parlacoimuri

dagli americani di rabbato agli italiani di redwood city

In dododonne, partire o restare on dicembre 12, 2011 at 12:53 pm

fotomontaggio involontario

Alcuni giorni, fa, sul blog “la pentola d’oro”, leggevo le seguenti righe, che mi hanno colpito come un pugno in pieno volto:

Quello che merita, sono i giovani raccontati dall’infotainment in prima serata, quelle brave ragazze e quei bravi ragazzi che hanno studiato tanto e poi vanno all’estero per cambiare il mondo con la loro incorrotta creatività. Piacciono tanto questi giovani, sono un brand favoloso, il jolly che fa quadrare l
a scala e che permette di sbaragliare tutti gli avversari. Basta tirarli fuori, tirare fuori quel sogno di rinascita che rappresentano, che di colpo diventiamo pronti a tutto. La loro voglia di fare emenderà i vecchi dai peccati della loro vita confortevole, all’ombra dell’articolo 18, della sanità e della scuola pubblica. Sacrifichiamoci per loro, stringiamo la cinghia affinché possano andare com’è loro natura a combattere sul fronte duro e giusto del libero mercato, dove la meritocrazia premierà i migliori. Mica come ai vecchi tempi, quando i sindacati ti paravano il culo e andavi in pensione ancora giovane e in gamba. Che mollaccioni che eravamo, che squallidi viveur decadenti, con tutte le nostre tutele e il nostro denaro facile. I giovani invece, loro sono limpidi, belli, pieni di nuove energie. Loro sono il futuro. E’ nelle loro mani che andrà il mondo nuovo, che sarà più povero magari, però più pulito e più autentico, come loro. (Qui il post integrale)

Credo che l’ultima delle inchieste di Repubblica, “Italians di Silicon Valley”, curata da Daniele Vulpi e con articoli di Flavio Bini e Paolo Pontoniere, risponda benissimo a questa lucidissima descrizione fornita da Adrianaaa. Italiani (“giovani e meno giovani”) nella Silicon Valley raccontano le loro storie di successo, parlando dell’Italia che rimpiangono e di quella che vorrebbero dimenticare.

Ora, forse mi sento agghiacciata scorrendo queste righe perché, guardando le facce di questi “giovani e meno giovani”, ho paura che rappresentino uno specchio in cui spero di non vedermi mai riflessa. Può darsi che questo sentimento nasca invece dalla vergogna: come se sentissi di aver schivato (almeno temporaneamente) un destino che in fondo meritavo, e che è sempre lì in agguato. Tuttavia, più manco dall’Italia (Paese nel quale, sinceramente, spero di non dover tornare, perché ho altri progetti e altre speranze e tornare indietro significherebbe averle mancate), più mi sento solidale con chi ci vive. Più mi allontano dal mio Paese (tra amicizie allentate, un continuo disagio e una crescente sensazione di provenire da Marte ogni volta che ci rimetto piede), più mi è facile cominciare a elaborare, a deporre i rancori, stemperare la rabbia. Trovare un equilibrio, senza dimenticare i motivi impellenti e urgenti e la massa di problemi che erano e sono reali, ma riconoscendo anche l’insieme di luoghi comuni che mi hanno spinta a vedere la partenza non come una soluzione individualmente giusta per me (il che si è rivelato vero), ma come l’unica possibile.

Di quella tempesta emotiva rimane il dispiacere per il mio Paese, la sensazione d’impotenza, la volontà (o forse il desiderio) di restituire qualcosa. E restituire non vuol dire solo riportare a casa ciò che si apprende stando fuori, ma anche ripagare ciò che si è ricevuto.  In fondo, noi expats siamo tutti prodotti di una scuola pubblica. Siamo troppo pronti a dimenticarcelo, persi in una falsa idea di “meritocrazia” che ci porta a credere che sia tutto e solo “merito nostro” – e non che, magari, se siamo arrivati a fare i nostri MBA e i nostri PhD d’eccellenza, è anche perché abbiamo potuto studiare il greco o l’analisi matematica a 16 anni in scuole gratuite e statali, e frequentare delle Università sovraffollate e poco attrezzate ma ancora decenti, senza trovarci con 40,000 dollari di debito da ripagare.

Certo, non stupisce che le storie selezionate siano storie di successo. Di gente che “ce l’ha fatta”. La Silicon Valley è un sogno, e la demografia dei suoi abitanti sta lì a dimostrarlo. A Palo Alto (dove ha sede Skype) ci sono stata alcune volte, sempre per brevi periodi, e ogni volta ho pensato che mi sarebbe piaciuto vivere lì. Ma ero anche spaventata dalla sua apparente artificialità, dalla sua rassomiglianza con Disneyland, dalla ricchezza che sembrava lastricare le strade e intonacare i muri. Quella non è la realtà. È una realtà. Lo spettacolo di una possibile realtà.

Ed è la stessa sensazione (un misto di fascino e di spavento) che provo leggendo queste dieci storie. Storie chiaramente eccezionali, di persone eccezionalmente dotate e motivate (e sia detto con il massimo rispetto per ciascuna di loro), ma, appunto, storie fuori dall’ordinario. Che non hanno nulla in comune con le migliaia di giovani pieni di velleità che finiscono a fare i camerieri a Londra, Berlino e Barcellona. Nessuno che abbia mai avuto problemi di visto, nessuno che lamenti elementari difficoltà di comunicazione, di spaesamento (e anche le esperienze più positive ne comportano sempre). Nessuno che ammetta una difficoltà (fosse solo linguistica), un dubbio, una paura, un ripensamento, un’incertezza per il futuro (anche solo al pensiero di genitori o parenti anziani, lo spettro che tutti abbiamo nelle nostre vite). Nessuno che abbia avuto una difficoltà a conciliare l’ennesimo trasferimento con una relazione sentimentale (cosa che nella vita reale è abbastanza frequente). E certamente, il mio riportare l’accento sulle “difficoltà”, sui lati negativi appartiene a quel “lamentismo”, a quel “pessimismo” che gli italiani di Redwood City rimproverano ai loro compatrioti. Suona quasi un’accusa di disfattismo, nell’Italia di oggi, di SuperMario, della Meritocrazia, delle lettere ai figli spedite da padri che hanno le mani in pasta, nell’Italia dove l’eccellenza ci viene predicata anche da chi diventa giornalista seguendo le orme dei padri (o degli zii). E allora non posso fare a meno di chiedermi quanto ci sia di rappresentativo, in questa immagine così “seducente” e patinata? E soprattutto, che messaggio trasmette un reportage come questo alle migliaia di giovani italiani che coltivano sogni di gloria (o di fuga)?

Vorrei precisare un punto, a scanso di equivoci: anch’io vivo fuori dall’Italia, e il bilancio costi-benefici per me è ancora positivo. Faccio cose che in Italia non farei, sono pagata per studiare e ricercare. Anche al netto delle difficoltà di inserimento culturale e linguistico (che per me erano attutite da un’ottima conoscenza di partenza dell’inglese, ma che non sono eliminabili nel giro di 3 o 5 anni), non mi sento così “socially awkward” come mi sentivo in Italia e nella mia città natale, dove tutto passava per contatti, per la capacità di andare a fare l’aperitivo con le persone giuste, e l’intelligenza o la preparazione contavano, sì, ma venivano inficiate o invalidate dall’incapacità di “farsi notare”. Per questo capisco profondamente il sentimento espresso dalle interviste e dai filmati di Repubblica. La mia non è la critica – a meta tra l’invidioso e il rancoroso – di chi vorrebbe essere al loro posto. E non è la critica ingenerosa di chi disconosce l’impegno, la fatica e anche il merito che evidentemente ha avuto un ruolo fondamentale in queste storie. Allo stesso tempo, però, non me la sentirei, in tutta onestà, di avvallare questa immagine tutta rose e fiori dell’estero per chiunque, sempre e comunque, che una certa stampa (e Repubblica in particolare) promuove da anni.

A me, finora (e sottolineo con forza: “a me” e “finora”) partire ha portato indubbi vantaggi materiali, intellettuali e, anche se non sembra, persino relazionali: la mia vita sentimentale era e resta una catastrofe, ma voltandomi riesco a guardare con distaccato sgomento all’abisso di maschilismo che era una parte naturale e non dichiarata della mia esistenza, più o meno come bere o respirare, e questo in barba al mio preteso “attivismo”, alla mia presunta consapevolezza, and so forth. Per questo non mi sembrerebbe corretto “disilludere” i giovani, come fanno molti, spesso con la foga e l’acrimonia delle proprie delusioni. Se uno ha un progetto professionale per cui ha senso lasciare l’Italia, se uno ha desiderio di vivere altrove, se uno s’innamora di una persona che vive lontana e ha voglia di rischiare, se uno vuole sfruttare le opportunità aperte da un passaporto canadese o australiano ereditato da una passata storia migratoria, ben vengano i voli di sola andata. Ma non me la sentirei nemmeno di promettere che basta partire e va tutto bene in automatico, o che appena lasciato il suolo italico si parte necessariamente per un volo che ha come solo limite il cielo. Non è realistica questa immagine lanciata come una bomba sui giovani italiani, per alimentarne le illusioni – o le frustrazioni, portandoli a credere che se fanno una vita di merda, se prendono 500 euro al mese per fare un lavoro che, va bene, non sarà creativo e qualificato come quello di un “designer” o di un “creative consultant”, ma è comunque un lavoro e andrebbe trattato con dignità –, se devono stare in una doppia a 30 anni, è colpa loro, del loro “disfattismo” o della loro incapacità di “sognare”.

Anche questa che si sta promuovendo con questo falso mito dell’estero è la cultura dell’1%, ciò che ne spiega il successo nell’Italia di SuperMario. L’Italia delle élite che si presentano come rappresentanti del “merito”, così pronte a dimenticare i dettagli materiali che spesso fanno la differenza tra chi a 29 anni ha una carriera e chi solo un insieme di lavori. (Come mi mantengo agli studi in un paese che non prevede alcuna politica seria e reale per il diritto allo studio? Come pago l’affitto? Come compro i pannolini e il latte in polvere al pupo, se mi capita di restare incinta? Come faccio a essere creativo/a se per mantenermi lavo piatti?) E fa parte di questa mentalità da 1% (o wanna be) la tendenza, che soprattutto alcuni degli intervistati mostrano, a usare continuamente la III persona plurale. “Gli Italiani fanno”, “gli Italiani pensano” come se noi italiani “targati AIRE” avessimo poi un passaporto diverso.

Ma al proprio paese non si sfugge, nemmeno lasciandolo. La cattiva Italia ce la portiamo dentro dovunque andiamo. E continuiamo a fabbricarla ogni volta che guardiamo con disprezzo al nostro Paese sentendoci migliori di chi continua a viverci e a lottare, giorno dopo giorno, non contro il Sistema, ma semplicemente per rimanere appena sopra il pelo dell’acqua. La cattiva Italia è quella del non sentirsi italiani a dispetto del passaporto e dell’accento, è quella del razzismo inconscio e giudicante, ma è anche quella del rimpiangere una piazza che non si è mai fatto nulla per riempire.  E’ quella delle “fidanzate bravissime a cucinare” (guarda caso, sempre le donne ai fornelli), ed è quell’Italia da luogo comune (moda, cibo, mari e bellezza) cui noi stessi riduciamo il nostro Paese ogni volta che lo guardiamo con gli occhi del turista. E non ricuciremo questo strappo finché non cominceremo a pensare (anche noi espatriati) come portare un po’ del nostro «miracolo» – o presunto tale – a chi è rimasto a casa, a come trasformare Milano o Salerno non in un’altra Silicon Valley (per l’amor del cielo), ma in una valle coltivata, dove le cose possono anche germogliare e crescere col nostro aiuto.

  1. Anch’io sono espatriata da quasi cinque anni e non posso non sentirmi coinvolta. Anch’io ho avuto notevoli vantaggi da questa scelta, dal punto di vista umano e professionale, pur riconoscendo le difficoltà dell’inizio. Io vivo in Francia, le difficoltà burocratiche sono ridotte essendo UE, ma comunque ci sono e si presentano tutte all’inizio con tutto lo stress emotivo del cambiamento, quando non conosci nessuno e non sai bene la lingua. Devi cercare casa, ma non te la danno se non hai un conto in banca; e non ti aprono un conto in banca se non hai un domicilio; non ti fanno la tessera sanitaria senza un estratto del certificato di nascita, impossibile da avere al consolato… e mille altre cose che a pensarci viene da chiedersi come si sia superato quel periodo senza mollare tutto e scappare a casa, arrivederci e grazie.
    Ma la cosa in cui mi ritrovo di più in questo post, io cresciuta in una famiglia che vive nello stesso paesello da generazioni, con le stesse amiche dai tempi dell’asilo, è la sensazione di sradicamento, di diversità, di mancanza di riferimenti culturali in comune con gli altri. Un po’ come Harry Potter cresciuto tra i Muggles, che si sente a casa nel mondo dei maghi e impara un sacco di cose anche più e meglio degli altri, ma ogni tanto, anche dopo anni, saltan fuori cose che tutti danno per scontante e di cui lui non ha mai sentito parlare. E si sente una merda. E io uguale. Hai voglia a studiare tutte le coniugazioni dei verbi irregolari, la storia di Napoleone, i film della Nouvelle Vague. Poi ti ritrovi una sera fuori con amici, qualcuno ha l’idea di fare il Karaoke e tu ti ritrovi seduta in disparte a guardare loro ubriachi che cantano orrende canzoni di Johnny Halliday sbellicandosi dalle risate. Che pena il Karaoke, che sfigati… sì certo, ma è in quei momenti che ti accorgi di quanto non farai mai parte di questo mondo, tanto che ti viene il magone e vorresti essere tu ubriaca, con i tuoi amici, nel tuo paese a cantare a squaciagola qualche merda di Mogol-Battisti.
    Scusa il commento a ruota libera, so che volevi parlare d’altro nel tuo post, ma mi è venuta un po’ di nostalgia e volevo condividere…

