parlacoimuri

what i’ve been up to (lately)

In Uncategorized on febbraio 18, 2012 at 2:27 pm

In questi giorni di grande tensione, di grande violenza di classe, e di tagli indiscriminati a tutti i servizi, mi arriva una petizione online in favore del dipartimento di Italian Studies a Royal Holloway, che rischia di sparire. La petizione è qui, e l’ho anche firmata, per quel che costa.

Io credo che tutto faccia brodo ed è per questo che alla fine ho messo il mio nome e dò spazio all’episodio su parlacoimuri, il blog meno letto e meno aggiornato della blogosfera italiana. Però mi fa strano pensare che, mentre io e i miei colleghi ci prepariamo a uno sciopero duro e difensivo, ancora ci sia qualcuno aggiro che crede basti cliccare una petizione per fermare un gruppo di CEO dal tagliare i “rami secchi” di un’università.

Lo dico fuori dai denti: io non credo che le petizioni online siano inutili. Credo che siano quasi sempre controproducenti, dannose, lesive delle lotte, a meno che non abbiano destinatari e mittenti precisi. Perché le petizioni addormentano, illudono. Peggio ancora: ghettizzano. Ci convincono che anche se siamo tre gatti a crederci, va bene, l’importante è aver ragione in teoria anche se poi, in pratica, chi detiene il potere ci incula a sangue.

E sia chiaro: a me dispiace per IS a Royal Holloway – è assurdo ridimensionare l’italianistica britannica che ha formato alcuni dei migliori studiosi in circolazione – e mi sento di esprimere solidarietà da una riva all’altra dello stesso oceano, perché qui da noi le cose non vanno meglio.

Qui a Toronto, per esempio, pochi giorni fa è stato mandato alla ratifica un contratto dei dipendenti comunali che, in cambio di alcuni incentivi monetari, rinuncia alla protezione del posto di lavoro. Il sindaco (questo individuo) ha parlato di una vittoria dei “contribuenti”. Si parla di circa 7000 posti di lavoro (sì, avete capito bene, settemila persone mandate a spasso con un tratto di penna). Che ci abbiano vinto i contribuenti non mi è chiaro. La coppa del nonno, probabilmente. Il lockout* dei lavoratori delle poste, lanciato lo scorso luglio, si è concluso con la precettazione da parte del governo provinciale dopo circa 3 mesi (tre mesi in cui, per dirla chiaramente, se avevate bisogno di spedire una lettera conveniva affidarvi al piccione viaggiatore).

Non va meglio nelle università. Solo qui a U of T l’anno scorso abbiamo rischiato un accorpamento distruttivo, con la cancellazione di tutti i dipartimenti di lingue moderne e la creazione di un’enorme insalatiera che comprendesse italiano, spagnolo, portoghese, tedesco, cinese mandarino, yiddish, russo, polacco, neogreco e probabilmente qualcos’altro che al momento mi sfugge. Due giorni fa a Montréal un gruppo di studenti che protestava contro l’aumento delle tasse universitarie (l’ennesimo) ne ha cavato un po’ di teste rotte, con il gentile omaggio di una ramanzina della Montreal Gazette (il cui titolo, “Hey, McGill students: your protest wasn’t ‘peaceful’”, già dice tutto). Non si capisce per quale motivo la gente debba pretendere l’accesso a un diritto come quello di studiare ed emanciparsi. E noi università “di massa”, strette fra una retorica di élite e la realtà di numeri ingovernabili, siamo particolarmente vulnerabili a questa retorica dell’eccellenza, che per continuare a dirsi tale deve erigere muri sempre più alti ma nel contempo diventare sempre più appetibile.

In questi anni di merda, anche l’idea che gli incarichi didattici svolti da dottorandi e assegnisti possa essere coperta da trattativa sindacale è troppo bella per durare. E così, a meno che non arrivi per miracolo un contratto presentabile tra una settimana, pure noi TA (e gli istruttori come la sottoscritta) della University of Toronto andremo in sciopero. Non che l’idea ci diverta, come qualcuno pare pensare. Ci saremo costretti, tirati per la giacca. Controvoglia e smadonnando, perché avremmo altro da fare e perché uno sciopero è l’ultima cosa che vorremmo per noi, per i nostri studenti e per la nostra ricerca. Anche perché lo sciopero qui non significa una giornata di astensione simbolica dal lavoro (che pure è un atto importante), ma l’interruzione a oltranza delle attività lavorative, con tanto di picchetti per sensibilizzare e, ovviamente, stipendi congelati.

Questo, nella norma. In un clima particolarmente antisindacale, poi, il tuo “employer” può avere delle finezze tutte sue: per esempio tagliarti pure la busta paga del mese precedente allo sciopero (e fortuna che non ce la possono levare proprio), offrire paga maggiorata ai crumiri tramite “un semplice modulo” (su cui non si sa che verrà scritto) e di fatto proporre il contratto per la ratifica con un trucchetto aziendale, e dulcis in fundo mandare in giro comunicazioni che mistificano la tua cultura sindacale. Del resto, Marchionne si è formato in Canada…

Ecco, la prima considerazione che mi viene da fare (molte altre verranno nel prossimo pippone) è che se vogliamo resistere a questo genere di aggressioni dovremmo disconnetterci un po’ dalla cultura dei like (la stessa che genera, o meglio, amplifica, le battute idiote su sindacati di cui non si conosce nulla) e usare la tecnologia invece di esserne usati. Situazioni del genere sono il miglior banco di prova per dimostrare se davvero tutta la cultura e la consapevolezza acquisite in anni di studio si fermano al mondo dei libri o sanno anche tradursi in umanità, in capacità di comunicare e di capire, in intelligenza strategica.

[segue]

*Il lockout è una serrata aziendale imposta ai lavoratori finché non accettino le condizioni contrattuali proposte: famoso quello di Reagan sui controllori di volo.

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