parlacoimuri

zombi di tutto il mondo unitevi – la versione neocon

In a spasso tra i libri, attitudine popular, cinema, malatempora, sci-fi, this is the end of the world on febbraio 23, 2012 at 11:54 pm

Che cosa succederebbe nella governance globale se domani mattina iniziasse una catastrofica invasione di morti viventi? A questa domanda il teorico politico conservatore Daniel W. Drezner (Docente di Relazioni Internazionali alla Tufts University di Boston) ha dedicato un agile volumetto uscito nel 2011 per la Princeton University Press, accolto da un discreto successo di pubblico e di critica.  Theories of International Politics and Zombies è un libro veloce, scritto col tono di un instant book – e difatti, come lo stesso autore riporta, è nato come sviluppo di un post pubblicato nel 2009 su Foreign Policy (su cui l’autore ha un proprio blog). E’ un libro interessante ma superficiale, che analizza la letteratura con uno sguardo non letterario e spesso sfiora intuizioni profonde senza riuscire ad azzannarle (tanto per restare in tema): un libro scritto, insomma, più per coprire una nicchia che per esplorare a fondo un tema.

Drezner prende le mosse dalla recente fortuna del genere “zombi”, a dispetto della mancanza di fascino ispirata dalle figure di cadaveri ambulanti in avanzato stato di putrefazione (niente a che vedere coi sexy-vampiri e i maghetti volanti che impazzano tra i tweens di mezzo mondo). Perché, si domanda l’autore, nonostante la ripugnanza che questa figura ispira, negli ultimi dieci anni si è avuta una curva esponenziale nella produzione di narrazioni filmiche e letterarie? Da un lato, lo zombi è l’elemento per eccellenza della valle del perturbante: non umano, ma abbastanza simile all’umano da ispirare un turbamento profondo e istintivo. Dall’altro lato, sostiene Drezner, lo zombi è una delle poche istanze soprannaturali che ha una minima ‘plausibilità’ narrativa, e che si può motivare con teorie pseudo-scientifiche, crinale su cui insistono alcuni dei ‘testi’ esaminati (28 Days Later, in versione sia filmica che fumettara, e il seguito 28 Weeks Later).

In linea con un vasto filone di pensiero contemporaneo, Drezner insiste sul valore cautelare di tale immaginazione apocalittica (una tesi che è stata sostenuta, in anni recenti, da diversi teorici e pensatori). Leggiamo infatti: “L’uso di narrative finzionali (e in particolare horror e fantascienza) come fonti di dati per la costruzione di teorie è diventata pratica comune di recente” (19). Drezner ragiona da teorico, costruendo i confini del proprio “caso di studi”, rigoroso benché ipotetico. Il teorico procede dunque a una definizione operativa di zombi, visto come “un essere animato che occupa un corpo umano e desidera divorare cervelli umani” (21), e stabilisce tre proprietà rispetto al corpus narrativo che intende analizzare:

• Lo zombi desidera carne umana e non si accontenterà di nessun altro cibo o carne;

• Gli zombi non possono essere uccisi se non distruggendo il loro cervello;

• Ogni essere umano morso da uno zombi diventa a propria volta uno zombi. (22)

Si tratta di una definizione operativa abbastanza ristretta, che, come ammette lo stesso autore, esclude alcune delle “Ur-Narrative” del genere (I am legend, 1954 o L’invasione degli ultracorpi, 1956). Del resto, benché il corpus di finzione sia abbastanza vasto, bisogna osservare un limite del procedimento nella costruzione del corpus letterario-filmico: i riferimenti convergono soprattutto su due autori, George Romero e Max Brooks (e in particolare War World Z, più che le altre produzioni come The Zombie Survival Guide), gli autori in cui il simbolismo storico-politico è più scoperto. E non pare scorretto affermare che senza il romanzo di Brooks (uscito nel 2006 e da cui verrà tratto un film, data di uscita prevista 21.12.2012, ehm) Drezner non avrebbe potuto scrivere il proprio testo, perché è Brooks, non Drezner, ad avere la geniale intuizione di applicare alla narrativa zombi le caratteristiche della storia orale e, simultaneamente, dell’elaborazione del trauma.

