parlacoimuri

verso toronto [25 aprile 2010]

In canadian bacon, repubblica delle lettere on novembre 16, 2011 at 3:10 am

Non è un atteggiamento razionale, ma ogni volta che vedo la foglia d’acero salendo dal confine americano – cosa che poi mi è successa solo due volte – provo un’assurda sensazione di sollievo. I primi tempi che la vedevo svettare, provavo un senso di disorientamento (mi aspettavo quella a stelle e strisce, ma che ci faccio in Canada?, mi chiedevo), ora invece mi sembra “quella giusta”. Toronto non è casa mia, è una città straniera come e forse più di qualsiasi città americana (ad eccezione di Boston, dove invece ho famiglia e connections), però, volente o nolente, ci abito… O forse, come gli amici “expats” cominciano a farmi notare con malizia, sto assumendo la forma mentis dell’assimilato, che replica i pregiudizi del paese in cui vive per essere accettato più facilmente. Così sto facendo mie tutte le c.d. bullshit (che non è una marca di whisky, ma una specie particolare di cazzate) sul fatto che i canadesi siano più aperti, liberal e tolleranti degli statunitensi. Cosa che, mi dicono, non è vera, anche se a giudicare da come gestiscono le frontiere semberebbe di sì: verso Sud, a Detroit, eravamo stati scortati a vista da un agente in una stanza chiusa senza bagno (e i bambini?, mi ero chiesta), che nessuno aveva potuto lasciare fino al completamento della pratica da parte di tutti i membri del gruppo, procedura che mi aveva ricordato da vicino le trafile di un’istituzione carceraria; per rientrare in Canada, a Windsor, son bastate due domande e una controllatina ai visti.

Ad ogni modo, non sono ancora abbastanza assimilata da condividere l’entusiasmo dell’autista, che appena varcata la frontiera parcheggia e invita tutti a bere un vero “canadian coffee” da Tim Hortons. Evidentemente di “canadesi veri” ce ne sono pochi, perché la proposta cade nel vuoto. Ora, io premetto che non l’ho mai assaggiato, ma ho una vaga idea che il piscio di gatto potrebbe fornire un termine di confronto adeguato al caffé di Tim Hortons: una specie di broda caldissima, che se presa amara è completamente imbevibile, e che in versione double double (= doppio zucchero e doppia panna) è efficacissima come emetico. Non me ne vogliano i canadesi veri; si sa che qui in nordamerica ‘coffee’ è decisamente un blanket term, ma di sicuro per un italiano quello di tim hortons non è un “caffé prototipico”.

L’unica persona che ha accolto il consiglio dell’autista è la signora zoppicante e con l’occhio pesto, che ha guadagnato l’ingresso del locale con la sua consueta andatura fiacca e strascinata. Ci toccherà, infatti aspettarla per ben più dei cinque minuti regolamentari di pausa previsti. Andamento che manterrà per tutto il viaggio, puntualmente perdendosi nella stazione delle corriere e scendendo a ogni pausa per controllare ossessivamente che nessuno le abbia rubato il bagaglio – un bustone di plastica cerata stile ikea, arrotolato alla menefrego. Certe situazioni parlano da sole, parlano di disagio, di mal di vivere, o forse non parlano perché non c’è niente da dire, qualsiasi parola è fuori posto.

Il pullmann, partito semivuoto alla stazione di Detroit (cinque passeggeri, tra cui la mia collega scesa subito dopo la frontiera), si riempie ben presto in quelle successive, di Windsor prima e di London poi. Non rimane neanche un posto libero, a Windsor. Facce stanche popolano il pullmann, e nell’attesa orecchio brani di conversazioni, cronache del week-end, scampoli di crisi familiari, nonni che tirano le cuoia, madri che fanno incazzare i figli e viceversa, mentre una fitta pioggia lava il ritmo, sempre uguale, delle conversazioni. Partiamo dopo un periodo che a me pare interminabile, tra borse piene di panni stirati e mutande pulite per la settimana. A London siamo fuori dalla crisi, invece, e cominciano a salire i ragazzi, per lo più studenti universitari, a giudicare dalle felpe e dagli stemmi stampati un po’ ovunque. Un odore acre si spande dal cartoccio di una ragazza Asian, mentre un’altra, con immancabile hoodie e due shorts decisamente inadeguati alla pioggia battente, sembra non perdere la sua aria da cheerleader nemmeno dopo due ore di corriera. Io ho piantati nelle costole i sacchi e i pacchi della studentessa a me vicina che rifiuta di riporre i bagagli nelle apposite scansie per timore di dimenticarseli, come le è già capitato. Il pullmann si svuota di persone e si riempie di zaini, da cui pendono, legati malamente, skateboard e sneakers. Una coppia estemporanea sembra formarsi nella conversazione, lo evinco dal giusto ritmo nelle domande e di risposte – Do you have facebook?, sentirò chiedere a lui verso la fine del viaggio. Sale, quasi per ultima, una coppia di backpackers, depositati nel ventre dell’automezzo due enormi zaini ricoperti di stemmi da tutto il mondo. Lei, pantaloni pakistani larghissimi rosso scuro e sandali tanto artigianali da parere finti, tiene tra le braccia un bongo più alto di lei; il compagno, in t-shirt azzurrina e bermuda, regge per un angolo un gran cuscino verde che mi fa pensare a Linus, non so perché…

L’autista, a London, ha finito il turno. Quando ritorno a bordo dopo una breve visita alla toilette, sta mettendo da parte le sue cose prima di staccare. Mi squadra sospettoso, poi mi riconosce come una dei passeggeri saliti a inizio corsa: “Now I remember, you are the Italian one”. Avrebbe potuto dire “the clumsy Italian”, l’italiana pasticciona, ma non lo dice, e invece sorride, e mi fa la solita domanda di rito, quella che ormai, da agosto, ho sentito un milione di volte: “How do you like it here?”, ti piace il Canada? Sì, rispondo, e la conversazione potrebbe anche chiudersi qui, ma invece c’è un altra parte del rituale, un’altro scambio impresciindibile nell’interazione tra migrante e nativo, devo dirgli qualcosa nella mia lingua. “How do you say “Hi” in Italian?”, mi chiede, e io sorrido, perché “Ciao” qui è una parola comune, la usano anche tra di loro, in inglese, per salutarsi, ma glielo dico lo stesso, “It’s “ciao”. Ma lui scuote la testa, deluso. “No”, commenta, “that’s goodbye”, quello vuol dire arrivederci. E scende.

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