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voce solista. sui romanzi di Gil Scott Heron

In a spasso tra i libri on dicembre 7, 2011 at 4:59 pm

Lo ammetto da subito: ho poca familiarità con le parole cantate e molta con quelle scritte. Ciononostante, mi affascinano quelle figure capaci di lavorare con entrambi, e di portare nella grammatica il ritmo, la presenza, il dinamismo della parola recitata. O cantata, o rappata, o musicata. La mente corre a Gil Scott-Heron, musicista scomparso da poco, figura appartenente a generazioni precedenti, e popolare in Italia tra chi di anni ne ha almeno il doppio dei miei, figura cui mi sono accostata tardi e male. Finché non ho scoperto che era stato anche l’autore di due romanzi, e ho pensato che valesse la pena di leggerli.

The Nigger Factory (1972; tradotto in italiano per le edizioni Shake nel 2001) è la storia di una sconfitta e di una lotta: la lotta di Thomas Earl (rappresentante studentesco) e dei membri della più radicale organizzazione MJUMBE per portare il vento di cambiamento e radicalismo che investe l’intero paese anche alla Sutton University, immaginario ateneo nero della Virginia che sembra essersi fermato nel tempo. E’ una storia di lotte individuali e collettive, e di come la sconfitta collettiva abbia un prezzo che ciascuno paga sulla propria pelle. “Pensiamo entrambi che potresti essere un grande uomo, nel senso di aiutare la nostra gente. Quel che davvero ti serve, è un diploma,” raccomandano la padrona di casa e un coinquilino a Thomas, che tuttavia finirà espulso e – come ammette uno degli oltranzisti – condannato a pagare per responsabilità non sue. Ma fino a che punto è sconfitta rifiutarsi di cedere alla paura e al ricatto?

Ancora, The Nigger Factory è la storia di una repressione ed è la storia di una morte: la morte dell’ex radicale Odgen Calhoun, disposto a rischiare la carriera in gioventù per difendere i diritti del suo popolo e diventato a propria volta rappresentante dell’autorità costituita e difensore dello status quo. È la storia di due diverse integrità, l’integrità morale del pacifista Thomas (il cui nome si presta a innumerevoli scherni, così chiaramente evocativo della Capanna dello zio Tom), che attende la repressione armato di rum e filosofia, e l’integrismo del MJUMBE, di Ralf Baker, Ben King e dei loro compagni armati di fucili calibro 22. Ed è, in filigrana, la storia di una frattura spinta fino alla guerra interna, tra l’opzione pacifista e quella guerriera, tra l’idealismo dei “profeti disarmati” e l’estremismo di chi decise di rispondere, colpo su colpo, rifiutando il compromesso ma fatalmente compromettendosi con una logica di violenza e oppressione. Un libro che non parla, dunque, solo del Black Power, ma anche e soprattutto delle contraddizioni insite in qualunque lotta politica, compreso l’eterna frizione tra il “99%” e chi, pur volendo in buonafede prendere parte alle lotte, non sembra riconoscere la propria posizione di partenza, che è talora una posizione di privilegio sociale.

Diversissimi sono il tema, il tono e l’ambientazione di The Vulture (1970), il primo romanzo di Scott-Heron, che gode di fama ancor minore e non è tradotto in italiano (a quanto ne so). The Vulture ha un tema simile a quello dell’omonima canzone, ed è certamente ispirato alla stessa metafora: i voli concentrici del predatore che accompagnano l’inevitabile destino della gente nera, facile preda della violenza e di false ribellioni. Prima fra tutte quella dell’eroina, “il treno verso l’inferno” che miete le sue vittime a ogni fermata, o “la Bestia”, come viene chiamata sia dai vecchi della comunità, sia dai militanti del Black Power. La struttura è quella “classica” di un giallo: trame di morte e di crimine si dipanano dal corpo morto di John Lee, diciottenne, ex obeso, da qualche tempo entrato nei ranghi del crimine come spacciatore di sostanze varie (eroina, acidi, cocaina e i micidiali “cats” – ovvero dosi di methcathinone – che inducono tendenze depressive e suicide). Non mancano richiami alle tecniche sperimentali care alla letteratura di quegli anni, come la mescolanza tra fatti e finzione (la cosiddetta “faction” sperimentata dai vari Mailer e Capote): ecco che, non volendo descrivere l’omicidio di Lee, l’autore riproduce il referto della sua autopsia (finzionale, ovviamente). Ben presto, però, l’investigazione diviene un pretesto, e il corpo morto di John Lee un prisma che permette di raccontare la vita di un quartiere (Harlem) attraverso le voci dei suoi giovani. Spade (traducibile alla lettera come “Picche”, ma anche una delle tante etichette razziste usate contro i neri), l’uomo che fa dei suoi pugni la sua propria “gang”; Junior Jones, il ragazzino spaccone che fugge da una madre depressa e aggressiva; il bravo ragazzo Tommy Hall che viene seguito nella sua metamorfosi come militante Afro; l’imprevedibile Ivan Quinn, outsider alla Columbia con una borsa per meriti accademici, soprannominato I.Q. (quoziente intellettivo) per il suo incredibile successo accademico.

