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dagli americani di rabbato agli italiani di redwood city

In dododonne, partire o restare on dicembre 12, 2011 at 12:53 pm

fotomontaggio involontario

Alcuni giorni, fa, sul blog “la pentola d’oro”, leggevo le seguenti righe, che mi hanno colpito come un pugno in pieno volto:

Quello che merita, sono i giovani raccontati dall’infotainment in prima serata, quelle brave ragazze e quei bravi ragazzi che hanno studiato tanto e poi vanno all’estero per cambiare il mondo con la loro incorrotta creatività. Piacciono tanto questi giovani, sono un brand favoloso, il jolly che fa quadrare l
a scala e che permette di sbaragliare tutti gli avversari. Basta tirarli fuori, tirare fuori quel sogno di rinascita che rappresentano, che di colpo diventiamo pronti a tutto. La loro voglia di fare emenderà i vecchi dai peccati della loro vita confortevole, all’ombra dell’articolo 18, della sanità e della scuola pubblica. Sacrifichiamoci per loro, stringiamo la cinghia affinché possano andare com’è loro natura a combattere sul fronte duro e giusto del libero mercato, dove la meritocrazia premierà i migliori. Mica come ai vecchi tempi, quando i sindacati ti paravano il culo e andavi in pensione ancora giovane e in gamba. Che mollaccioni che eravamo, che squallidi viveur decadenti, con tutte le nostre tutele e il nostro denaro facile. I giovani invece, loro sono limpidi, belli, pieni di nuove energie. Loro sono il futuro. E’ nelle loro mani che andrà il mondo nuovo, che sarà più povero magari, però più pulito e più autentico, come loro. (Qui il post integrale)

Credo che l’ultima delle inchieste di Repubblica, “Italians di Silicon Valley”, curata da Daniele Vulpi e con articoli di Flavio Bini e Paolo Pontoniere, risponda benissimo a questa lucidissima descrizione fornita da Adrianaaa. Italiani (“giovani e meno giovani”) nella Silicon Valley raccontano le loro storie di successo, parlando dell’Italia che rimpiangono e di quella che vorrebbero dimenticare.

Ora, forse mi sento agghiacciata scorrendo queste righe perché, guardando le facce di questi “giovani e meno giovani”, ho paura che rappresentino uno specchio in cui spero di non vedermi mai riflessa. Può darsi che questo sentimento nasca invece dalla vergogna: come se sentissi di aver schivato (almeno temporaneamente) un destino che in fondo meritavo, e che è sempre lì in agguato. Tuttavia, più manco dall’Italia (Paese nel quale, sinceramente, spero di non dover tornare, perché ho altri progetti e altre speranze e tornare indietro significherebbe averle mancate), più mi sento solidale con chi ci vive. Più mi allontano dal mio Paese (tra amicizie allentate, un continuo disagio e una crescente sensazione di provenire da Marte ogni volta che ci rimetto piede), più mi è facile cominciare a elaborare, a deporre i rancori, stemperare la rabbia. Trovare un equilibrio, senza dimenticare i motivi impellenti e urgenti e la massa di problemi che erano e sono reali, ma riconoscendo anche l’insieme di luoghi comuni che mi hanno spinta a vedere la partenza non come una soluzione individualmente giusta per me (il che si è rivelato vero), ma come l’unica possibile.

Di quella tempesta emotiva rimane il dispiacere per il mio Paese, la sensazione d’impotenza, la volontà (o forse il desiderio) di restituire qualcosa. E restituire non vuol dire solo riportare a casa ciò che si apprende stando fuori, ma anche ripagare ciò che si è ricevuto.  In fondo, noi expats siamo tutti prodotti di una scuola pubblica. Siamo troppo pronti a dimenticarcelo, persi in una falsa idea di “meritocrazia” che ci porta a credere che sia tutto e solo “merito nostro” – e non che, magari, se siamo arrivati a fare i nostri MBA e i nostri PhD d’eccellenza, è anche perché abbiamo potuto studiare il greco o l’analisi matematica a 16 anni in scuole gratuite e statali, e frequentare delle Università sovraffollate e poco attrezzate ma ancora decenti, senza trovarci con 40,000 dollari di debito da ripagare.

