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Suicidi, il balletto delle cifre

In Uncategorized on maggio 9, 2012 at 12:35 pm

Quando ho letto sulla Repubblica edizione locale (sì, di tanto in tanto la leggo anche da qui) che un artigiano cinquantenne si era dato fuoco davanti all’Agenzia delle Entrate di Bologna, mi si è gelato il sangue nelle vene. Parlando più tardi a casa, mia madre mi ha detto che nell’ufficio dove sta lei tutti hanno avuto la stessa reazione. Chi ha pensato al fratello, chi al figlio, chi al marito. Tutti con la corda al collo in questi anni di crisi. Tutti col terrore di Equitalia.

Per questo, forse, ho reagito emotivamente leggendo le smentite alla presunta ondata di suicidi proposte prima da Mazzetta, e ora da The Daily Wired.

Parto dalla conclusione del pezzo di Mazzetta, che scrive: «Equitalia è l’esattore pubblico che ha sostituito una pletora di esattori privati, alcuni dei quali spariti con la cassa e non certo alieni alle inefficienze o alle cartelle pazze.»

Che la gestione unificata non sia necessariamente peggiore di quella che l’ha preceduta, è difficile da negare. Né credo che la frammentazione del sistema di riscossione tributi o, peggio ancora, la sua ‘rivendita’ a privati sia uno scenario particolarmente rassicurante (consiglio a proposito la visione di «Maxed Out», un documentario sul fenomeno dei debiti da carte di credito negli USA: è interessante vedere come le stesse dinamiche di vergogna e disperazione siano provocate dall’indebitamento verso privati e da quello nei confronti dello Stato). E non ho dubbi sul fatto che la CGIA possa essere considerata una voce di parte e, dunque, poco autorevole.

Detto questo, penso che l’isteria su Equitalia sia solo una componente di questo problema, e che minimizzare o negare il problema non sia tanto più utile che arrendersi alle sirene giornalistiche. Mi sembra, soprattutto, che alcuni dati siano difficili da negare.

Per esempio, il fatto che i tassi di interesse e la mora sulle cartelle esattoriali abbiano livelli elevatissimi, il che rende molto difficile per il piccolo artigiano o per il piccolo imprenditore rimanere in regola in periodi di crisi economica, quando il mercato langue. Oppure il fatto che la pressione fiscale sia superiore a quella di altri paesi europei, anche per compensare un livello scandaloso di evasione fiscale tollerato e addirittura giustificato dalla passata amministrazione di centro-destra. O, ancora, che la legislazione corrente non tuteli adeguatamente l’impresa rispetto al committente, sia esso pubblico o privato, per cui di fronte a un contenzioso o al ritardo nei pagamenti, la piccola impresa o il singolo artigiano (il cui utile è già assottigliato nel sistema dei subappalti) non ha alcun modo di recuperare la propria liquidità in tempi ragionevoli, ma deve nel frattempo far fronte alle spese correnti, alle cartelle esattoriali e ai costi d’impresa senza alcuna possibile dilazione.

Certamente gli imprenditori e i piccoli artigiani non sono gli unici a soffrire in tempi di crisi. Le madri separate, i lavoratori pubblici esternalizzati che a ogni giro di tagli vedono il posto minacciato o le ore ridotte, la marea di giovani senza lavoro o costretti alla sottooccupazione senza diritti né tutele, non possono essere dimenticati. Detto questo, io rifiuto la premessa non dichiarata che i lavoratori culturali (non importa se davvero preparati, qualificati, capaci) siano necessariamente rappresentanti del bene in quanto «precari» e che, all’opposto, chiunque svolga un lavoro artigianale o provi onestamente a “fare impresa” incarni il male per definizione. E non accetto che le stesse persone pronte a dare una lettura politica dei suicidi in Grecia siano le prime a fare gli opportuni distinguo quando a suicidarsi è un imprenditore veneto o un artigiano emiliano.

Non penso che dire queste cose sia di destra. Di destra è la cultura del privilegio, la cultura di chi va al supermercato e se ne frega di sapere come vengono raccolte le sue mele, la cultura di privilegio per cui crediamo che una laurea (anche se presa a spinta e senza vocazione) debba garantire una vita comoda solo a chi ha studiato, di destra è il senso di superiorità sociale (questo sì, piccolo-borghese) per cui parliamo solo a chi è come noi, laureato, “masterizzato” e precario.

Non so dire quanto ci sia di reale in questa percepita ondata di suicidi e quanto sia, invece, puro sensazionalismo. Certamente posso capire il fastidio per le “emergenze” giornalistiche montate ad arte; ed è corretto, di fronte alle notizie, chiedersi se queste non siano in qualche modo dettate o orientate da un’agenda non dichiarata. Dovremmo avere più giornalisti disposti a fare domande scomode e verifiche sui numeri. Ma temo anche che in queste particolari denunce possa nascondersi un pregiudizio ideologico per cui chi fa impresa è sempre, per forza e comunque un ladro, uno sfruttatore, un evasore fiscale. Un pregiudizio che, come talora accade, si fonda su una verità parziale, su una generalizzazione: un concetto non del tutto falso, ma pericoloso se lo adottiamo come unica chiave di lettura.

Perché di questo pregiudizio cadono vittime, ancora una volta, le persone oneste che si trovano prive di qualsiasi protezione, sempre e comunque dalla parte del torto e dei ‘padroni’, anche se magari si tratta di un meridionale emigrato che da trent’anni svolge un lavoro usurante e vede il proprio utile ridotto fino a intaccare la propria sussistenza. E non voglio andare avanti parlando del fatto che la sinistra ha perso terreno anche perché ha lasciato questo popolo a partiti razzisti e di destra come la Lega, perché tale considerazione suonerebbe retorica; ma penso che questa riflessione andrebbe fatta, prima o poi, e per davvero.

Non ho risposte, questo è chiaro. Non faccio la giornalista e il mio blog è solo un blog, non un punto di riferimento per la controinformazione. Le mie sono solo domande, dettate da un profondo sconcerto, un infinito turbamento, e – se posso permettermi – anche una punta di fastidio.