiste? La negazione di esistenza della soggettività femminile si accompagna spesso al calcolo censorio della ‘letterarietà‘ (ovviamente un’essenza precisa, che tende a coincidere coi gusti del critico), assumendo una posa ipocrita: il censore non sta negando il valore della scrittura femminile, ma anzi, se lo fa è “per il loro bene”: per proteggere le ‘brave scrittrici’ dalla loro lettura sessuata, e promuoverle nel parnaso della Scrittura tout court. Peccato che poi, tale promozione nel concreto non avvenga mai, e resti solo il paternalismo di una critica tutta maschile.

La scrittura femminile non esiste, esistono buoni e cattivi scrittori. La frase, ricicciata oltre i limiti del luogo comune, corre sulle bocche di uomini e donne, ad affermare più o meno implicitamente che le scrittrici sono cattivi scrittori. Oppure, si sente dire, non si può identificare una scrittura “femminile” in quanto tale. L’affermazione ricorre con sfumature più o meno ingenue, a volte garbate – ad esempio quelle assunte qui da un commentatore del blog Lipperatura:

[…] Però mi chiedo al di là del sesso del suo autore, esistono caratteristiche che ci possono far dire questa opera è inequivocabilmente di una donna quest’altra è inequivocabilmente di un uomo? Io credo di no, è proprio per via della pluralità, molteplicità di sguardi che riguarda entrambi i generi. Quando ho letto scrittrici che apprezzo come Amelie Nothomb, Isabel Allende o Simona Vinci, non ho visto in quella scrittura caratteristiche “femminili” ontologicamente diverse da quelle che potrebbe avere uno scrittore uomo che raccontasse la stessa storia. Non ho mai pensato “un uomo lo racconterebbe in maniera diversa o non lo racconterebbe affatto”, ma ho pensato “quel dato scrittore, uomo o donna che sia, lo racconterebbe in maniera diversa”. Insomma credo che a distinguere un’opera femminile da una maschile sia solo il sesso dell’autore non lo stile o il tema affrontato, anche se per fattori culturali ci sono tematiche considerate “maschili” e “femminili” che però in realtà non appartengono ad un solo genere,e una regista premio Oscar come Kathryn Bigelow sta là a dimostrarlo. […] Postato domenica, 6 febbraio 2011 alle 12:56 pm da Paolo1984

A volte, invece, la polemica assume toni più roboanti, giungendo a coniare argute, quanto civilmente indignate, etichette di ‘Puttanismo‘. Ma l’equivoco di fondo è lo stesso: quello di credere che la scrittura femminile si identifichi con la “scrittura delle donne” (o delle “femmine”, sempre parafrasando Dante?), e quindi una serie di temi, modi, sfumature, ‘vibrazioni’ derivate dall’identità sessuale delle donne. Una forma di essenzialismo – come la definirebbe il più scoperto gergo femminista – di cui il movimento femminista si è liberato circa una trentina d’anni fa. Basta prendere una vecchia dichiarazione di Julia Kristeva, per esempio :

La convinziotsne che “si sia una donna” è assurda e oscurantista quasi quanto la convinzione che si sia “un uomo”. […] A un livello più profondo, una donna non può “essere”: è qualcosa che non appartiene nemmeno all’ordine dell’essere. Ne consegue che una pratica femminista può solamente essere negativa, in contrasto a quanto già esiste, cosicché possiamo dire: “non è questo” e “non è neanche questo”. Nella “donna”, vedo qualcosa che non può esser rappresentato, qualcosa di non detto, qualcosa al di sopra e oltre le nomenclature e le ideologie. (Kristeva, Julia. “Women can never be defined”. New French feminisms: an anthology. Ed. by Elaine Marks and Isabelle de Courtivron. New York, Schocken Books, 1981, p. 137, trad. it. Mia).

[The belief that “one is a woman” is almost as absurd and obscurantist as the belief that “one is a man”. (…) On a deeper level (…), a woman cannot “be”: it is something which does not even belong in the order of being. It follows that a feminist practice can only be negative, at odds with what already exists so that we may say: “that’s not it” and “that’s still not it”. In “woman” I see something that cannot be represented, something which is not said, something above and beyond nomenclatures and ideologies. (Kristeva, Julia. “Women can never be defined”. New French feminisms: an anthology. Ed. by Elaine Marks and Isabelle de Courtivron. New York, Schocken Books, 1981, p. 137.)]

Se prendiamo Women’s time, basilare articolo del ’79, ecco una bellissima dichiarazione, che in un colpo solo prende in carico il problema dell’essenzialismo e quello, tanto assillante, della qualità letteraria. La cito per intero, perché è un testo fondamentale: e per chi l’avesse già letto, repetita iuvant.

[…] un altro atteggiamento è invece dall’inizio più lucido, il quale – senza rifiutare o aggirare l’ordine socio-simbolico – consiste nel tentare di esplorare il costituirsi e il funzionamento di questo contratto, prendendo le mosse non tanto dalla conoscenza accumulata (antropologica, psicoanalitica, linguistica), quanto dall’effetto davvero personale che subiamo nel rapportarci a esso, come soggetti e come donne. Ciò porta alla ricerca attiva, ancora rara, indubbiamente ancora tentennante ma sempre dissidente, condotta dalle donne nelle scienze umane: e in particolare a quei tentativi, nel solco dell’arte contemporanea, di rompere il codice, di disgregare il linguaggio, di trovare uno specifico discorso più vicino al corpo, alle emozioni e a quell’innominabile represso dal contratto sociale. Non mi riferisco a un “linguaggio femminile”, la cui esistenza è, almeno in termini sintattici, assai problematica, e la cui apparente specificità lessicale è forse più il portato di una marginalità sociale che di una differenza socio-simbolica. Né mi riferisco alla qualità estetica delle opere di donne, che per la maggior parte, con rare eccezioni (ma non è ciò vero, e da sempre, per entrambi i sessi?), sono la reiterazione di un romanticismo più o meno euforico o depresso, oppure l’esplosione di un ego in cerca di gratificazione narcisistica. Ciò che vorrei trarne, malgrado tutto, come il segno di un’aspirazione collettiva, come un’intenzione sicuramente vaga e non ancora raggiunta, ma che è intensa ed è stata profondamente manifestata in questi ultimi anni, è questo: La nuova generazione di donne sta mostrando di aver soprattutto a cuore la natura sacrificale del contratto socio-simbolico. (Kristeva, Julia. “Women’s time”. Trans. by Alice Jardine and Harry Blake. Signs. 7.1 (1981): 13-35. Trad italiana mia).

[(…) another attitude is more lucid from the beginning which – without refusing or sidestepping this sociosymbolic order – consists in trying to explore the constitution and functioning of this contract, starting less from the knowledge accumulated about it (anthropology, psychoanalysis, linguistics) than from the very personal affect experienced when facing it as subject and as a woman. This leads to the active research, still rare, undoubtedly hesitant but always dissident, being carried out by women in the human sciences; particularly, those attempt, in the wake of contemporary art, to break the code, to shatter language, to find a specific discourse closer to the body and emotions, to the unnameable repressed by the social contract. I am not speaking here of a “woman’s language”, whose (at least syntactical) existence is highly problematical and whose apparent lexical specificity is perhaps more the product of a social marginality than of a sexual-symbolic difference.
Nor am I speaking of the aesthetic quality of productions by women, most of which – with a few exceptions (but has this not always been the case with both sexes?) – are a reiteration of a more or less euphoric or depresed romanticism or always an explosion of an ego lacking narcissistic gratification. What I should like to retain, nonetheless, as a mark of collective aspiration, as an undoubtedly vague and unimplemented intention, but one which is intense and which has been deeply revealing in these past few years, is this: The new generation of women is showing that its major concern has become the sociosymbolic contract as a sacrificial contract. (Kristeva, Julia. “Women’s time”. Trans. by Alice Jardine and Harry Blake. Signs. 7.1 (1981): 13-35. Trad italiana mia)]

Sto volutamente parlando di un testo del 1979 (dell’81 è la traduzione inglese che ho tra le mani, in un fondamentale monografico di Signs, rivista di Women’s Studies della Chicago University Press, interamente dedicato alla critica francese, da Cixous a Irigaray). Sono testi vecchi, fondamentali e quasi “classici”, che si trovano, letteralmente, sui banchi dell’usato. In vent’anni il pensiero della differenza ha macinato tanta altra strada, ma in Italia stiamo ancora all’abicì, il che forse spiega anche il ritardo della nostra critica letteraria, compresa quella ‘femminile’, ferma ad elencare le signore di proprio gusto mentre l’italianistica anglo-americana indaga la produzione delle scrittrici novecentesche servendosi di paradigmi filosofici e critici ben più rigorosi.

Ora, un conto è criticare la seconda generazione del femminismo – come faceva Genna nella prefazione a Tu sei lei (minimum fax 2008) – sostenendo che, almeno in Italia, si debbano ancora raggiungere, o peggio, ripristinare, diritti e conquiste appartenenti al vecchio orizzonte “emancipazionista”:

Dalla torsione che Julia Kristeva praticò su Lacan, fino alle ipostasie di Donna Haraway e ai suoi teoremi cyborg, è accaduto esattamente ciò che accadde allo strutturalismo: da un nucleo vivente, si giunge al manierismo, che perde di vista la realtà. I “gender studies” hanno perso di vista la realtà. Judith Butler può teorizzare quello che vuole, ma fa la figura del Socrate che Aristofane piazza nel frontisterion, un pensatoio sospeso, lontano dalla terra. La società consumistica e mercantilista in cui viviamo favorisce questa deriva: che gli intellettuali pensino, intanto… Intanto cosa? (Genna, Giuseppe. “Tu sei lei. Otto scrittrici italiane”. Carmilla, 12 febbraio 2008).

Quella di Genna è posizione critica e provocatoria, anche legittima se pensiamo allo scacco di determinati pensieri e alla loro insistita banalizzazione, completamente avvenuta nel senso comune: una critica che, però, parte dal rispetto e dalla lettura, e mostra di conoscere a fondo un certo dibattito e una certa tradizione. Altro è, invece, mettersi a blaterare di scrittura femminile come se nulla fosse stato scritto a riguardo, partendo solo dalla propria ristrettissima esperienza di vita e finendo a sollevare obiezioni che il pensiero della differenza si è posto quasi prima di nascere. Ma già, si sa: il pensiero femminile non esiste, esistono buoni e cattivi pensatori…

[segue]

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