Certo, non stupisce che le storie selezionate siano storie di successo. Di gente che “ce l’ha fatta”. La Silicon Valley è un sogno, e la demografia dei suoi abitanti sta lì a dimostrarlo. A Palo Alto (dove ha sede Skype) ci sono stata alcune volte, sempre per brevi periodi, e ogni volta ho pensato che mi sarebbe piaciuto vivere lì. Ma ero anche spaventata dalla sua apparente artificialità, dalla sua rassomiglianza con Disneyland, dalla ricchezza che sembrava lastricare le strade e intonacare i muri. Quella non è la realtà. È una realtà. Lo spettacolo di una possibile realtà.

Ed è la stessa sensazione (un misto di fascino e di spavento) che provo leggendo queste dieci storie. Storie chiaramente eccezionali, di persone eccezionalmente dotate e motivate (e sia detto con il massimo rispetto per ciascuna di loro), ma, appunto, storie fuori dall’ordinario. Che non hanno nulla in comune con le migliaia di giovani pieni di velleità che finiscono a fare i camerieri a Londra, Berlino e Barcellona. Nessuno che abbia mai avuto problemi di visto, nessuno che lamenti elementari difficoltà di comunicazione, di spaesamento (e anche le esperienze più positive ne comportano sempre). Nessuno che ammetta una difficoltà (fosse solo linguistica), un dubbio, una paura, un ripensamento, un’incertezza per il futuro (anche solo al pensiero di genitori o parenti anziani, lo spettro che tutti abbiamo nelle nostre vite). Nessuno che abbia avuto una difficoltà a conciliare l’ennesimo trasferimento con una relazione sentimentale (cosa che nella vita reale è abbastanza frequente). E certamente, il mio riportare l’accento sulle “difficoltà”, sui lati negativi appartiene a quel “lamentismo”, a quel “pessimismo” che gli italiani di Redwood City rimproverano ai loro compatrioti. Suona quasi un’accusa di disfattismo, nell’Italia di oggi, di SuperMario, della Meritocrazia, delle lettere ai figli spedite da padri che hanno le mani in pasta, nell’Italia dove l’eccellenza ci viene predicata anche da chi diventa giornalista seguendo le orme dei padri (o degli zii). E allora non posso fare a meno di chiedermi quanto ci sia di rappresentativo, in questa immagine così “seducente” e patinata? E soprattutto, che messaggio trasmette un reportage come questo alle migliaia di giovani italiani che coltivano sogni di gloria (o di fuga)?

Vorrei precisare un punto, a scanso di equivoci: anch’io vivo fuori dall’Italia, e il bilancio costi-benefici per me è ancora positivo. Faccio cose che in Italia non farei, sono pagata per studiare e ricercare. Anche al netto delle difficoltà di inserimento culturale e linguistico (che per me erano attutite da un’ottima conoscenza di partenza dell’inglese, ma che non sono eliminabili nel giro di 3 o 5 anni), non mi sento così “socially awkward” come mi sentivo in Italia e nella mia città natale, dove tutto passava per contatti, per la capacità di andare a fare l’aperitivo con le persone giuste, e l’intelligenza o la preparazione contavano, sì, ma venivano inficiate o invalidate dall’incapacità di “farsi notare”. Per questo capisco profondamente il sentimento espresso dalle interviste e dai filmati di Repubblica. La mia non è la critica – a meta tra l’invidioso e il rancoroso – di chi vorrebbe essere al loro posto. E non è la critica ingenerosa di chi disconosce l’impegno, la fatica e anche il merito che evidentemente ha avuto un ruolo fondamentale in queste storie. Allo stesso tempo, però, non me la sentirei, in tutta onestà, di avvallare questa immagine tutta rose e fiori dell’estero per chiunque, sempre e comunque, che una certa stampa (e Repubblica in particolare) promuove da anni.