Certo, è difficile pensare che Scott-Heron passerà alla storia per i suoi due romanzi (in attesa di leggere il terzo, ancora inedito e atteso da anni), che ricoprono un ruolo tutto sommato marginale rispetto all’insieme della sua produzione di musicista e performer. Eppure, nella prefazione alla ristampa del 1996 di The Vulture, l’autore scrive: “Non sarebbe esagerato dire che la mia intera vita sia dipesa dall’essere riuscito a finire The vulture e a farlo pubblicare” (ix). Scott-Heron racconta infatti come, ancora studente alla Lincoln University di Oxford, PA, riuscì a terminare il suo manoscritto solo prendendosi un anno “sabbatico” dai propri doveri accademici, privilegio che ottenne a prezzo di un colloquio con lo psichiatra dell’ateneo e di molta insicurezza economica, senza peraltro riuscire a laurearsi (ma conseguì in seguito un Master of Creative Writing alla Johns Hopkins di Baltimore grazie al proprio lavoro creativo). L’autore si spinge fino ad attribuire a questa particolare situazione biografica anche il meccanismo narrativo di The Vulture: la scelta di raccontare la storia di un omicidio dal punto di vista dei possibili indiziati, adottando  5 punti di vista differenti, sarebbe stata dunque la trovata decisiva, che gli avrebbe finalmente permesso di sbloccare la scrittura e di procedere a ritmi sostenuti.

L’esperienza di rifiuto sperimentata da studente appare per molti aspetti simile a quelle raccontate in The Nigger Factory,  (e molti sono gli aspetti che parrebbero accomunare la Sutton del romanzo alla Lincoln frequentata da Scott-Heron e, diversi decenni prima, da Langston Hughes). Del resto, parte dell’obiettivo polemico di The Nigger Factory è proprio lo status dell’educazione nera, vista come una fabbrica di “uncle toms” obbedienti se non, appunto, come una “fabbrica di bravi negri”: “I college e le università neri sono stati una maledizione e una benedizione al tempo stesso per il popolo Nero. Tali istituzioni hanno fornito un’istruzione a persone che, altrimenti, non avrebbero mai avuto accesso all’educazione. A molti, esse hanno inoltre dato un nuovo senso di dignità e di integrità. Tuttavia, esse non hanno mai davvero portato nessuno all’uguaglianza. Questa è la realtà dappertutto per gli educatori Neri, mentre in tutta l’America gli studenti protestano per il cambiamento.” (Prefazione, p. ix).  E l’autore continua, con una lucidità implacabile e con un rifiuto del compromesso che sembra quello dei suoi personaggi:

Le fantasie del Sogno Americano sono ormai smascherate come bufale; la gente è stanca di provare a divenire parte di qualcosa che li depriva delle loro necessità vitali anche dopo molti anni di falso studio e di preparazione a tale “fusione”. Una laurea non è un biglietto per la libertà. È, al massimo, uno strumento per imparare a conoscere meglio quei sistemi che controllano e distruggono la vita: un’opportunità di farsi strada attraverso l’illusione e l’ipocrisia che l’America rappresenta (…) Nuovi aspetti educativi devono essere scoperti. I nostri educatori devono sedersi a un tavolo e valutare seriamente un sistema di valutazione che continua a perpetrare la disonestà accademica. E il centro della nostra attenzione intellettuale deve essere spostato dal pensiero greco e occidentale a quello dell’oriente e del Terzo Mondo. Dobbiamo portare esempi di arte nera, non di arte bianca. Dobbiamo coltivare la nostra naturale creatività” (ix-x).

Parole che, se nel 1972, in anni di letture obbligate, tra Marx Mao e l’immancabile Ivan Illich, suonavano in un certo modo, oggi risuonano ancora attuali ma ben più irrisolte, tra i muri delle stesse facoltà occupate.

Attualità politica e commemorazione dell’autore a parte, credo che questi due romanzi meritino una lettura (o una rilettura, o una traduzione – compito non certo facile), per due motivi. Il primo è la lingua in cui sono scritti – una lingua che ha chiare reminiscenze dell’oralità, una lingua che sente di strada e di parlato ma che tenta di sottrarsi alla banalizzazione dell’etnico: “Sono stato anche preda di una trappola linguistica e culturale. Volevo scrivere una storia che tutti, che chiunque potesse trovare godibile, su cui tutti potessero formulare delle ipotesi a mano a mano che leggevano; ma i miei personaggi, il loro modo di parlare e la loro lingua dovevano essere fedeli alla cultura del sottobosco criminale e ai suoi simboli,” dichiara l’autore nella prefazione a The Vulture (p. xii). Di qui, i dialoghi scritti in AAVE (African-American Vernacular per i socio-linguisti; o Ebonics, anche se non è esattamente la stessa cosa), traslitterati però e resi comprensibili a chiunque. Dialoghi in cui il ritmo conta più della macchia di colore, la coerenza e la velocità hanno la meglio sullo stereotipo. Un’opzione linguistica di grande interesse – anche a fronte di successi e ripescaggi come quello della newyorchese Sapphire.

Il secondo motivo è la lucida, disincantata e tagliente consapevolezza dell’autore, che si esprime nel rifiuto di qualsiasi eroismo (non ci sono eroi, forse solo Earl Thomas che è tuttavia fotografato anche nella propria impotenza) e nel rifiuto di qualsiasi vittimismo. “Autocommiserazione? Egoismo e autocommiserazione? ‘Succede sempre qualcosa di male alle persone che amo? Facciamo l’amore un’ultima volta prima di morire?’ Dovrei pestarti a sangue! Cos’è più importante, il modo in cui vivi, o il fatto di vivere? Lo sai che mi vergogno?,” grida Earl alla sua compagna prima della catastrofe (p. 197). E il termine catastrofe non è certamente scelto a caso; ma rimanda a quel meccanismo tragico che sostanzia entrambe le storie. “Una slavina,” la definisce uno dei personaggi di The Nigger Factory, il newyorkese Abul Menka. Dato il calcio d’avvio, si innesca una serie di azioni che conduce inevitabilmente alla catastrofe, secondo un meccanismo che, tuttavia, della catarsi tragica non ha niente. Perché nessuna redenzione è possibile nel mondo di questi due romanzi, dalla parte di chi non ha scelta se non quella di perdere con dignità, anziché perdere anche la dignità.

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