  2. Volevo parlare d’altro, ma anche di questo, che ovviamente non si trova nei tanti racconti trionfalistici e nell’immagine un po’ patinata di certa stampa. E continuando il momento “autobiografico”, posso dirti che per me la sensazione di spaesamento è qualcosa che dura da generazioni, dato che sono nata da una famiglia che le migrazioni le ha fatte tutte, comprese quelle americane di fine 800/inizi 900 e le migrazioni in Europa degli anni 50-70 e le migrazioni interne e ora, con la nuova ondata, siamo già in due all’estero. Non solo non riesci mai del tutto ad abbattere lo sradicamento, ma posso dire per esperienza diretta che lo sradicamento si trasmette anche ai figli, che sentono di appartenere al posto dove sono nati ma di non esserne completamente parte, di non avere la stessa sicurezza, lo stesso senso di protezione (che è sia oggettivo che soggettivo). A volte questa fragilità può rivelarsi una forza, perché aver superato tante volte la sensazione di essere fuori posto, alla lunga instilla una strana sicurezza. Nel mio caso, proprio la sensazione di “non aver radici” mi ha spinto a partire, sapendo che nessun luogo sarebbe stato completamente “mio”. Grazie, in ogni caso, della tua risposta così personale e sincera.

  3. Post davvero bellissimo, complimenti e grazie per la citazione. Sono d’accordo con tutto e in particolare trovo davvero importanti queste parole: “Anche questa che si sta promuovendo con questo falso mito dell’estero è la cultura dell’1%, ciò che ne spiega il successo nell’Italia di SuperMario. L’Italia delle élite che si presentano come rappresentanti del “merito”, così pronte a dimenticare i dettagli materiali che spesso fanno la differenza tra chi a 29 anni ha una carriera e chi solo un insieme di lavori”.
    Quando dopo la laurea mi sono messa a cercare lavoro e ho iniziato tutta la trafila di interinali, centro per l’impiego ecc, ho frequentato un corso di orientamento organizzato da Alma Mater e, appunto, Centro per l’impiego di Bologna. Ebbene, l’Estero – questa parola mitica che non si capisce bene che cosa rappresenti in pratica – ricorreva sistematicamente come tematica, veniva continuamente suggerito come soluzione. Andate all’estero, dicevano gli insegnanti a una platea di ragazzi disorientatissimi e appena usciti dall’università. Anzi, se non ci andate siete scemi, siete attaccati alla gonna di mammà, non sapete sognare appunto, siete pigri, codardi e via dicendo. Un discorso, come hai detto tu, perfettamente funzionale all’1%.
    Se vi interessa, ne avevo parlato qui http://lapentoladoro.blogspot.com/search/label/estero

    Grazie ancora, anche a Francesca che ha descritto in poche parole la realtà del migrare.

    Adrianaaaa / Valentina

  4. Il mito dell’estero è la contronarrazione della retorica della precarietà. Due facce della stessa medaglia. Se l’orizzonte che viviamo quotidianamente qui in Italia è la fatica a sopravvivere, che siamo freelance con partita iva o precari magari senza contratto, più aumentano le difficoltà più il mito dell’estero cresce e si fa forte, ce lo siamo ficcati (o ci è stato messo?) in testa e lì rimane. Negli ultimi mesi mi è capitato di lavorare molto di più rispetto a quanto non sia successo negli anni precedenti ma l’idea di “andare all’estero” è rimasta sempre in un angolo del mio cervello, magari alimentata dai racconti di chi all’estero c’è e riesce a costruirsi un percorso. E, sì, c’è la sensazione che in fondo chi rimane qua è perché non è abbastanza ambizioso, preparato, coraggioso… lo si sente un po’ addosso, quasi come un marchio di incapacità o inadeguatezza. Non nascondo che mi piacerebbe lavorare fuori dall’Italia, almeno per un po’, anche solo per sperimentare se il rapporto tra tempo, energie spese, fatica e risultati (professionali ed economici) è più favorevole altrove e possa valerne la pena. Ma fare un salto nel vuoto – magari per finire a fare il cameriere per poi tornare qua con ancora più frustrazione – solo perché “all’estero tutto è più bello e tutto funziona” mi sembra ancora più insensato che rimanere qua e lottare per andare avanti e migliorare. O magari, solamente, non sono ancora abbastanza stanco di quello che faccio e di come riesco a farlo qua…

  5. Gli eletti della presunta meritocrazia sono come i ricchi in mezzo ai poveri: cercano la superiorità per poterne godere. Il mito li aiuta e li difende: falsa meritocrazia, falsa democrazia.

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