Da teorico delle relazioni internazionali, l’autore non è interessato a discutere la fisiologia o l’antropologia del morto vivente (secondo i suoi termini, “la causa”) ma piuttosto il funzionamento di un possibile ‘zombie outbreak’ (in parole povere, “l’effetto”). Così, i due diversi tipi di “infezione” (zombi lenti + infezione dal decorso lento vs zombi capaci di correre/saltare + metamorfosi immediata) producono conseguenze simili ma per motivi diversi, dato che la prima ipotesi (quella lenta) produce una maggior esposizione al contagio,  e una minor capacità di reazione internazionale (frontiere aperte più a lungo, sottovalutazione dell’emergenza sanitaria, etc.).

E con questo esempio capiamo subito dove Drezner vuol andare a parare: l’autore ha nel mirino le teorie utopiche della politica, basate sulla cooperazione internazionale, o sul postulato che le libertà individuali e l’apertura delle frontiere vadano difese sempre e comunque anche di fronte a una minaccia estrema. Si tratta di un’idea già latente nel libro di Brooks, dove le uniche nazioni capaci di reagire efficacemente sono, nell’ordine, gli stati che promuovono politiche attive di apartheid* come Israele e Sudafrica, e le superpotenze militari USA e Russia, quest’ultima peraltro ritornata allo zarismo, mentre le nazioni “utopiche” come l’Islanda sono condannate a essere divorate – letteralmente – dai mostri. L’idea della libera circolazione delle persone tra frontiere, insomma, sarebbe rivelata nella propria falsità dall’ipotesi di un’invasione di zombi. Particolarmente indicativa degli orientamenti di Drezner l’idea che in caso di zombie outbreak non mancherebbero gli stati canaglia pronti ad allearsi con l’esercito del male (inteso qui in senso letterale), o che nelle democrazie liberali  sorgerebbero immediatamente dei movimenti per i“diritti umani degli zombi”. Particolarmente di cattivo gusto la vignetta in cui una protestataria regge il cartello “My dad is a zombie and I love him”, che ricorda le famiglie arcobaleno. Quanto all’ipotesi Al Qaeda, rimando a questo breve horror di produzione francese [FERMI LI’: il link è davvero per stomaci forti, quindi pensateci prima di cliccare. A me in un paio di scene è venuto da vomitare], dove si trova la stessa intuizione.

Capitoli come “The Realpolitik of the living dead” (33-45), del resto, sono particolarmente indicativi del tipo di operazione – pop, certo, e per questo a facile presa – tentata in questo volume.  Prendendo a modello zombi e altre variazioni sempre di ordine soprannaturale viene facile sostenere argomenti in favore della sovranità assoluta, di una sovranità che si definisce – con pericolose analogie storiche – in termini di Stato d’Eccezione. E forse è questo fascino per le situazioni estreme, viste come il vero banco di prova delle nostre vite in tempi di crisi, uno dei veri fattori.

L’identificazione di Drezner è tuttavia a senso unico, strumentale, e non rende conto – secondo me – delle implicazioni più profonde di questo topos narrativo. L’immagine degli zombi – creature ultime, che hanno perso tutto e che, come lo stesso Brooks intuisce nel commentare la battaglia immaginaria di Yonkers – non possono essere spaventate, a me pare indicativa del contesto economico attuale, delle rivolte a venire che spaventano i sonni tranquilli di chi ha ancora un giardino da difendere.

Fonte: The Star

Le implicazioni economiche (già latenti nei primi lavori di Romero) sono invece state sfruttate, in modo opposto, dalla politica del movimento OWS , che ha fatto propria l’immagine  degli zombi in giacca e cravatta – morti viventi che si cibano, metaforicamente, della carne dei più deboli. E sembra di sentirne un’eco anche nei testi in ultima canzone appena pubblicata (in anteprima, il disco uscirà il 6 marzo per la Columbia Records) di Bruce Springsteen, in versi come questi:

 “The greedy thieves who came around
And ate the flesh of everything they found
Whose crimes have gone unpunished now
Who walk the streets as free men now”

E come questi:

“They destroyed our families’ factories and they took our homes / They left our bodies on the planks, the vultures picked our bones / They brought death to my hometown”…

Proprio come gli zombi di Brooks, e senza bisogno che nessuna Al Qaeda li spalleggi.

Insomma, se la politica neo-con usa l’emergenza immaginaria per difendere le politiche reali, questa lettura non è certo l’unica possibile, e molte altre, per spiegare quella che, prima di tutto, resta una piaga dell’immaginario e uno specchio di paure molto reali e molto radicate. Certo, rimane da chiedersi fino a che punto abbia senso applicare la “Realpolitik” a qualcosa di patentemente irreale come un’invasione di zombi. Ma è evidente che, quando si parla di politica hollywoodiana, l’immaginario è più reale della realtà.