A me, finora (e sottolineo con forza: “a me” e “finora”) partire ha portato indubbi vantaggi materiali, intellettuali e, anche se non sembra, persino relazionali: la mia vita sentimentale era e resta una catastrofe, ma voltandomi riesco a guardare con distaccato sgomento all’abisso di maschilismo che era una parte naturale e non dichiarata della mia esistenza, più o meno come bere o respirare, e questo in barba al mio preteso “attivismo”, alla mia presunta consapevolezza, and so forth. Per questo non mi sembrerebbe corretto “disilludere” i giovani, come fanno molti, spesso con la foga e l’acrimonia delle proprie delusioni. Se uno ha un progetto professionale per cui ha senso lasciare l’Italia, se uno ha desiderio di vivere altrove, se uno s’innamora di una persona che vive lontana e ha voglia di rischiare, se uno vuole sfruttare le opportunità aperte da un passaporto canadese o australiano ereditato da una passata storia migratoria, ben vengano i voli di sola andata. Ma non me la sentirei nemmeno di promettere che basta partire e va tutto bene in automatico, o che appena lasciato il suolo italico si parte necessariamente per un volo che ha come solo limite il cielo. Non è realistica questa immagine lanciata come una bomba sui giovani italiani, per alimentarne le illusioni – o le frustrazioni, portandoli a credere che se fanno una vita di merda, se prendono 500 euro al mese per fare un lavoro che, va bene, non sarà creativo e qualificato come quello di un “designer” o di un “creative consultant”, ma è comunque un lavoro e andrebbe trattato con dignità –, se devono stare in una doppia a 30 anni, è colpa loro, del loro “disfattismo” o della loro incapacità di “sognare”.

Anche questa che si sta promuovendo con questo falso mito dell’estero è la cultura dell’1%, ciò che ne spiega il successo nell’Italia di SuperMario. L’Italia delle élite che si presentano come rappresentanti del “merito”, così pronte a dimenticare i dettagli materiali che spesso fanno la differenza tra chi a 29 anni ha una carriera e chi solo un insieme di lavori. (Come mi mantengo agli studi in un paese che non prevede alcuna politica seria e reale per il diritto allo studio? Come pago l’affitto? Come compro i pannolini e il latte in polvere al pupo, se mi capita di restare incinta? Come faccio a essere creativo/a se per mantenermi lavo piatti?) E fa parte di questa mentalità da 1% (o wanna be) la tendenza, che soprattutto alcuni degli intervistati mostrano, a usare continuamente la III persona plurale. “Gli Italiani fanno”, “gli Italiani pensano” come se noi italiani “targati AIRE” avessimo poi un passaporto diverso.

Ma al proprio paese non si sfugge, nemmeno lasciandolo. La cattiva Italia ce la portiamo dentro dovunque andiamo. E continuiamo a fabbricarla ogni volta che guardiamo con disprezzo al nostro Paese sentendoci migliori di chi continua a viverci e a lottare, giorno dopo giorno, non contro il Sistema, ma semplicemente per rimanere appena sopra il pelo dell’acqua. La cattiva Italia è quella del non sentirsi italiani a dispetto del passaporto e dell’accento, è quella del razzismo inconscio e giudicante, ma è anche quella del rimpiangere una piazza che non si è mai fatto nulla per riempire.  E’ quella delle “fidanzate bravissime a cucinare” (guarda caso, sempre le donne ai fornelli), ed è quell’Italia da luogo comune (moda, cibo, mari e bellezza) cui noi stessi riduciamo il nostro Paese ogni volta che lo guardiamo con gli occhi del turista. E non ricuciremo questo strappo finché non cominceremo a pensare (anche noi espatriati) come portare un po’ del nostro «miracolo» – o presunto tale – a chi è rimasto a casa, a come trasformare Milano o Salerno non in un’altra Silicon Valley (per l’amor del cielo), ma in una valle coltivata, dove le cose possono anche germogliare e crescere col nostro aiuto.

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enjoy! (finché dura)

In attitudine popular, cinema, generazioni, this is the end of the world on dicembre 10, 2011 at 8:38 pm

Questa recensione è uno spoiler, nel senso che oltre a togliere ogni possibile dubbio sul finale del film di cui parlo Melancholia (2011), ne rivela anche diversi episodi di rilievo. Ma a voler essere rigorosi, il film è in partenza uno spoiler di se stesso, dato che anticipa il proprio finale e le proprie sequenze salienti nelle spettacolari e nelle sequenze d’apertura, dei veri e propri tableaux vivants che raffigurano la Passione del Mondo in slow motion, stazione dopo stazione. È lo stesso Lars von Trier, del resto, che ritiene necessario rivelare da subito la conclusione (“una specie di lieto fine”, come la definisce non senza una notevole dose di ironia) per evitare che il lettore sia distratto dalla suspence:

 Indeed the ending was what was in place from the outset when he started to work on the idea of ‘Melancholia’, just as he immediately knew that the audience needed to know it from the first images of the film.
«It was the same thing with ‘Titanic‘,« he says as he assumes his favourite interview pose, lying on the faded green cushions on his exuberant couch, arms flung over his head. »When they board the ship, you just know: aw, something with an iceberg will probably turn up. And it is my thesis that most films are like that, really.»

Da Longing for the End of All, intervista di Nils Thorsen (leggibile per intero qui)

Trattando della “fine del mondo”, Melancholia è facilmente ascrivibile alla categoria della fantascienza. Eppure verrebbe voglia di far proprie le riserve che Margaret Atwood, nel suo recentissimo In other worlds (Signal 2011), esprime sulla propria opera, dichiarandosi creatrice di mondi e di finzioni, ma non di finzioni “scientifiche”. Così anche Von Trier, che si astiene dal giocare con i registri della verosimiglianza scientifica e della verità, ma prende la visione dell’apocalisse a fondamento di una riflessione sull’uomo e sulla fragilità della sua psicologia.

Tuttavia, il fatto che un film come questo si occupi della fine del mondo esprime qualcosa d’importante sul nostro presente. In primo luogo, racconta della nostra percezione di civiltà al collasso, la nostra ansia apocalittica (tema esplorato da molti in questi anni, compreso un autore come Zizek nel suo Living in the end times, Verso 2010, ora disponibile in italiano per i tipi di Neri Pozza). Quasi che dall’“Enjoy!” di capitalistica e post-moderna memoria sia ormai indispensabile passare a un “Enjoy it while it lasts!”, consapevoli che non durerà ancora a lungo. Non è un caso, dunque, che Melancholia rappresenti la fine del mondo come un’accettazione – risparmiandoci le corse contro il tempo alla Armageddon, le astronavi in fuga verso l’ignoto e le immancabili derive complottiste della fantascienza apocalittica propriamente intesa. La fine del mondo è già tra noi, e non è qualcosa che sia in nostro potere impedire.

In secondo luogo, colpisce il fatto che la fine del mondo sia narrata non con le modalità di un “dramma fantascientifico”, ma con quelle di un dramma familiare (e l’ispirazione dichiarata è a Le serve di Genet). Certamente questa scelta ha origine nella genesi stessa del film – la volontà di Von Trier di esplorare un aspetto sociale della malattia, il fatto che “i depressi siano più calmi nelle situazioni di emergenza perché hanno già delle aspettative negative sul futuro”. I depressi vivono in una condizione che è già un’apocalisse permanente – tanto più ora che mezzo mondo occidentale sembra vivere in una sindrome da stress post-traumatico. L’etica dei depressi – impietosamente dimostrata da una sequenza del film – è che il mondo in cui viviamo è già cenere. Nessun inferno può essere peggiore di così. Ed è certamente quel che prova Justine (interpretata dall’incredibile Kirsten Dunst)– nome ispirato alla creatura di Sade, ma anche evocativo di Juno, Jupiter, e della giustizia personificata –, trasfigurata in un simbolo sotto la fredda luce dell’altro pianeta. Ma in questo contesto, Melancholia diventa anche una parabola sulla nostra assenza di misura e il nostro antropocentrismo “I promise it won’t hit Earth”, dice il personaggio di John  (interpretato da Kiefer Sutherland) a Claire, come  le traiettorie degli astri dipendessero dai calcoli degli scienziati. E da questo punto di vista, il grande merito del film è la sua capacità continua di scivolare tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, tra macrocosmo e microcosmo. Ed ecco che una patologia percettiva (la mancanza di empatia sociale, l’incapacità di percepire le realtà intermedie) permette di raggiungere un risultato filosofico: restituire allo sguardo quell’extra-mondità che sola può guarire la nostra «démesure».

Melancholia è un film troppo bello e troppo brutto allo stesso tempo. È un film “brutto”, che non scorre, le cui siderali lunghezze ci mettono a disagio, un film sconnesso, fatto di due parti asimmetriche e in collisione – come i pianeti di cui narra, come le due sorelle Justine e Claire, come il macrocosmo e il microcosmo chiamati a specchiarsi l’uno nell’altro. Ma è anche un film eccessivamente bello, estetizzante, che usa la lucida compiutezza dell’immagine per dire ciò che non si può dire – fino al nero che conclude il tutto: il non-detto come unico spazio per l’assenza di futuro. E il futuro è un registro ambiguo, a metà fra l’onirico e il trasfigurato (i due modi con cui la narrativa, filmica o letteraria, riesce a dire la catastrofe, ad affrontare, mediante la trama di infiniti “mondi possibili”, la sfida di dire il nostro “poterci non essere”, la radiazione di fondo emessa dal nostro possibile morire.

Non esistono piani intermedi tra quello cosmico (dove il tempo eccede qualsiasi possibilità di immaginazione umana) e quello dei piccoli conflitti interni all’individuo (conflitti tra la rappresentazione sociale e il dolore esperito dall’individuo, conflitti tra membri della stessa famiglia, ma anche conflitti tra semantiche, tra significati apparenti e implicazioni latenti). I personaggi obbediscono a impulsi propri, bambole meccaniche di un universo chiuso e auto-alimentato. Un universo in cui non occorre provvedere alle necessità materiali, in cui l’onnipresenza del denaro è segnalata in primo luogo dalla sua invisibilità; come una corrente segreta e sotterranea, il denaro e il lusso, uniti a una raffinatissima e decadente assenza di gusto, modellano i rapporti tra le persone, si sostituiscono ai flussi di empatia.

Eppure, sembra dirci il film (soprattutto alcune inquadrature, come la scena in cui due globi di marmo, accostati tra loro, suggeriscono l’impatto delle sfere celesti) l’immensità del nostro cosmo è tutta racchiusa nel nostro microcosmo, se solo fossimo capaci di leggerne le nervature e le simmetrie; e davvero la fine del mondo ci colpirà così, inconsapevoli fino all’ultimo, persi nei giardini segreti della nostra anima mentre tutto intorno il mondo si prepara a esplode e ritorna al suo silenzio primigenio.

voce solista. sui romanzi di Gil Scott Heron

In a spasso tra i libri on dicembre 7, 2011 at 4:59 pm

Lo ammetto da subito: ho poca familiarità con le parole cantate e molta con quelle scritte. Ciononostante, mi affascinano quelle figure capaci di lavorare con entrambi, e di portare nella grammatica il ritmo, la presenza, il dinamismo della parola recitata. O cantata, o rappata, o musicata. La mente corre a Gil Scott-Heron, musicista scomparso da poco, figura appartenente a generazioni precedenti, e popolare in Italia tra chi di anni ne ha almeno il doppio dei miei, figura cui mi sono accostata tardi e male. Finché non ho scoperto che era stato anche l’autore di due romanzi, e ho pensato che valesse la pena di leggerli.

The Nigger Factory (1972; tradotto in italiano per le edizioni Shake nel 2001) è la storia di una sconfitta e di una lotta: la lotta di Thomas Earl (rappresentante studentesco) e dei membri della più radicale organizzazione MJUMBE per portare il vento di cambiamento e radicalismo che investe l’intero paese anche alla Sutton University, immaginario ateneo nero della Virginia che sembra essersi fermato nel tempo. E’ una storia di lotte individuali e collettive, e di come la sconfitta collettiva abbia un prezzo che ciascuno paga sulla propria pelle. “Pensiamo entrambi che potresti essere un grande uomo, nel senso di aiutare la nostra gente. Quel che davvero ti serve, è un diploma,” raccomandano la padrona di casa e un coinquilino a Thomas, che tuttavia finirà espulso e – come ammette uno degli oltranzisti – condannato a pagare per responsabilità non sue. Ma fino a che punto è sconfitta rifiutarsi di cedere alla paura e al ricatto?

Ancora, The Nigger Factory è la storia di una repressione ed è la storia di una morte: la morte dell’ex radicale Odgen Calhoun, disposto a rischiare la carriera in gioventù per difendere i diritti del suo popolo e diventato a propria volta rappresentante dell’autorità costituita e difensore dello status quo. È la storia di due diverse integrità, l’integrità morale del pacifista Thomas (il cui nome si presta a innumerevoli scherni, così chiaramente evocativo della Capanna dello zio Tom), che attende la repressione armato di rum e filosofia, e l’integrismo del MJUMBE, di Ralf Baker, Ben King e dei loro compagni armati di fucili calibro 22. Ed è, in filigrana, la storia di una frattura spinta fino alla guerra interna, tra l’opzione pacifista e quella guerriera, tra l’idealismo dei “profeti disarmati” e l’estremismo di chi decise di rispondere, colpo su colpo, rifiutando il compromesso ma fatalmente compromettendosi con una logica di violenza e oppressione. Un libro che non parla, dunque, solo del Black Power, ma anche e soprattutto delle contraddizioni insite in qualunque lotta politica, compreso l’eterna frizione tra il “99%” e chi, pur volendo in buonafede prendere parte alle lotte, non sembra riconoscere la propria posizione di partenza, che è talora una posizione di privilegio sociale.

Diversissimi sono il tema, il tono e l’ambientazione di The Vulture (1970), il primo romanzo di Scott-Heron, che gode di fama ancor minore e non è tradotto in italiano (a quanto ne so). The Vulture ha un tema simile a quello dell’omonima canzone, ed è certamente ispirato alla stessa metafora: i voli concentrici del predatore che accompagnano l’inevitabile destino della gente nera, facile preda della violenza e di false ribellioni. Prima fra tutte quella dell’eroina, “il treno verso l’inferno” che miete le sue vittime a ogni fermata, o “la Bestia”, come viene chiamata sia dai vecchi della comunità, sia dai militanti del Black Power. La struttura è quella “classica” di un giallo: trame di morte e di crimine si dipanano dal corpo morto di John Lee, diciottenne, ex obeso, da qualche tempo entrato nei ranghi del crimine come spacciatore di sostanze varie (eroina, acidi, cocaina e i micidiali “cats” – ovvero dosi di methcathinone – che inducono tendenze depressive e suicide). Non mancano richiami alle tecniche sperimentali care alla letteratura di quegli anni, come la mescolanza tra fatti e finzione (la cosiddetta “faction” sperimentata dai vari Mailer e Capote): ecco che, non volendo descrivere l’omicidio di Lee, l’autore riproduce il referto della sua autopsia (finzionale, ovviamente). Ben presto, però, l’investigazione diviene un pretesto, e il corpo morto di John Lee un prisma che permette di raccontare la vita di un quartiere (Harlem) attraverso le voci dei suoi giovani. Spade (traducibile alla lettera come “Picche”, ma anche una delle tante etichette razziste usate contro i neri), l’uomo che fa dei suoi pugni la sua propria “gang”; Junior Jones, il ragazzino spaccone che fugge da una madre depressa e aggressiva; il bravo ragazzo Tommy Hall che viene seguito nella sua metamorfosi come militante Afro; l’imprevedibile Ivan Quinn, outsider alla Columbia con una borsa per meriti accademici, soprannominato I.Q. (quoziente intellettivo) per il suo incredibile successo accademico.

Certo, è difficile pensare che Scott-Heron passerà alla storia per i suoi due romanzi (in attesa di leggere il terzo, ancora inedito e atteso da anni), che ricoprono un ruolo tutto sommato marginale rispetto all’insieme della sua produzione di musicista e performer. Eppure, nella prefazione alla ristampa del 1996 di The Vulture, l’autore scrive: “Non sarebbe esagerato dire che la mia intera vita sia dipesa dall’essere riuscito a finire The vulture e a farlo pubblicare” (ix). Scott-Heron racconta infatti come, ancora studente alla Lincoln University di Oxford, PA, riuscì a terminare il suo manoscritto solo prendendosi un anno “sabbatico” dai propri doveri accademici, privilegio che ottenne a prezzo di un colloquio con lo psichiatra dell’ateneo e di molta insicurezza economica, senza peraltro riuscire a laurearsi (ma conseguì in seguito un Master of Creative Writing alla Johns Hopkins di Baltimore grazie al proprio lavoro creativo). L’autore si spinge fino ad attribuire a questa particolare situazione biografica anche il meccanismo narrativo di The Vulture: la scelta di raccontare la storia di un omicidio dal punto di vista dei possibili indiziati, adottando  5 punti di vista differenti, sarebbe stata dunque la trovata decisiva, che gli avrebbe finalmente permesso di sbloccare la scrittura e di procedere a ritmi sostenuti.

L’esperienza di rifiuto sperimentata da studente appare per molti aspetti simile a quelle raccontate in The Nigger Factory,  (e molti sono gli aspetti che parrebbero accomunare la Sutton del romanzo alla Lincoln frequentata da Scott-Heron e, diversi decenni prima, da Langston Hughes). Del resto, parte dell’obiettivo polemico di The Nigger Factory è proprio lo status dell’educazione nera, vista come una fabbrica di “uncle toms” obbedienti se non, appunto, come una “fabbrica di bravi negri”: “I college e le università neri sono stati una maledizione e una benedizione al tempo stesso per il popolo Nero. Tali istituzioni hanno fornito un’istruzione a persone che, altrimenti, non avrebbero mai avuto accesso all’educazione. A molti, esse hanno inoltre dato un nuovo senso di dignità e di integrità. Tuttavia, esse non hanno mai davvero portato nessuno all’uguaglianza. Questa è la realtà dappertutto per gli educatori Neri, mentre in tutta l’America gli studenti protestano per il cambiamento.” (Prefazione, p. ix).  E l’autore continua, con una lucidità implacabile e con un rifiuto del compromesso che sembra quello dei suoi personaggi:

Le fantasie del Sogno Americano sono ormai smascherate come bufale; la gente è stanca di provare a divenire parte di qualcosa che li depriva delle loro necessità vitali anche dopo molti anni di falso studio e di preparazione a tale “fusione”. Una laurea non è un biglietto per la libertà. È, al massimo, uno strumento per imparare a conoscere meglio quei sistemi che controllano e distruggono la vita: un’opportunità di farsi strada attraverso l’illusione e l’ipocrisia che l’America rappresenta (…) Nuovi aspetti educativi devono essere scoperti. I nostri educatori devono sedersi a un tavolo e valutare seriamente un sistema di valutazione che continua a perpetrare la disonestà accademica. E il centro della nostra attenzione intellettuale deve essere spostato dal pensiero greco e occidentale a quello dell’oriente e del Terzo Mondo. Dobbiamo portare esempi di arte nera, non di arte bianca. Dobbiamo coltivare la nostra naturale creatività” (ix-x).

Parole che, se nel 1972, in anni di letture obbligate, tra Marx Mao e l’immancabile Ivan Illich, suonavano in un certo modo, oggi risuonano ancora attuali ma ben più irrisolte, tra i muri delle stesse facoltà occupate.

Attualità politica e commemorazione dell’autore a parte, credo che questi due romanzi meritino una lettura (o una rilettura, o una traduzione – compito non certo facile), per due motivi. Il primo è la lingua in cui sono scritti – una lingua che ha chiare reminiscenze dell’oralità, una lingua che sente di strada e di parlato ma che tenta di sottrarsi alla banalizzazione dell’etnico: “Sono stato anche preda di una trappola linguistica e culturale. Volevo scrivere una storia che tutti, che chiunque potesse trovare godibile, su cui tutti potessero formulare delle ipotesi a mano a mano che leggevano; ma i miei personaggi, il loro modo di parlare e la loro lingua dovevano essere fedeli alla cultura del sottobosco criminale e ai suoi simboli,” dichiara l’autore nella prefazione a The Vulture (p. xii). Di qui, i dialoghi scritti in AAVE (African-American Vernacular per i socio-linguisti; o Ebonics, anche se non è esattamente la stessa cosa), traslitterati però e resi comprensibili a chiunque. Dialoghi in cui il ritmo conta più della macchia di colore, la coerenza e la velocità hanno la meglio sullo stereotipo. Un’opzione linguistica di grande interesse – anche a fronte di successi e ripescaggi come quello della newyorchese Sapphire.

Il secondo motivo è la lucida, disincantata e tagliente consapevolezza dell’autore, che si esprime nel rifiuto di qualsiasi eroismo (non ci sono eroi, forse solo Earl Thomas che è tuttavia fotografato anche nella propria impotenza) e nel rifiuto di qualsiasi vittimismo. “Autocommiserazione? Egoismo e autocommiserazione? ‘Succede sempre qualcosa di male alle persone che amo? Facciamo l’amore un’ultima volta prima di morire?’ Dovrei pestarti a sangue! Cos’è più importante, il modo in cui vivi, o il fatto di vivere? Lo sai che mi vergogno?,” grida Earl alla sua compagna prima della catastrofe (p. 197). E il termine catastrofe non è certamente scelto a caso; ma rimanda a quel meccanismo tragico che sostanzia entrambe le storie. “Una slavina,” la definisce uno dei personaggi di The Nigger Factory, il newyorkese Abul Menka. Dato il calcio d’avvio, si innesca una serie di azioni che conduce inevitabilmente alla catastrofe, secondo un meccanismo che, tuttavia, della catarsi tragica non ha niente. Perché nessuna redenzione è possibile nel mondo di questi due romanzi, dalla parte di chi non ha scelta se non quella di perdere con dignità, anziché perdere anche la dignità.

motivational speech [1 dicembre 2011]

In attitudine popular, canadian bacon, lifestyle on dicembre 1, 2011 at 10:26 pm

Ascoltare musica elettronica in tedesco.

Scrivere di qualcosa che appassiona e riuscire a non pensare a nient’altro per ore.

Ascoltare musica sperimentale in tedesco.

Rendersi conto fino a che punto è maschilista la cultura da cui vieni, e capire che hai finalmente gli strumenti per decostruirla.

Ascoltare musica di merda in tedesco.

Camminare su Harbord Street, a qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi stagione dell’anno.

Girare con il giubbotto aperto e senza guanti a una temperatura che un tempo ti avrebbe ucciso.

Improvvisare una festa di compleanno alla caffetteria della biblioteca.

Flirtare con un bambino di anni 2 sulla metropolitana.

Essere in grado di montare e smontare le cose da soli.

Avere amici a cui chiedere aiuto per quelle poche cose che non si sa come smontare da soli.

Aver finito gli esami, almeno fino al prossimo.

Scambiare battute con la cameriera cecoslovacca che serve gli hamburger.

Vincere uno strike vote con il 91% dei sì.

Sentire bambine che da grandi vogliono diventare “Medical Doctor”, o pilota di aerei.

Potersi permettere un posto da soli col proprio stipendio, e interamente col proprio stipendio.

Riuscire a scrivere 5 pagine di inglese scorrevole in un’ora.

Perdersi sulla tangenziale ed essere fermata solo per sentirsi domandare se serve aiuto, e ricevere effettivamente l’aiuto offerto.

Poter scegliere quale lingua vuoi ascoltare quando sintonizzi il canale radio.

Pensare, Oggi non fa così freddo, siamo ancora a 2 Cº.

Essere contattati per il proprio lavoro, e nessun’altra ragione.

Non riuscire a finire una frase in una lingua sola, ma doverne per forza mescolarne due.