*Non mi riferisco alla definizione dell’attuale politica di Israele in termini di apartheid (che è stata mossa da più lati, ma che è argomento controverso e  meriterebbe altro spazio e argomentazioni precise). Mi riferisco proprio agli episodi immaginati di Brooks, per chi ha letto il romanzo.

  1. Interessante la riflessione che fai sul libro di Drezner. Alla fine lo zombie come operatore simbolico dell’immaginario è ovviamente polisemico (basti pensare alle differenze tra Dawn of the dead di Romero e di Snyder) ed è interessante vedere come vengono trattate le sue diverse incarnazioni, anche per capire, come hai cercato di fare, i modi attraverso cui si esprimono diverse “ideologie” e visioni del mondo.
    Sul tema della convivenza tra zombie e non infetti ti consiglio il fumetto “Gli zombie che divorarono il mondo” che tratta la tematica in un modo molto particolare http://www.saldapress.com/news.asp?IDNews=232

  2. Complimenti per l’interessante recensione.

    In effetti, credo che il punto centrale della questione, quando si parla di zombi, si possa ricondurre al loro posizionamento sociale, allegorico, di cui parli alla fine del pezzo.
    Quasi tutti gli autori (letterari, cinematografici) tendono, sistematicamente, a dimenticare la lezione romeriana, quella che vede il morto vivente come il vero “quarto mondo” (di cui parla Baudrillard in America, “quello al quale si dice: ‘L’utopia è realizzata, spariscano coloro che non vi fanno parte’, quello che non ha più il diritto di riemergere, disenfranchised, decaduto dal diritto di parola), interno ma escluso dalla società consumistica occidentale.
    Una dimensione (dis)umana, disfunzionale a questa realtà, la cui violenza non sta tanto nell’aggressività (gli zombi iperatletici di Boyle, per quanto efficaci a livello strettamente narrativo, rimangono sullo sfondo di “28 giorni dopo”, più interessato a una post-apocalisse risocializzante) quanto piuttosto in quella che Steen Shapiro definisce come la loro straordinaria capacità allegorica e mimetica: “l’allegoria implica la perdita o la morte del suo oggetto. Un’allegoria non è una rappresentazione, ma un’esplicita materializzazione dell’incolmabile distanza che la rappresentazione tenta di nascondere e cancellare.” (The Cinematic Body).

    E’ la morte dell’oggetto umano, col suo vuoto rimaterializzarsi, a fare degli zombi creature davvero sovversive, davvero una sorta di Noi Collettivo in cui rispecchiarsi, senza vergogna del proprio status.
    La loro famelicità, specie nello zenith artistico romeriano di The Dawn of the Living Dead, è realmente liberatoria, trasversale, contraria a qualsiasi potere (quello degli SWAT insensibilizzati dell’incipit, quello dei media autistici che dibattono della catastrofe pensando all’audience, quello dei bikers armati e decerebrati, ma anche del nucleo resistente di ‘eroi’ che ha trasformato il Malls in rifugio tanto fornito a livello materiale quanto vuoto a livello esistenziale, insensibili a se stessi)

    In questo rovesciamento sta la chiave per cui, analizzandoli da una singola prospettiva (sia quella della Survival Guide individuale, sia quella del pragmatismo politico che giustamente definisci superificiale), va irrimediabilmente perduta. Paradossalmente, si tratta dello stesso errore commesso da giornalisti, analisti politici, intellettuali vari quando tentano di prendere un qualsiasi movimento da una singola prospettiva, quasi tentando di contenerlo ed esaurirlo.
    La realpolitik applicata agli zombi è merce buona proprio per una banalizzazione hollywoodiana (l’ennesima) del problema: il tentativo di suggestionarci con un paesaggio che rimanda ad un’inquietudine che si risolva entro lo scorrere i titoli di coda, anzichè con un’idea che sappia inquietare oltre.

    Personalmente, quando ho dovuto scegliere una citazione, introduttiva al capitolo della mia tesi di laurea sulla parte più politica dei living deads, con cui Romero aveva saputo contaminare il nostro immaginario, mi è venuto abbastanza spontaneo scegliere questi:

    The line it is drawn / The curse it is cast
    The slow one now / Will later be fast
    (Bob Dylan, The Times They Are A-Changin’)

    Era il 1968, e il tempo credo sia ancora dalla nostra parte.

    ciao, m.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: